La complessità dell’essere Donna

Donna uguale …?

Pensando alla parola “Donna” oggi, quante cose ci vengono in mente?

Le parole racchiudono significati, a volte ristretti e puntuali, altre volte veramente ampi, fluidi e dai confini sfumati; una delle parole dai mille significati è proprio “Donna”.

Proviamo riferendoci all’immaginario comune a individuare alcuni aspetti che possono essere abbinati a questa parola: maternità, femminilità, accudimento, sensibilità, fragilità… ma al contrario anche forza, indipendenza, multitasking… etc.
Accade a volte che una singola parola non può riuscire a racchiudere tutti i suoi significati, perché sono innumerevoli, forse anche in contrasto, perché sono mutevoli, perché cambiano enormemente a seconda della cultura, dell’età, del contesto in cui sono inseriti.

Il concetto di “Donna” nell’Italia del 2020 è un esempio estremamente calzante.

Proviamo a porre a confronto una persona di 80 anni con una di 20, a prescindere dal loro sesso: se si chiede a un ottantenne di pensare alla parola donna, questo riporterà più i primi concetti sopra elencati (madre, accudimento, femminilità, ecc.), se lo si chiede invece a un ventenne è più probabile, ma non scontato, che si riferisca maggiormente ai concetti di forza, indipendenza, multitasking, ecc. Da cosa deriva questo divario?

Sono forte sì, ma poi sono anche fragile

L’eterogeneità di significati che possiamo attribuire al concetto di donna, oggi, è davvero significativa. Proviamo a fare un breve excursus nel nostro passato, nella nostra Storia comune e condivisa per capire da dove derivino i concetti a cui ci riferiamo nel presente. C’è stato un periodo del secolo scorso, in particolare la rivoluzione industriale del dopo-guerra che ha risignificato in modo importante il concetto di donna: la rinascita economica che ha portato un maggiore benessere ha consentito alle donne di prendersi un periodo “di pausa” dal mondo del lavoro (in cui in precedenza erano estremamente presenti, a causa della necessità di mantenere le famiglie mentre gli uomini erano in guerra). Gli anni ‘50-‘60 del 1900 sono quelli che danno vita alla generazione dei baby-boomers, figli del boom economico, appartenenti a famiglie con una specifica caratterizzazione e divisione dei ruoli: madri casalinghe, padri lavoratori. È proprio in questo momento che il concetto di donna è stato abbinato a quello di madre e casalinga, dando vita a uno stereotipo di genere che, purtroppo, sopravvive tutt’ora in buona misura (specialmente tra le generazioni più anziane).

I cambiamenti storici, sociali, economici, culturali in generale, determinano sicuramente il significato che diamo agli eventi, alle parole, ai concetti. Ma facciamo un passo indietro. Nella storia non mancano esempi di grandi donne, del tutto svincolate dallo stereotipo di madre casalinga, che sono forse la nostra matrice culturale da cui hanno potuto prendere vita movimenti, come quello femminista, che rivendicano “tutto il resto” degli aspetti che racchiude il concetto di donna: indipendenza, forza, estrema flessibilità, capacità di adattarsi ai cambiamenti e molto altro. Un esempio storico è sicuramente the queen Victoria, pilastro di un’intera epoca storica, chiamata appunto vittoriana, che guida da sola un’intera nazione infrangendo le regole sociali dell’epoca, affermando con forza la sua indipendenza e rifiutandosi di avere un uomo a guidarla. Quali aspetti sono quindi più calzanti se pensiamo alle donne? Forza, indipendenza o invece empatia, accudimento, fragilità (derivanti dall’idea di donna dipendente dall’uomo lavoratore su molti piani, incluso quello emotivo)? La risposta è, ovviamente, tutti questi!

“Quante donne!”

Perché, se la storia ci insegna che le caratteristiche che definiscono “La donna” sono varie e forse anche in contraddizione tra loro, ancora oggi ci si ostina spesso a ingabbiare la definizione di donna in uno stereotipo, molto restrittivo e davvero poco esaustivo? Il sessismo, cioè la tendenza a valutare le capacità di una persona in base al suo sesso e quindi in base all’identificarla con caratteristiche stereotipiche di “donna” o “uomo”, è in effetti ancora oggi purtroppo molto diffuso, anche se spesso negato. Basta guardare a vari aspetti della vita quotidiana: dal mondo del lavoro, alla vita familiare, alla semplice vita quotidiana. È vero che si presta molta più attenzione oggi rispetto che in passato all’inclusione e alla diversità nelle grandi aziende, si fa attenzione quindi a includere le categorie di solito discriminate, tra queste rientrano le donne. Sono in effetti molto pochi i ruoli dirigenziali o di grande rilievo affidati alle donne. In Finlandia, a dicembre 2019, è stata eletta la premier donna più giovane della storia, Sanna Marin, (peraltro figlia di due madri, diversità nella diversità!) affiancata da leader dei vari partiti politici tutte al femminile. La notizia in Italia ha generato grande scalpore, è qualcosa di cui dover parlare perché in effetti è una novità. Un altro esempio “nostrano” riguarda il mondo universitario: in tutta Italia l’unica università che è riuscita a raggiungere all’anno 2019 una parità dei sessi effettiva è l’Università Bicocca di Milano, con le così dette “quote rosa” che eguagliano e in alcuni casi eccedono il sesso maschile (le studentesse iscritte sono per il 60% donne, la massima carica istituzionale, rettrice, è stata affidata per due mandati consecutivi a donne: Cristina Messa a cui è subentrata Giovanna Iannantuoni). Il cambiamento è quindi in atto, ma è ancora molta la strada da fare. Finché ci sarà bisogno di parlare di inclusione e di quote rosa non si sarà raggiunta una vera e propria parità.

Lavoro-famiglia-famiglia-lavoro

I cambiamenti nello stereotipo di ruolo femminile a lavoro stanno pian piano prendendo piede, in contemporanea e forse di riflesso si modifica anche il ruolo di donna all’interno della famiglia. Conciliare la vita lavorativa e la vita familiare è un compito estremamente arduo, a prescindere dal sesso. Per le donne lo è forse oggi in misura maggiore. Perché? A causa delle forti aspettative connesse allo stereotipo di donna e mamma: la gestione familiare che va dall’accudimento dei figli all’organizzazione delle faccende domestiche grava fin troppo spesso solo sulle donne, rendendole altamente esposte al rischio di sviluppare uno stress dato dalla difficoltà a gestire i due ambiti. La società si aspetta oggi dalle donne che si realizzino in ambito professionale, che mettano il loro impegno e le loro risorse all’interno del mondo lavorativo, ma si aspetta al contempo che siano “mamme esemplari”. È un’aspettativa a dir poco irrealistica, oltre che insensata, una richiesta che, peraltro, non è mai stata rivolta agli uomini. Sebbene ci piaccia poter pensare alla donna come a “wonder-woman” capace di gestire, in contemporanea, ruoli estremamente faticosi e senza il supporto di nessuno, dobbiamo fare i conti con la realtà e soprattutto, rendere possibile la massima realizzazione di ciascuno, che sia uomo o donna, nei suoi ambiti di vita, eliminando per quanto possiamo gli ostacoli e i vincoli e spianando la strada. Per fare ciò iniziare da un trattamento equo dei due sessi potrebbe essere un buon punto di partenza.

La complessità dell’essere donna

Un trattamento equo e soprattutto rispettoso dovrebbe partire dai piccoli gesti quotidiani. Riflettevamo su come molte persone abbinino al concetto di donna quello di femminilità e forse ancor di più quello di sessualità. Questa convinzione porta purtroppo una buona parte degli uomini a perdere di vista il confine tra la persona a cui si rivolgono e l’oggetto sessuale che desiderano. Fenomeni come il “cat-calling” (molestie verbali rivolte da sconosciuti per strada alle donne) sono inquietantemente ancora troppo diffusi: moltissimi, specialmente tra quelli che lo attuano, non riescono a riconoscere nemmeno che si tratti di una molestia, identificandola come “complimento innocuo”. Perché fenomeni del genere sono rivolti alle donne e non sono mai capitati agli uomini? Il problema, è facile da intuire, è culturale. Noi siamo ottimisti e crediamo che la tendenza moderna sia di andare sempre verso una maggiore equità di trattamento tra i sessi e verso un riconoscimento delle molteplici dimensioni e caratteristiche connesse al concetto di donna. Di sicuro per raggiungere questo traguardo c’è qualcosa che tutti nel nostro piccolo possiamo fare, sia uomini che donne: il sessismo benevolo, infatti (atteggiamento sessista attuato dalle donne nei loro stessi confronti proponendosi come creature fragili e bisognose di cure e protezione), è tanto diffuso quanto il sessismo ostile (atteggiamento discriminatorio volto ad affermare la superiorità dell’uomo), forse addirittura in misura maggiore. È importante che tutti, donne in primis, riconoscano la complessità dell’essere Donna, non complessità intesa come difficoltà, ma come varietà di sfaccettature diverse. È importante che tutti diano valore ad ogni singola dimensione dell’essere donna e favoriscano la messa in campo delle risorse e delle sue potenzialità di ciascuna, in ogni singolo ambito di vita.

BIBLIOGRAFIA

La menopausa

La salute psico-fisica della donna, tra le altre cose appare essere indistricabilmente legata alla funzionalità riproduttiva, i cui cambiamenti sono molteplici dalla pubertà all’età anziana.

Dopo i 40 anni circa la donna si trova a fronteggiare la fase della vita in cui passa dall’avere la possibilità riproduttiva a non averla più. Nei paesi industrializzati la menopausa avviene mediamente intorno ai 51 anni, e costituisce un periodo durante la quale, tra le altre cose, le alterazioni ormonali possono condurre a sperimentare difficoltà emotive e corporee.

Poiché l’aspettativa di vita è aumentata enormemente le donne si trovano a percorrere un periodo della vita sempre più lungo dopo la menopausa, e per molte di esse la qualità di vita diminuisce notevolmente a causa dei disturbi psico-fisici legati a questa fase della vita, a cui si associa una maggiore probabilità di essere esposte a patologie quali diabete, obesità e disturbi vascolari e di sperimentare sintomi psicologici come depressione e insonnia. Tali fattori, inoltre, sono legati a una peggiore performance cognitiva, che influenza negativamente le attività quotidiane e il benessere percepito.

Una delle maggiori difficoltà esperite durante questo periodo di vita riguarda l’accettazione dei cambiamenti corporei e il mantenimento di una soddisfacente vita sessuale. Spesso, inoltre, le donne non sono adeguatamente informate sulla modalità più adeguata con cui affrontare alcuni sintomi della menopausa, e questo limita enormemente la possibilità di farvi fronte.

DEPRESSIONE POST-PARTUM

La depressione post partum è un disturbo che colpisce tra il 7% e il 15% delle neomamme e che ha il suo esordio, generalmente, tra la sesta e la dodicesima settimana di vita del bambino.
L’attenzione a questo disturbo è relativamente recente.
L’idea dominante fino a qualche anno fa era che la nascita di un bambino dovesse coincidere con una sorta di “stato di grazia”. La neomamma aveva ricevuto un grande dono e si pensava che le emozioni che la dovessero attraversare fossero solo gioia e profonda dedizione al nascituro.

In realtà numerose ricerche hanno confermato che le cose non vanno esattamente come sopra descritto. Il momento della nascita di un bambino è un momento molto delicato per tutto l’assetto familiare, ma in particolare per la neomamma che si trova a doversi confrontare con un ruolo finora sconosciuto: quello di genitore. Ma non solo. Oltre ad entrare in questo nuovo ruolo deve integrare anche quelli che le appartenevano prima di diventare mamma: compagna, lavoratrice, amica, ecc. Poi c’è un tema di aspettative su di sé, generalmente piuttosto severe, su come dovrebbe essere nel nuovo ruolo di madre (e qui l’errore non viene contemplato). Ed infine c’è un aspetto strettamente fisiologico che porta a sperimentare con maggior probabilità certe emozioni piuttosto che altre.

In questo quadro si può sviluppare la depressione post partum. Prima di descriverne le caratteristiche principali è bene distinguerla da una reazione piuttosto comune, il cosiddetto baby blues. Il baby blues è un periodo, abbastanza ristretto temporalmente (da poche ore ad alcuni giorni), in cui si registra un calo dell’umore accompagnato da instabilità emotiva. Il carattere transitorio del baby blues (connesso anche al suo aspetto significativamente fisiologico) non costituisce un vero e proprio segnale di allarme. Il campanello di allarme si registra quando il periodo in cui la mamma si sente triste, angosciata, disperata dura per almeno 5 settimane e per la maggior parte delle giornate. Inoltre, si manifesta una spiccata diminuzione di interesse per quasi tutte le attività, anche quelle che prima venivano vissute come piacevoli. Inoltre, possono presentarsi sintomi quali: significativa perdita di peso e/o diminuzione o aumento dell’appetito, insonnia/ipersonnia, agitazione o rallentamento psicomotorio, mancanza di energia, senso di colpa eccessivo, ridotta capacità di concentrazione, pensieri ricorrenti di morte o di suicidio. Oltre a questa sintomatologia c’è la profonda percezione di essere da sola nell’affrontare tutto ciò: o come se nessun altro potesse capire o come se tutto questo non potesse essere rivelato perché ce ne si vergogna. Tutto questo può avere poi ripercussioni sulla relazione madre-bambino. Le madri con depressione post partum tendono ad interagire meno con il proprio bambino e lo fanno generalmente in modo meno affettuoso. 

Quando ci si trova a sperimentare i sintomi sopra citati il primo passo è prenderne consapevolezza. Il secondo è rivolgersi ad uno specialista. Ci sono poi dei passi che possono essere fatti nel mentre: distrarsi, prendersi del tempo per dedicarsi ad attività prima vissute come piacevoli o per uscire con il partner, non rimproverarsi e, soprattutto, non isolarsi.