Sentirsi sicuri, sentirsi liberi, sentirsi Pride: quando l’abito non fa il monaco

LGBTQIA+… cosa?

Ormai nella società odierna è abbastanza conosciuta la sigla LBGT (abbastanza ma non del tutto, di sicuro non ancora come vorremmo noi) che sta per Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender.

È però davvero molto poco conosciuta la sigla estesa: LGBTQIA+ ovvero quella a cui si aggiungono Queer, Intersexual, Asexual; il + indica tutti gli orientamenti sessuali e identità di genere fluide non contenute in queste categorizzazioni. L’acronimo tenta di dare un’idea di quella che è la comunità LGBT (per brevità useremo adesso solo la sigla “abbreviata”), estremamente eterogenea.

Il fatto che sia qualcosa di poco conosciuto può voler dire solo una cosa: non se ne parla abbastanza. In effetti, il ventunesimo secolo, è il primo momento storico in cui si inizia a parlare apertamente e con curiosità di tematiche come l’omosessualità, l’identità di genere non binaria, la transessualità, la disforia di genere, etc.

Forse sorprenderà alcuni di voi sapere che solo nel 1990 (parliamo soltanto di 30 anni fa!!) l’omosessualità è stata ufficialmente disconosciuta come malattia. Perché non se ne parla ancora a sufficienza e di conseguenza non si conoscono le varie sfumature del “mondo” a colori (il mondo LGBT fa della bandiera arcobaleno il suo simbolo evidenziando appunto l’infinita gamma di aspetti che lo caratterizzano)? Probabilmente perché la maggior parte delle persone che vive oggi si è trovata, almeno per una certa parte della propria vita, in un’epoca storica in cui appunto omosessuali significava essere malati, avere un problema da dover risolvere.

Le nuove generazioni non sono ancora abbastanza da permettere quel ricambio generazionale che “ripulisca il campo” totalmente dagli stereotipi e dai preconcetti errati. Fortunatamente, il cambiamento è in atto, dobbiamo solo avere un po’ di pazienza. Cosa possiamo fare nel frattempo? Parlarne, parlarne e parlarne ancora! Fare domande, indagare sui propri dubbi, avere un atteggiamento curioso non giudicante e privo da preconcetti che permetta di conoscere tematiche e aspetti a noi nuovi. Per fare ciò è importante partire “dalle basi”: il bisogno di conoscere e capire inizia spesso con il bisogno di “inquadrare” le persone, dare una definizione.

Etichette, etichette everywhere!

Un carinissimo “esperimento sociale” della pagina online “Freeda” (https://www.youtube.com/watch?v=lxAN2B-RyNg) mostra come sia davvero difficile e soggetto ad equivoci attribuire un orientamento sessuale a una persona che non si conosce, basandosi sull’osservazione esterna: sul suo aspetto, comportamento, tono di voce, modo di vestire o di rapportarsi, eppure è quasi inevitabile. Quando iniziamo a rapportarci con una nuova persona che non conosciamo e questa ha degli atteggiamenti magari vistosi (ad esempio un uomo con comportamenti che attribuiremmo al genere femminile, coloro che vengono definiti “effemminati”, per intenderci) una delle prime cose che pensiamo è “di sicuro sarà gay”. La tendenza a “etichettare” è un comportamento automatico, lo facciamo su qualunque cosa, è in realtà una strategia adattiva che permette di “risparmiare” tempo e risorse cognitive. In effetti, a pensarci bene, per una donna eterosessuale alla ricerca (consapevole o inconsapevole) di un partner è “utile” individuare uomini omosessuali il prima possibile, così da non “perdere tempo” a tentare un approccio che si rivelerebbe inconcludente. L’etichettamento riguardo all’orientamento sessuale però viene fatto da tutti in modo indiscriminato, a prescindere che si abbia un potenziale interesse sessuale o sentimentale nelle persone che etichettiamo. Perché lo facciamo? Molto semplice, perché siamo abituati a farlo. È un gesto tanto automatico quanto cercare l’interruttore per accendere la luce entrando in una stanza buia. La valenza è però la stessa dell’accendere la luce? Forse non proprio, forse anzi la valenza è opposta: spesso incasellare una persona in una etichetta non ci rende la situazione più chiara e “illuminata” ma paradossalmente ci oscura la vista.

“Voglio essere così: sicuro di me, libero, pride!”

Dicevamo che uno dei motivi per cui oggi non si conosce abbastanza la comunità LGBT è perché non se ne parla abbastanza. Aggiungiamo inoltre che quando lo si fa è per fatti negativi, per evidenziare episodi di discriminazione e violenze rivolte alle persone omosessuali, transgender, queer, etc. Le discriminazioni sono chiaramente un fatto gravissimo, di cui è importante parlare. Sarebbe però altrettanto importante parlare di esempi positivi, di inclusione e non solo accettazione, ma valorizzazione della diversità. Abbiamo bisogno di esempi a cui poterci ispirare, modelli su cui poter pensare “voglio essere così così sicura/o, così libera/o, così Fiera/o!”; non a caso il Pride indica la fierezza, l’orgoglio di essere liberi di mostrarsi per quello che si è! Attualmente i modelli a cui siamo maggiormente esposti ci portano a pensare “poveretto, fortuna che la mia vita non è così”. Riuscite a pensare uno di questi esempi, in Italia? Parliamo ad esempio di personaggi pubblici, grandi aziende o associazioni che hanno parlato apertamente e in modo positivo del loro sostegno alla comunità LGBT o singoli individui con una posizione di visibilità che hanno dichiarato con fierezza il loro orientamento sessuale, combattendo per i diritti della comunità LGBT. Noi in realtà non riusciamo a individuare nessuno che, in Italia, valorizzi l’essere gay o l’essere gay friendly. Non stiamo dicendo che tra i personaggi di spicco (dello spettacolo o della politica) in Italia nessuno sia gay dichiarato apertamente o gay friendly, diciamo però che nessuno si espone in modo forte e deciso lottando a fianco della comunità LGBT. Spostandoci sul contesto internazionale invece gli esempi positivi sono molti, ad esempio potremmo pensare a Lady Gaga con la sua associazione “born this way foundation” che sostiene le vittime di bullismo in generale e in particolare appartenenti alla comunità LGBT; Brad Pitt e Madonna che nel 2008 hanno devoluto ingenti donazioni per la campagna contraria all’abolizione del matrimonio omosessuale in California; addirittura Barack Obama, primo presidente nella storia degli USA che ha citato i diritti delle persone omosessuali nel discorso di insediamento alla casa bianca, nel 2013: “il nostro viaggio verso la libertà non potrà dirsi completo fin quando i nostri fratelli e le nostre sorelle omosessuali non saranno trattati come tutti davanti alla legge: se è vero che tutti siamo creati uguali, allora l’amore tra ciascuno di noi dev’essere trattato allo stesso modo”.

In America sicuramente, ma anche in altri paesi europei (banalmente tutti quelli che hanno introdotto il matrimonio omossessuale) si ha una maggiore apertura nei confronti della comunità LGBT, una maggiore inclusione e valorizzazione.

Pensiamo che finché si parlerà di una comunità LGBT, quindi di una minoranza, si starà marcando una diversità (noi-loro): l’ideale, forse utopistico, è che un giorno non dovremo più parlare di “comunità”, che questa differenza, soltanto numerica, non sia vista come diversità (in accezione negativa) ma come una semplice caratteristica individuale, una differenza come può esserlo il colore dei capelli. Anche le persone con i capelli rossi, numericamente parlando, sono una minoranza a livello mondiale, eppure non li consideriamo “diversi”, non sono una “comunità” che deve combattere per i propri diritti!

Sentirsi nell’abito “sbagliato”

Dicevamo come la comunità LGBT è, allo stato attuale, una minoranza. Cosa significa far parte di una minoranza? Proviamo a rifletterci partendo da un esempio molto banale: siete invitati a una festa in un luogo che credete sia un locale molto alla moda, elegante; come vi vestirete? Presumibilmente in modo “appropriato” alla situazione, in modo che possiate sentirvi a vostro agio, quindi, forse, eleganti. Arrivate alla festa e vi accorgete da subito che il locale in realtà non è quello che avevate creduto, ma è un semplicissimo ristorante, un po’ rustico e casereccio… già si insinua qualche dubbio sul vostro abbigliamento. Entrate e trovate tutti gli invitati, festeggiato compreso, in jeans, maglietta e sneakers. Come vi sentite? Fuori luogo, a disagio? Siete, numericamente parlando, una minoranza in quel contesto. Forse qualcuno vi guarderà anche ridacchiando, o forse non interesserà a nessuno come siete vestiti, ma voi penserete ugualmente che tutti staranno pensando a quanto siete ridicoli. Eppure quando siete usciti di casa vi sentivate così bene nel vostro vestito elegante, così belli e sicuri di voi… Questo però non cambierà il vostro senso di disagio.

Ecco, immaginate di sentirvi così ogni giorno in ogni contesto della vostra vita. Non dev’essere piacevole vero? Sicuramente molto può fare il contesto nel mitigare lo stato di disagio: se varie persone, durante la festa, verranno a complimentarsi con voi per il look dicendovi che anche a loro era venuto il dubbio sul dress code, complimentandosi per il coraggio che avete avuto a vestirvi come più vi piaceva, forse vi sentirete un po’ più a vostro agio.

Noi non vediamo l’ora che arrivi il giorno in cui l’orientamento sessuale sarà considerato come un vestito, un colore di capelli, una semplice preferenza, un gusto personale, il giorno in cui la minoranza della comunità LGBT non sarà più tale, ma sarà amalgamata con il contesto sociale tutto, non contrapposta alla maggioranza eterosessuale; non vediamo l’ora che arrivi il giorno in cui, entrando alla festa ognuno sarà vestito assolutamente come gli pare e nessuno sentirà il bisogno di etichettare il look come elegante o sportivo, consono o inappropriato, giusto o sbagliato. D’altronde c’è anche un famosissimo detto popolare, forse illuminante se ci soffermiamo per comprenderlo a fondo: l’abito non fa il monaco!

Bibliografia

Omogenitorialità

“Non vi è alcuna evidenza scientifica che l’essere adatti alla funzione genitoriale sia legato all’orientamento sessuale dei genitori. In altre parole, i genitori lesbiche e gay possono, allo stesso modo dei genitori eterosessuali, fornire ambienti di sviluppo sani e favorevoli ai loro figli”

Questa è la dichiarazione ufficiale dell’APA (American Psychological Association) fonte autorevole a livello mondiale nel campo della psicologia. Essa, a fronte di un gran numero di ricerche scientifiche ha dimostrato che la regolazione, lo sviluppo ed il benessere psicologico dei bambini non siano correlati all’orientamento sessuale dei genitori e che i figli di genitori gay e lesbiche abbiano le stesse probabilità dei figli di genitori eterosessuali di prosperare.

La posizione dell’APA, peraltro la stessa di altre organizzazioni professionali e scientifiche europee e italiane, ha avuto dei risvolti politici notevoli e ha fatto finalmente chiarezza in merito ad un tema così delicato.

Purtroppo, a livello delle credenze e delle opinioni che hanno le persone “comuni” nella società odierna, non è stata ancora assimilata la dichiarazione dell’APA. Perdurano ancora oggi, infatti, alcune credenze erronee sull’omogenitorialità, come il fatto che i figli di genitori omosessuali crescerebbero “confusi”, non sapendo quale sia il ruolo effettivo dei due genitori, diventerebbero sicuramente omosessuali nel futuro, e così via. I bambini, figli di coppie omosessuali, possono essere altresì vittime di discriminazione a partire dalla più tenera età: finché il substrato culturale risulta fermo sulle proprie posizioni è difficile giungere ad una società realmente inclusiva e accogliente nei confronti delle differenze. 

La coppia omosessuale

Per quale motivo le coppie omosessuali vengono discriminate? In cosa differiscono dalle coppie eterosessuali? 

Una prima ipotesi potrebbe notarsi nella tendenza che hanno circa la metà delle coppie omosessuali maschili a non essere monogame. Ciò spesso determina maggiori conflitti all’interno della relazione, rendendola meno stabile. Inoltre, a differenza delle coppie eterosessuali, quelle omosessuali tendono ad avere meno sostegno e meno interferenze negative da parte della famiglia, che spesso non accetta pienamente di avere un figlio/a omosessuale. Un altro fattore peculiare delle persone omosessuali è che tendono a rimanere amici con i propri ex, un aspetto che per le persone eterosessuali è poco contemplato. La società in generale tende a vedere con maggiore sospetto le coppie omosessuali anche in virtù del fatto che, non incarnando la “normativa” coppia eterosessuale, risulta difficile identificare una netta divisione dei ruoli nella coppia rispetto a chi deve fare cosa e a quali compiti spettino all’uno o all’altro.

Per questi motivi, le coppie omosessuali hanno la percezione di una discriminazione da parte della società, che li ritiene una coppia che ha diritto ad un minor riconoscimento sociale. A ciò si aggiunge anche il minor riconoscimento da parte della legge italiana che ha accettato i matrimoni tra persone omosessuali ma non includendo l’obbligo di fedeltà, togliendo dignità alle coppie omosessuali. La situazione appena descritta contribuisce ad innalzare i livelli di stress di questa minoranza e a peggiorare il loro benessere psicologico.

In realtà, una coppia omosessuale non mostra differenze rilevanti rispetto ad una coppia eterosessuale quanto a numerosi fattori, quali la complicità, il grado di coesione, la costruzione di modelli di coppia, la comunicazione nella coppia, l’intimità. 

Gay e lesbiche cercano amore e coesione proprio come gli eterosessuali.

Minority stress nelle persone LGBT

Tutte le persone omosessuali subiscono quello che viene definito come minority stress, ovvero quello stress provocato dal fatto di essere una minoranza sottoposta a pregiudizio e discriminazione.

In particolare, lo stress che deriva dall’essere parte di una minoranza è maggiormente elevato nell’ambito della comunità LGBT, come sottolinea Lingiardi. Può, infatti, verificarsi la condizione per cui gli omosessuali stessi hanno interiorizzato un pregiudizio sul loro orientamento sessuale, provando una vera e propria “omofobia interiorizzata” che li porta a non accettare sé stessi. Ciò deriva dalla pressione esercitata dalla società, che porta con sé un elevato stigma che fa percepire alle persone omosessuali di essere rifiutate dall’ambiente circostante. Lo stigma provato dalla società può sfociare in veri e propri episodi di violenza e discriminazione omofobica, che portano la persona omosessuale a percepire livelli di stress ancora maggiori.

Di conseguenza, lo stress percepito derivante dal far parte di una minoranza risulta una combinazione tra fattori interni ed esterni, che, insieme, peggiorano notevolmente il benessere psicologico della persona omosessuale. 

Una risorsa per riuscire a superare il minority stress può essere identificato nelle relazioni sociali che intreccia l’individuo, ad esempio con amici che accettano la loro omosessualità o grazie all’aggregazione con persone che subiscono le stesse discriminazioni, per esempio all’interno di associazioni. Rientrano nell’ambito delle risorse sociali anche, naturalmente, le famiglie delle persone omosessuali. Spesso chi fa parte di una minoranza ha il sostegno della propria famiglia; purtroppo, al contrario, quello che spesso succede è che la famiglia della persona gay o lesbica assume atteggiamenti ostili e di rifiuto, così essere sé stessi diventa complesso e doloroso.

Accettazione del proprio orientamento sessuale

Accettare il proprio orientamento sessuale è sempre doloroso e deve attraversare pregiudizi, stereotipi e ignoranza. Spesso ci si sente soli, e non si sa con chi parlarne per paura di essere giudicati o forse perché dirlo a qualcuno significherebbe anche dirlo anche a sé stessi. 

Accettare il fatto che non si è attratti, come la maggioranza delle persone, da una persona del sesso opposto al proprio, include in una condizione di minoranza che può essere vissuta in modo negativo ed escludente dalla persona che lo prova. La consapevolezza che, ancora oggi, la società non accetta pienamente gli orientamenti sessuali che non fanno parte della cosiddetta “eteronormatività”, come l’omosessualità, la bisessualità, la pansessualità e l’asessualità, può rallentare il processo di accettazione, rendendolo ancora più tortuoso e pieno di ostacoli.

Non vi sono dei tempi “canonici” in cui si raggiunge una piena consapevolezza del proprio orientamento sessuale, ma anzi esistono infiniti tempi quante sono le persone che intraprendono questo percorso, rendendolo unico e personale. Di conseguenza, il percorso di accettazione può essere più breve e lineare per qualcuno, ma più lungo e complesso per chi ha incontrato più ostacoli interni o esterni. Basti pensare che si può giungere all’accettazione del proprio orientamento sessuale in momenti opposti della vita: dall’infanzia all’adolescenza, dall’età adulta alla vecchiaia. Ognuno ha un tempo peculiare, il suo.

Un ostacolo che si può incontrare nel percorso di accettazione è la paura di essere rifiutati o esclusi dalla famiglia, dagli amici e dai colleghi di lavoro e, pertanto, si è più portati a tenere nascosta la propria vera identità.

Il processo di accettazione e uscita allo scoperto avviene gradualmente passando da un coming out interiore in cui la persona ammette a sé stessa di essere omosessuale e un coming out esterno, ovvero la capacità di portare questa consapevolezza nel rapporto con gli altri.

Non ci sono regole per accettarsi e non c’è nulla di sbagliato, se non rinunciare alla possibilità di amare e di vivere quell’amore proprio come farebbe una persona eterosessuale.

Outing e coming out

Il coming out, dall’inglese “uscire allo scoperto”, è la decisione consapevole di voler dichiarare agli altri il proprio orientamento sessuale e affermare la propria identità di genere.

Si sente l’esigenza di svelare agli altri e alla società in generale il proprio orientamento sessuale e la propria identità di genere quando essi non sono conformi a ciò che è “normativo”, cioè sentito e provato dalla maggioranza delle persone all’interno della società. In particolare, si prova la necessità di svelare il proprio orientamento sessuale quando si sente di non appartenere all’estremo del continuum che rappresenta l’eterosessualità, all’interno di un contesto di eteronormatività, identificandosi invece al polo opposto, quello dell’omosessualità, o in qualsiasi altro punto del continuum, passando dalla bisessualità, alla pansessualità e fino ad arrivare all’asessualità. Per quanto riguarda l’identità di genere, ci si sente di esporsi quando il genere assegnato biologicamente alla nascita non è quello che ci appartiene intimamente: anche in questo caso è possibile posizionarsi in un punto qualsiasi del continuum che va dal sentirsi completamente maschio al completamente femmina, oppure identificarsi in un’identità di genere fluida. 

Esistono due tipologie di coming out, il primo è quello interiore, che è frutto di un lungo processo di accettazione e rappresenta il momento in cui la persona acquisisce la consapevolezza di non essere eterosessuale oppure di avere un’identità di genere non conforme a quella assegnata alla nascita. La seconda tipologia rappresenta il coming out nei confronti della società, attraverso cui la persona dichiara all’esterno ciò di cui ha acquisito precedentemente una consapevolezza interna. 

Al termine del processo di coming out molte persone omosessuali si sentono sollevate, diventano più forti e sicure di sé stesse, con effetti benefici anche sulla propria personalità e autostima. 

Non vi è un unico modo per fare coming out: ognuno valuta le condizioni di vita e le persone ad egli vicino. Allo stesso modo, non esiste un momento “giusto” per farlo poiché si raggiunge la consapevolezza, e soprattutto il desiderio di dichiararsi alla società in momenti diversi e del tutto personali, a partire dall’infanzia, passando per l’adolescenza, fino all’età adulta.

Tutt’altra storia quella dell’outing, ovvero quando qualcun altro svela il segreto tanto nascosto, creando paura e terrore in chi vive l’outing. Un’esperienza che travolge la persona omosessuale che non voleva far conoscere il proprio orientamento sessuale, configurandosi come una vera e propria violenza.