Come rendere l’anzianità una rinascita?

Anziani di ieri, anziani di oggi

Se pensiamo alla figura dell’anziano all’interno della società di oggi, tendiamo ad attribuire caratteristiche come il bisogno di cure, di assistenza, la fragilità, la dipendenza. Non è sempre stato così e non è ovunque così: questa tendenza occidentale del mondo moderno è in netto contrasto sia con la cultura orientale sia con le culture più “primitive” ad esempio delle tribù africane in cui gli anziani sono il fulcro della società, i detentori di saggezza e conoscenza che grazie alla loro esperienza possono guidare le generazioni più giovani. Anche nella cultura occidentale del passato si tendeva molto più a riconoscere agli anziani un ruolo portante, sia in famiglia che in società. A cosa è dovuto questo cambiamento? Sicuramente al fatto che è cambiato il modo di essere anziani: la vita media si è di molto allungata quindi per anzianità oggi si considera una fascia d’età, molto più ampia rispetto al passato, che arriva anche fino a più di 90 anni! È inevitabile che con l’aumentare dell’età aumentino i problemi di salute e che quindi gli anziani siano visti come bisognosi di cure; al contrario il secolo scorso la durata della vita era di molto inferiore, gli anziani erano considerati tali già a 60 anni (età in cui oggi la maggior parte delle persone ancora lavora!). 

Non si smette mai di crescere

Il cambiamento di prospettiva moderno (occidentale) che ci porta a vedere le persone anziane come fragili e bisognose di cure si abbina molto bene a quella che in psicologia è definita la teoria psicosociale: teoria secondo la quale il succedersi delle età nel corso della nostra vita sarebbe caratterizzato da continue perdite, perdite di capacità acquisite in precedenza che vengono sostituite ad altre nuove e più funzionali all’età; in particolare secondo questa teoria arrivati all’ultima età, quella anziana, la perdita di capacità sia fisiche che cognitive sarebbe imponente. Le persone anziane sarebbero quindi in una fase di vita in cui il ruolo è del tutto passivo, quasi in balia degli eventi, attendendo inermi che arrivi la morte e con essa la fine di una sofferenza. 

Del tutto contrapposta è la teoria dell’arco di vita (una prospettiva sicuramente molto più rassicurante!) per cui in ogni fase di vita, caratterizzata da specifici compiti evolutivi, si ha la possibilità di una crescita e un arricchimento personale, è possibile ricercare un nuovo equilibrio che permetta di adattarsi meglio alla condizione di vita determinata dall’età che si ha: anche durante la vecchiaia, secondo questa prospettiva, non smetteremmo mai di “crescere”, di acquisire nuove abilità personali! 

Il mito dell’eterna giovinezza 

La società moderna è fortemente improntata sull’individualismo e sulla realizzazione personale, con una spinta quasi narcisistica che fa di un valore fondamentale l’affermazione di sé. In quest’ottica è facile comprendere perché si abbia in effetti molta paura di diventare anziani e “inutili”. Sicuramente ciò è legato, come dicevamo, alla visione di anzianità che abbiamo oggi, quella di una fase di vita in cui si è passivi e bisognosi di cure. Siamo un po’ tutti (in una qualche misura) ossessionati dal “mito dell’eterna giovinezza” che si può perseguire sia con un’attenzione smisurata al corpo (che possiamo osservare nei vari personaggi dello spettacolo che raggiunta una certa età ricorrono in modo davvero massiccio alla chirurgia estetica) sia con una mancata accettazione dell’uscita dal mondo lavorativo. I sentimenti che si provano oggi con il pensionamento, infatti, possono essere, in chi rincorre “l’eterna giovinezza”, estremamente negativi: un senso di paura, perdita, vuoto, incertezza, nei casi più gravi sentimenti depressivi. Il pensionamento è una fase del ciclo di vita sicuramente cruciale, di ridefinizione della propria identità che porta a “tirare le somme” di ciò che si è fatto e realizzato fino a quel momento. Quello che accade è che spesso la persona che va in pensione si sente molto attiva e vitale, capace di “dare ancora molto”. Questo aspetto non è di per sé negativo, anzi: contrasta lo stereotipo di “vecchiaia come inutilità e passività”; gli anziani in pensione possono investire le loro risorse ed energie coltivando i loro hobby, la loro relazione coniugale, la loro famiglia allargata con un sostegno ai figli e alla cura dei nipoti. Si ha quindi una sorta di re-investimento nella “terza età” e una “rinascita” e riscoperta di sé e dei propri interessi. Tutto è determinato da “come ci si sente anziano”. 

Anziani giovani e grandi anziani

In letteratura si fa una distinzione tra grandi anziani cioè persone bisognose di cure poiché ammalate o in una condizione di salute non ottimale, e anziani “giovani” cioè persone che nonostante l’età sono ancora molto attive e vitali. Ancora una volta, nella terminologia che ricorre all’ossimoro, ritroviamo la percezione di anzianità tipica della società moderna, che vede incompatibile questa fase di vita con una spinta vitale e proattiva. Non riusciamo a percepire, nel nostro immaginario comune, che una persona anziana possa aver voglia e anche il bisogno di avere un ruolo attivo nella società, possa voler coltivare i suoi interessi e investire sul suo benessere. A questo proposito fa molto sorridere un film americano del 2015 “The intern” (“Lo stagista inaspettato”) con Anne Hathaway e Robert De Niro nel ruolo rispettivamente di Boss e Stagista “Senior”, Ben. Viene restituita in questo film molto bene l’idea di “anziano giovane” che ha ancora moltissima voglia di fare, di sentirsi utile, di avere un ruolo con annesse responsabilità: citando la battuta di De Niro: “Ho letto che i musicisti non vanno in pensione, smettono quando hanno non hanno più musica dentro. Beh, io ho ancora musica in me e su questo ne sono sicuro”. 

Proprio come accadrebbe nella realtà, le reazioni degli impiegati dell’azienda alla vista dello stagista anziano sono inizialmente di incredulità e sorpresa ma grazie alla sua esperienza di vita Ben si rende subito indispensabile a molti. 

Un altro elemento che il film mette in luce molto bene riguardo all’anzianità è la relazione sentimentale. De Niro, infatti, inizia a frequentarsi con una massaggiatrice sua coetanea iniziando di fatti una relazione sentimentale all’età di 70 anni. 

Amare ed essere amati: bisogni senza tempo 

Se uno degli stereotipi più diffusi connessi all’anzianità è il bisogno di cure e assistenza (che come abbiamo già detto riguarda solo una parte della popolazione anziana, sebbene vasta, cioè i “grandi anziani”), un altro estremamente forte riguarda la vita sentimentale e sessuale. Perseguendo l’idea di inevitabile decadimento connessa all’anzianità si pensa che gli anziani non abbiano voglia ma soprattutto capacità di investire nelle relazioni sentimentali e ancor di più sessuali. È chiaramente un dato oggettivo che con l’aumentare dell’età le prestazioni fisiche e sessuali non possono essere uguali a quelle che si ha da giovani, così come è oggettivo che, anche a causa degli stereotipi sociali molto diffusi non è facile per una persona anziana che abbia perso il suo partner ricominciare a investire le sue risorse nella ricerca di una relazione sentimentale e/o sessuale. D’altro canto escludere del tutto o minimizzare l’aspetto sentimentale e sessuale, basandosi solo sull’età, è assolutamente insensato. L’affetto, l’amore, l’intimità sono dei bisogni universali, senza tempo. Può cambiare la forma in cui vengono espressi e sicuramente le possibilità che si hanno di esprimerli, ma non cambia il loro essere indispensabili. È stato notato, inoltre, come le abilità emotive aumentano con l’aumentare dell’età, abilità indispensabili per stabilire e mantenere una relazione intima. In un momento di vita come quello dell’anzianità in cui tutti i punti fermi sembrano venire meno, in cui si deve fare i conti con l’accettazione della morte (propria o dei propri cari) e in cui la società tende a infantilizzare ed evidenziare la necessità di dipendere, è un elemento assolutamente indispensabile re-investire negli affetti, nei sentimenti, nell’amore e perché no, anche nella sessualità. Una persona anziana che abbia la possibilità di sentirsi speciale per qualcuno e far sentire a sua volta il partner speciale, accudire l’altro e lasciare che l’altro lo accudisca, potrà percepire un senso di “utilità” e proattività se non per la società, quantomeno per sé stessa e per la persona che ama. 

BIBLIOGRAFIA

  • Bretschneider, J. G., & McCoy, N. L. (1988). Sexual interest and behavior in healthy 80-to 102-year-olds. Archives of sexual behavior, 17(2), 109-129.  
  • Cristini, C., Rizzi, R., & Zago, S. (2005). La vecchiaia fra salute e malattia (Vol. 14). Edizioni Pendragon. 
  • Dello Buono, M., Zaghi, P. C., Padoani, W., Scocco, P., Urciuoli, O., Pauro, P., & De Leo, D. (1998). Sexual feelings and sexual life in an Italian sample of 335 elderly 65 to 106-year-olds. Archives of Gerontology and Geriatrics, 26, 155-162. 
  • Ripamonti C., Manuale di Psicologia della Salute (2015), Il Mulino, pp. 162-182 
  • Walsh F, La resilienza familiare, Raffaello Cortina editore (2008)

La tua memoria è sempre la stessa?

L’aumento dell’aspettativa di vita e il calo demografico nei paesi industrializzati costituiscono fenomeni di rilevanza che hanno portato la popolazione mondiale a essere sempre più anziana.

In particolare, in Italia gli individui con più di 65 anni si attestano a oltre il 20% della popolazione. Sebbene sia ormai stata superata la visione dell’invecchiamento come una fase della vita fatta solo di perdite dal punto di vista fisiologico, cognitivo e funzionale, è innegabile che l’invecchiamento costituisca il maggiore fattore di rischio per lo sviluppo di patologie neurodegenerative.

Il decadimento cognitivo è strettamente legato a fattori di rischio modificabili nel corso della vita ed è ormai un dato accertato che condurre uno stile di vita sano già da giovani protegge enormemente dallo sviluppo di demenze. Tali patologie si caratterizzano per una diminuzione progressiva delle abilità cognitive (memoria, attenzione, linguaggio…) e funzionali dell’individuo.

Se è normale che il funzionamento cognitivo subisca dei cambiamenti legati all’avanzare dell’età, come per esempio una maggiore difficoltà mnesica o una ridotta velocità di elaborazione delle informazioni, quando tali difficoltà cominciano anche lievemente a peggiorare lo svolgimento delle attività lavorative o casalinghe della vita quotidiana, diventa di primaria importanza effettuare dei controlli specifici sulla salute del proprio cervello.

Da sottolineare, inoltre, come l’età anziana sia maggiormente associata allo sperimentare i sintomi di depressione, ansia, dolore cronico, perdita dell’udito o patologie croniche (per esempio cardiovascolari), che possono peggiorare la performance cognitiva a livello oggettivo o soggettivo.

La menopausa

La salute psico-fisica della donna, tra le altre cose appare essere indistricabilmente legata alla funzionalità riproduttiva, i cui cambiamenti sono molteplici dalla pubertà all’età anziana.

Dopo i 40 anni circa la donna si trova a fronteggiare la fase della vita in cui passa dall’avere la possibilità riproduttiva a non averla più. Nei paesi industrializzati la menopausa avviene mediamente intorno ai 51 anni, e costituisce un periodo durante la quale, tra le altre cose, le alterazioni ormonali possono condurre a sperimentare difficoltà emotive e corporee.

Poiché l’aspettativa di vita è aumentata enormemente le donne si trovano a percorrere un periodo della vita sempre più lungo dopo la menopausa, e per molte di esse la qualità di vita diminuisce notevolmente a causa dei disturbi psico-fisici legati a questa fase della vita, a cui si associa una maggiore probabilità di essere esposte a patologie quali diabete, obesità e disturbi vascolari e di sperimentare sintomi psicologici come depressione e insonnia. Tali fattori, inoltre, sono legati a una peggiore performance cognitiva, che influenza negativamente le attività quotidiane e il benessere percepito.

Una delle maggiori difficoltà esperite durante questo periodo di vita riguarda l’accettazione dei cambiamenti corporei e il mantenimento di una soddisfacente vita sessuale. Spesso, inoltre, le donne non sono adeguatamente informate sulla modalità più adeguata con cui affrontare alcuni sintomi della menopausa, e questo limita enormemente la possibilità di farvi fronte.

Il pensionamento

L’effetto del pensionamento sul benessere psicofisico dell’individuo è oggetto di studio della psicologia a partire dagli anni ’50 . Indubbiamente il momento in cui ci si avvicina alla pensione costituisce un punto di svolta nella vita di un individuo, e può portare con sé benefici, ma anche effetti negativi. In particolare, esiste un fenomeno definito “ansia da pre-pensionamento”, che indica un aumento di preoccupazione e ansia nel periodo precedente al pensionamento relativamente all’aspettative delle conseguenze che questo avrà sulla propria vita.

erminare la propria attività lavorativa implica una riorganizzazione del proprio tempo e delle proprie attività, e la possibilità di intraprendere attività piacevoli è strettamente legata alle risorse socio-economiche e allo stati di salute degli individui. In alcuni casi può succedere di sperimentare una luna di miele nel periodo immediatamente successivo all’inizio della pensione, per passare successivamente a una scarsa soddisfazione del proprio nuovo status.

È quindi frequente che, avvicinandosi all’età pensionabile, gli individui ridiscutano obiettivi e progetti della propria vita futura.

Spesso, soprattutto se le persone hanno raggiunto livelli lavorativi di rilievo (in termini di impiego e in termini di status sociale), il pensionamento può condurre a sperimentare una vera e propria perdita di identità, con conseguente malessere psicologico.

Generazione sandwich: prendersi cura dei propri cari

L’aumento dell’aspettativa di vita sta conducendo a una popolazione sempre più anziana, con le problematiche che si accompagnano a questa fascia d’età. In particolare, le patologie neurodegenerative (Malattia di Alzheimer e altre forme di demenza) sono destinate ad aumentare.

Tali patologie si caratterizzano per una graduale predita della funzionalità cognitiva, accompagnata da alterazioni a livello affettivo-comportamentale e da un decadimento funzionale della persona (svolgimento di attività quotidiane come gestire il denaro, prepararsi i pasti e mangiare, vestirsi e lavarsi).

La perdita di abilità che accompagna le demenze fa sì che i familiari dei pazienti spesso debbano prendersi cura di loro, diventandone i caregiver. Circa l’80% dei pazienti con demenza vive infatti presso la propria abitazione, gravando sulla famiglia. Il costo dell’assistenza informale prestata da un familiare a un paziente con si attesta intorno ai 35.000 euro l’anno (Gambina et al., 2003).

A questo bisogna aggiungere il carico che tale attività comporta, cui conseguono spesso problematiche di natura fisica e psicologica (Monin & Schulz, 2009). I caregiver, infatti sono definiti le hidden victims delle demenze, ossia le vittime nascoste. Prendersi cura di un genitore (o di un suocero) anziano è un compito altamente stressante dal punto di vista psico-fisico, soprattutto se a farlo sono persone (nella maggior parte dei casi donne) che devono provvedere anche ai bisogni dei figli, magari adolescenti e gestire la propria attività lavorativa.

Questa particolare fascia di popolazione, la cui età può estendersi tra i 45 e i 60 anni circa, costituisce i caregiver intergenerazionali. Spesso, queste persone sperimentano un disagio emotivo legato al proprio ruolo di caregiver, all’ansia del prendersi cura “nel modo giusto” degli anziani e di dedicare abbastanza tempo ai propri figli e al proprio lavoro; altra frequente problematica è la mancanza di tempo per se stessi e per lo svolgimento di attività sociali piacevoli. Frequentemente devono abbandonare il lavoro o diminuire le ore ad esso dedicato, sperimentando un senso di perdita di prospettive e di obiettivi che può condurre a sintomi depressivi. Anche la salute peggiora: i caregiver di pazienti con demenza hanno maggiore probabilità di presentare patologie fisiche e di sviluppare demenza a loro volta.