IL LAVORO DEI GENITORI: tartarughe marine in viaggio

Il lavoro del genitore

Essere genitore è un lavoro, un lavoro a tempo pieno spesso sottovalutato (specialmente da chi non lo svolge). Un lavoro è un’attività in cui vengono messe in campo conoscenze, competenze, risorse, al fine di produrre “beni o servizi” in cambio di un compenso, economico o meno. Analizziamo perché, secondo noi, essere genitore è un lavoro: è sicuramente indispensabile avere risorse da poter mettere in campo, conoscenze che derivano dall’esperienza diretta o indiretta, tramandate ad esempio dalle generazioni precedenti; la finalità dell’essere genitore non è sicuramente utilitaristica, l’obiettivo non è intenzionalmente di produrre beni o servizi. In realtà, però, la genitorialità “produce” la crescita di un essere umano, altro che se è un bene! 

Infine per le attività lavorative è previsto un compenso, monetario o meno: inutile specificare che il “compenso” dell’essere genitore non ha niente a che fare con l’aspetto economico, i figli però rendono un compenso ai loro genitori, è un compenso costituito da amore innanzitutto, ma anche soddisfazione personale, orgoglio, senso di realizzazione.

Genitori si nasce o si diventa?

Come dicevamo, come tutti i lavori, essere genitore necessita di una serie di competenze e risorse da mettere in atto, competenze che secondo alcuni sono innate (il famosissimo istinto materno o paterno), secondo moltissimi altri invece si apprendono con l’esperienza. Stabilito che essere genitore può esse considerato un lavoro vediamo perché potremmo anche dire che è uno dei lavori più “difficili” del mondo, andando a riflettere su quali siano queste competenze e risorse necessarie. 

Diventare genitore è forse la responsabilità più grande che una persona possa assumersi nel corso della sua vita,     perché l’esito di questo “lavoro” è la crescita e lo sviluppo di una persona che dipende da sé stessi, in una fase iniziale di vita in modo totale (da neonati) e nelle fasi successive in modo parziale fino a uno svincolo in età adulta. Perché è un lavoro molto complesso? 

Innanzitutto non per tutti è possibile investire tutte le proprie risorse in questa sola attività: moltissimi genitori sono costretti ad avere un “vero” lavoro per mantenere sé e la famiglia, moltissimi altri desiderano averlo per sentirsi realizzati in più ambiti della loro vita. Coniugare la vita lavorativa con quella familiare è un compito estremamente complesso, che richiede una divisione, più equa e bilanciata possibile, di tempo e risorse. In secondo luogo come si accennava in precedenza la responsabilità che deriva dall’avere un figlio è veramente enorme, molti si sentono schiacciati da questa responsabilità e sviluppano un’ansia del dover essere “buoni genitori” che li porta costantemente a giudicare il loro operato, mettendo in discussione le loro capacità. In terzo luogo: nessuno nasce genitore, genitori si diventa grazie all’esperienza, in un certo modo forse per tentativi ed errori. Il famosissimo “istinto” paterno o materno di cui tanto si parla è, secondo il nostro modesto parere da psicologi, una leggenda metropolitana.

L’istinto genitoriale 

Chi, almeno una volta nella vita, non ha sentito dire la frase: “quella persona ha proprio un istinto materno, sarà di sicuro un bravissimo genitore!”. Sulla base di cosa le persone esprimono questo giudizio? Sulla base di ciò che vedono, possono quindi attribuire questa caratteristica innata ad una persona, molto probabilmente donna, molto calorosa, empatica, accudente, “che ci sa fare con i bambini” quindi che riesce a entrare in sintonia con loro velocemente. Riferirsi a questo concetto dell’istinto materno, implica un pensiero di fondo: esistono genitori adeguati e genitori non adeguati, persone che sanno come fare e persone che non sanno come fare. Noi crediamo che ciascuno di noi, in quanto appartenente alla specie umana naturalmente orientata ad amare (a ricevere amore tanto quanto a darlo), ha in sé delle risorse e delle potenzialità per essere “un buon genitore”, che riuscirà a sviluppare e far emergere principalmente sulla base delle sue esperienze di vita, in primis con i propri genitori e con la propria famiglia e in secondo luogo con il gruppo dei pari. Non esistono quindi persone con un istinto genitoriale e persone che non ce l’hanno: esistono persone che sono riuscite, grazie alle relazioni che hanno avuto nella loro vita, a sviluppare più di altre alcune caratteristiche che riteniamo essere necessarie ad un genitore. E tutti gli altri? Non saranno buoni genitori? Non si dovrebbe essere così drastici, a nostro parere: una delle più grandi “fortune” dell’essere umano è la sua possibilità di cambiare, di svilupparsi, di crescere, di sapersi adattare alle nuove richieste che ogni giorno ci arrivano nel corso della vita. La capacità di sapersi modellare sulle nuove sfide quotidiane è cruciale in ogni ambito, in modo particolare per i genitori che non smettono mai di dover “calibrare” le loro risorse e capacità sulla base del momento del ciclo di vita in cui si trovano i propri figli: è molto diverso essere genitore di un adolescente, piuttosto che essere genitore di un neonato, le competenze e risorse da mettere in atto sono ben diverse.

Aiuto: mio figlio è adolescente

Come dicevamo l’essere genitore è un “lavoro” in cui non si smette mai di imparare e di dover metter in campo risorse e competenze diverse. Forse uno dei momenti più complessi da affrontare per una famiglia è il periodo adolescenziale, periodo di grandi cambiamenti in primis nel ragazzo/a che si ripercuotono inevitabilmente sui genitori e sul loro modo di essere genitori. Una metafora molto calzante usata in ambito psicologico è quella dell’elastico: gli adolescenti “giocano” con un elastico alla cui estremità opposta stanno i genitori; quando lo tendono applicano una forza oppositiva ai genitori, si allontanano da loro, affermano la loro indipendenza; quando mollano la presa si riavvicinano, anche bruscamente, ai genitori facendo prevalere più i bisogni di dipendenza, affidandosi alle cure dei genitori come quando erano più piccoli. Non è un compito facile stare dall’altra parte dell’elastico e saper gestire questi movimenti oscillatori. Quale atteggiamento bisogna adottare? Lasciare che il figlio “giochi” con l’elastico a suo piacimento, avendo un atteggiamento accogliente, comprensivo, empatico, o invece irrigidire la presa e guidare l’oscillazione dell’elastico, avendo uno stile genitoriale più controllante? Le ricerche riguardo a questo tema sono davvero moltissime, non si ha una risposta univoca: dipende moltissimo dalle caratteristiche del figlio, del suo ambiente, delle sue relazioni. Nei casi in cui questa oscillazione e spinta all’indipendenza sia pericolosamente accentuata e porti il ragazzo ad avvicinarsi a comportamenti a rischio come il consumo di sostanze, il gioco d’azzardo, il coinvolgimento in gruppi devianti ecc., uno stile più controllante dovrebbe secondo gli esperti prevalere, ma comunque essere affiancato allo stile empatico e accogliente

In condizioni meno critiche lo stile “supportivo” è risultato essere maggiormente efficace con figli adolescenti: ragazzi e ragazze che affrontano l’adolescenza sono molto impegnati a capire chi sono, quale direzione vogliono intraprendere nella loro vita; è cruciale quindi che sentano di avere il pieno appoggio, incondizionato e non giudicante dei genitori, qualunque cosa decideranno di voler essere.

Genitori come tartarughe marine

Essere genitori, lo ribadiamo, è un compito estremamente arduo e che richiede continui aggiustamenti e cambiamenti e la messa in campo di diverse risorse e competenze, non innate ma che si sviluppano grazie all’esperienza e alle relazioni della propria vita. Per riassumere con una metafora cosa significa, secondo noi, essere genitori possiamo pensare al lunghissimo e complesso viaggio che le tartarughe marine affrontano nel corso della loro vita: nascono sulla spiaggia e già il momento della nascita è forse il più complesso che devono affrontare, devono raggiungere il mare superando mille ostacoli (gabbiani, granchi, alghe, etc.). Proprio come i genitori alla nascita del primo figlio trovano da subito moltissimi ostacoli duri da affrontare. Raggiunto il mare aperto inizia davvero il viaggio, momento che potremmo paragonare al momento in cui il figlio esce dalla fase di massima dipendenza: è proprio quando le difficoltà maggiori sembrano essere superate che ne insorgono di nuove e inaspettate. Le tartarughe faticano molto per trovare la loro via, la corrente che le porterà nei mari più caldi (di cui hanno bisogno per sopravvivere), proprio come i genitori nei primi anni di vita del bambino iniziano a capire che tipo di genitori vogliono e possono essere, che tipo di via vogliono intraprendere. Una volta imboccata “la strada giusta” infine bisogna rimanere all’interno della corrente che porterà a destinazione, avendo la capacità però non solo di affrontare le tempeste e i cambi di rotta che possono presentarsi e che sfuggono dal controllo, ma anche la capacità di capire quando è il momento di uscire dalla corrente: i genitori troveranno vari momenti di difficoltà inaspettate e dovranno avere le risorse necessarie per riconoscerli e affrontarli e, arrivati alla fase di vita adulta del figlio, dovranno avere la capacità di “uscire dalla corrente” per far proseguire il figlio in autonomia, con le proprie “pinne”! 

Bibliografia 

  • Trincas, R., Patrizi, M., & Couyoumdjian, A. (2008). Parental monitoring e comportamenti a rischio in adolescenza: una revisione critica della letteratura. Psicologia clinica dello sviluppo, 12(3), 401-436.
  • Walsh F, La resilienza familiare, Raffaello Cortina editore (2008)
  • http://www.treccani.it/vocabolario/lavoro/

Stili genitoriali e paure

Ogni bambino vive delle paure differenti a seconda della fase evolutiva che sta attraversando. Esse non solo sono emozioni, ma anche reazioni fisiche e psicologiche utilissime che ci permettono di evitare i pericoli. La paura, pertanto, è un meccanismo di difesa che mette in stato di allarme l’organismo quando ci troviamo in prossimità di un pericolo o dinanzi ad un’esperienza ignota. Per questo, la risposta che ne deriva può essere l’attacco o la fuga.

La paura, come altre emozioni primarie, è inscritta nel nostro patrimonio genetico.   Anche il nostro corpo subisce delle modifiche fisiologiche: i battiti del cuore aumentano, la pressione del sangue aumenta, le pupille si dilatano, si può avere la pelle d’oca, una sudorazione accentuata, sensazione di caldo alla testa, tachicardia. In questo stato di allarme, persino gli organi interni, come reni e intestino, lavorano ad un ritmo velocissimo, tanto da produrre dissenteria e disturbi di digestione. Aumenta anche l’attenzione per tenere d’occhio i pericoli.

Più un bambino percepirà come minacciosa una situazione, più intense saranno le emozioni provate. Bisogna sempre valutare l’entità della paura, poiché se tende ad essere troppo intensa e frequente può trasformarsi in fobia ed ansia.

I bambini interiorizzano, attraverso il comportamento degli adulti e le risposte che forniscono, delle emozioni e dei modi di comportarsi. Lo stile genitoriale adottato può favorire o sfavorire il processo evolutivo del bambino ed il loro rapportarsi con il mondo circostante.

Gli adulti che adottano uno stile educativo iper-critico sono sempre pronti ad evidenziare gli errori che il bambino commette, e a gratificare poche volte il proprio figlio per i risultati ottenuti. Ciò determina nel bambino la paura di sbagliare, di essere disapprovato ed una bassa stima di sé.

Uno stile educativo perfezionistico è tipico dei genitori che vorrebbero che il proprio figlio ottenesse risultati ottimali in ogni attività eseguita. Così facendo, nel bambino si determina un’incapacità a tollerare il fallimento, la critica e la disapprovazione. I bambini educati con questo stile, diventano molto ansiosi quando si cimentano in qualcosa di laborioso e credono di valere qualcosa, solo se riescono bene ed ottengono l’approvazione altrui. Spesso, le paure più frequenti in questi bambini sono l’ansia scolastica e l’ansia sociale.

Genitori preoccupati ed ansiosi, e che hanno la tendenza a proteggere i figli da qualsiasi tipo di frustrazione adottano uno stile iperansioso-iperprotettivo. Il bambino crescerà con l’idea che qualsiasi situazione spiacevole vada evitata. Le emozioni derivanti saranno la timidezza e la paura. Il costrutto psicologico con cui dovranno convivere sarà quello che per sopravvivere bisogna assolutamente avere la certezza che le cose vadano bene.

Bisogna, infine, esplicitare che le paure nei bambini vanno rispettate e non certo utilizzate come “arma” per farlo maturare o ridicolizzarlo. Incoraggiarlo o, alcune volte, tentare una spiegazione razionale può avere un effetto inefficace; le sue paure passeranno senz’altro, ma la “cura” più efficace è rappresentata dal rispetto verso di lui, dalla pazienza e dall’occasione che gli daremo di superare le sue paure.

Quando la coppia si separa

È oramai risaputo che i modelli familiari stanno subendo dei cambiamenti rivoluzionari: fino a solo un ventennio fa, la classica famiglia patriarcale la faceva da padrona e tutto ciò che divergeva da questa struttura familiare era considerato una minoranza decisamente atipica.

Oggi invece separazioni e divorzi sono esponenzialmente aumentati: le separazioni dei matrimoni di lunga durata (ovvero superiori ai 17 anni), riguardano ben il 23,5% del totale (Istat, 2018), il doppio di solo vent’anni prima.

La divisione di una coppia all’interno di un sistema familiare comporta numerosi e importanti cambiamenti anche per i figli, che devono adattarsi ad una nuova situazione che non hanno deciso loro. Si fa fatica a spiegare loro i motivi della separazione e non si sa bene come gestire la situazione e quali parole usare. Spesso si cerca di non parlare troppo di ciò che sta avvenendo in famiglia, per paura di farli soffrire; purtroppo però, questa modalità di gestione dei problemi si annovera in quei falsi miti che la nostra cultura ha creato.

Infatti, i bambini si creeranno in ogni caso una teoria della separazione e lo faranno con le informazioni a loro disposizione e col grado di sviluppo cognitivo a seconda della loro età; tutto questo spesso li conduce a darsi fantomatiche responsabilità e a provare un profondo senso di colpa di cui non parlano, ma che esprimono attraverso svariate modalità.

Per quanto dolorosa e complicata possa essere, a volte la separazione è l’unica strada percorribile e si costituisce come il male minore in quelle situazioni dove il conflitto coniugale è molto alto. È doveroso però ricordare che, sebbene ci si possa separare come coppia, non ci si può separare come genitori.

Per quanto doloroso (e fastidioso) bisogna imparare a distinguere la diversità dei due tipi di coppia (quella coniugale da quella genitoriale appunto) e trovare un nuovo modo di gestire i figli in comune, mettendoli al di sopra del conflitto e delle rivendicazioni.

La figura paterna

Da sempre, sia il senso comune che la psicologia tradizionale hanno associato al padre e alla madre due ruoli nettamente distinti e indispensabili: da una parte l’autorità e la regola e dall’altra l’accudimento.

Fino ad oggi quasi la totalità delle ricerche sul tema genitorialità si sono focalizzati sulla figura materna e sul suo rapporto con il neonato, lasciando in secondo piano la paternità. Il ruolo paterno era prevalentemente di tipo economico-disciplinare, ovvero il padre era la figura adibita a provvedere alle necessità economiche della famiglia e a fornire regole e disciplina.

Tutto ciò causava molto spesso una lontananza del padre per ragioni lavorative, andando a riconfermare la piena assunzione del ruolo educativo da parte della madre e lasciando ancora una volta la paternità sullo sfondo.

Solo negli ultimi anni si è iniziato a sostenere l’aspetto condiviso della genitorialità da entrambe le figure come testimonia ad esempio la crescente partecipazione del padre durante l’intero periodo gestazionale fino al momento della nascita, segnalata anche dalla sua presenza in sala parto.

Inoltre, è sempre più diffusa l’adesione dei papà ai corsi preparto così come il coinvolgimento in tutte quelle attività di accudimento del bambino, tradizionalmente appartenenti e tipiche esclusivamente del ruolo materno.

Nascere come Genitori

La nascita di un figlio, del primo in particolar modo, rappresenta un evento di grande gioia per la coppia, connotato da un da una forte valenza emotiva e sociale, ma allo stesso tempo la portata delle forze psicologiche in atto durante l’attesa del figlio può essere difficile da gestire.

Basta pensare a tutte le modifiche che la coppia deve affrontare nel passaggio da un’organizzazione prettamente diadica e coniugale ad una triadica in cui gran parte delle energie deve essere ridiretto verso il nuovo arrivato, per rendersi conto di come tale avvenimento necessiti di un grande impegno psicologico da parte della coppia, che è chiamata ad assumersi le responsabilità proprie del ruolo genitoriale.

I genitori anche prima di aver “conosciuto” a tutti gli effetti il figlio, si formano delle idee ed aspettative su di lui, frutto spesso dei loro sogni ma anche del loro passato, della voglia di riscatto o delle loro speranze.

Se di per sé questo non rappresenti un fenomeno negativo, rischia tuttavia di aggravarsi quando le aspettative genitoriali diventano rigide e poco realistiche, in quanto rischiano di venirsi a scontrare solo successivamente con la realtà, e se dovessero venire disattese diventerebbe più difficile arginare i vissuti di perdita di sicurezza e incapacità conseguenti.

I neogenitori, fin dal concepimento del bambino, devono affrontare una serie di cambiamenti delle strutture personali e interpersonali, con lo scopo di preparare le relazioni e la famiglia all’arrivo del nuovo membro.

La coppia in attesa, per affrontare compiti di sviluppo richiesti dal dover diventare genitori deve impegnarsi per aumentare la coesione tra i membri della famiglia ed elevare le capacità di adattabilità per far fronte ai cambiamenti che l’arrivo di un figlio comporta e deve essere in grado di ridefinire i confini familiari per adattarli all’arrivo del nuovo membro.