Depressione e ansia: perché il mostro nero e la sedia a dondolo non sono condizioni “normali”?

Diffusione del “fenomeno”

L’ansia e la depressione, come categorie cliniche-psicopatologiche, cioè dei veri e propri disturbi mentali, sono, tra l’altro, tra i più diffusi in assoluto. Soltanto in Italia, secondo l’ISTAT, nel periodo 2015-2017, il 5,4% della nostra popolazione sopra i 15 anni ha sofferto di depressione. Significa che, prendendo casualmente 100 persone di vostra conoscenza sopra i 15 anni, almeno 5 di loro sono stati o sono tutt’ora depressi. È un numero davvero importante, e le stime europee e mondiali sono ancora più elevate. Essendo la depressione una vera e propria malattia, come approfondiremo, non è certamente un dato trascurabile, non parliamo di persone che si sentono “più tristi” rispetto agli altri, per più tempo. La depressione è un disturbo altamente invalidante che può avere come tragico esito il suicidio.

Il secondo tipo di disturbi più diffusi, spesso associati alla depressione e come questa altamente invalidanti, sono i disturbi d’ansia, un insieme ampio di disturbi che va dalle fobie (paure estremamente intense di qualcosa di specifico, come ad esempio le situazioni sociali, in quel caso si parla di fobia sociale appunto) all’ansia da separazione, agli attacchi di panico, etc.

Depressione e ansia sono termini che tutti impieghiamo nel gergo comune, ci viene spontaneo dire di essere depressi quando ci sentiamo “molto giù”, così come ci viene spontaneo dire di essere ansiosi quando siamo molto agitati riguardo a un evento.

Proviamo a inquadrare bene questi due aspetti.

“Sono depresso”, “che ansia!”

Quante volte abbiamo pronunciato in prima persona o abbiamo sentito da amici e parenti frasi come “oggi sono un po’ depresso!”, “guarda, ho un’ansia per domani!”. La depressione e l’ansia sono categorie psicopatologiche, vale a due grandi insiemi che racchiudono alcune patologie psichiche. Tutti, quindi, usiamo questi termini nella vita quotidiana “a sproposito”, attenzione però: non vogliamo “rimproverarvi” di farlo! Anche noi psicologi tendiamo moltissimo a farlo, pur essendo ben consapevoli del loro significato reale, è una spetto culturale, un meccanismo forse inevitabile che non è sbagliato di per sé. Ciò che è importante però, vista anche la diffusione dei disturbi di cui si parlava, è sapere realmente di cosa stiamo parlando. In realtà tra il termine depressione e il termine ansia, uno dei due è quello usato impropriamente, l’altro è assolutamente appropriato e consono al significato che si intende veicolare. Riuscite a indovinare quale?
Proprio così, il termine “ansia” è usato propriamente nella vita quotidiana. Ciò che accade è che la depressione viene sostituita ad una emozione molto intensa, la tristezza, che è comunissimo provare. L’ansia invece non costituisce un’emozione ben definita, è invece uno stato di attivazione del corpo e della mette che ci mette allerta, ci tiene “sull’attenti”. Possiamo affermare che è “normale” o meglio molto adattivo, sano, provare ansia (fino a una certa misura), così come è sano provare tristezza… ma non lo è la depressione!

Il mostro nero

Più volte andando ad ascoltare le testimonianze degli ammalati di depressione si ritrova la metafora del “mostro nero”: qualcosa di terrificante che ti inghiotte, ti assorbe, ti rende impossibile muoverti, pensare o fare qualunque altra cosa, ti fa “vedere tutto nero” spegnendo la luce e la vita tutto intorno. È molto difficile rendere l’idea di come si possa sentire una persona depressa, ma sicuramente non si sente più triste del normale. Perché tristezza e depressione sono due cose completamente diverse? La tristezza è un’emozione e come tutte le emozioni è “inevitabile”, utile e funzionale, ci serve. Essere tristi è qualcosa che capita a tutti, più o meno spesso, perché è utile? Come tutte le emozioni ci dà “un’avvertimento”: se siamo tristi riguardo a un evento, la nostra mente ci avverte di fermarci un attimo, concentrarci su quell’evento e capire perché ci fa sentire in quel modo, dandoci l’occasione di riflettere a fondo su qualcosa. Inoltre, la tristezza è forse l’emozione più funzionale a richiamare la vicinanza altrui, il supporto delle persone a noi cari: quando ci sentiamo tristi e lo mostriamo agli altri la reazione spontanea di questi è “consolarci”, darci “una spalla su cui piangere”. Perché la depressione è qualcosa di completamente diverso?

Innanzitutto non è un’emozione, è una malattia, uno stato pervasivo che assorbe la persona nella sua interezza. Essendo una malattia non è né funzionale, né utile, né inevitabile: sebbene tutti abbiamo detto almeno una volta “oggi sono un po’ depresso” non è assolutamente vero che tutti lo siamo stati (per fortuna!). Non è utile perché non ci dà quell’occasione di riflessione sul nostro stato d’animo, sulle nostre emozioni, al contrario: essere depressi rende impossibile pensare, l’unica cosa su cui si riesce a focalizzarsi è la depressione stessa, la negatività, il vuoto. Inoltre, esattamente all’opposto della tristezza, le persone depresse non ricercano la vicinanza degli altri, non riescono a mantenerla e, involontariamente, la respingono. La depressione infatti come detto rende impossibile fare qualunque cosa, specialmente intrattenere relazioni sociali.

È difficilissimo, lo ribadiamo, cercare di comprendere come possa sentirsi una persona depressa, immedesimarsi. Per questo, più volte nella nostra esperienza abbiamo visto parenti e amici di persone malate di depressione reagire con incredulità, sconforto, forse anche rabbia alla malattia di una persona cara: “come può continuare a stare in quello stato? Perché non si impegna a guarire e uscire, se non vuole farlo per sé stesso almeno per la sua famiglia!”. Purtroppo non funziona così, proprio perché la depressione non è tristezza. Non puoi impegnarti a non pensarci,

focalizzarti su ciò che c’è di positivo nella vita. Non puoi uscirne senza un aiuto esterno competente in materia. D’altronde le favole ce lo insegnano bene, l’eroe della storia può essere il più bello, il più forte, il più arguto e intelligente ma, contro i mostri, senza l’aiuto di un mago, di una fata, di uno strumento come una spada magica difficilmente riuscirà a sconfiggere il mostro.

La sedia a dondolo

L’ansia, come si diceva, è uno stato fisiologico di attivazione generale. Di base è adattiva (proprio come la tristezza): ci mette allerta, ci dà una “scossa” tenendoci sull’attenti per affrontare un certo evento o una situazione. È adattiva, ma fino a un certo punto, un picco oltre il quale diventa dannosa e controproducente. Ciò è mostrato molto bene graficamente dalla curva di Yerkes e Dodson: sull’asse orizzontale c’è la prestazione, la riuscita, su quella verticale l’ansia, il punto più alto della campana è il limite dopo il quale l’ansia anziché far migliorare la prestazione la fa diminuire. È un po’ come, quando cuciniamo, mettiamo il sale: bisogna trovare il punto giusto, senza sale i cibi non vanno bene, non sono buoni, ma con troppo sale sono immangiabili, bisogna trovare il punto giusto. Superato “il punto giusto” dell’ansia, questa diventa disadattiva, ci ostacola. I disturbi d’ansia sono vari, ma hanno tutti una caratteristica comune: in quanto disturbi, appunto, interferiscono con la vita quotidiana, sono debilitanti.

Una scrittrice statunitense, Jodi Picoult, ha definito l’ansia cronica come una sedia a dondolo: continui a muoverti ma resti fermo. L’immagine è molto suggestiva e, secondo noi, azzeccata. Si è, infatti, in un continuo stato di agitazione, di allerta: si cerca di evitare la situazione che può mettere ansia, si fa di tutto per controllare l’ansia e mantenerla al di sotto di una certa soglia, si monitora continuamente l’ambiente alla ricerca di qualcosa che possa “mettere ansia”. Facendo questo però, continuando a “dondolare” nell’ansia non si riesce a camminare, ad andare avanti: non si riesce a intraprendere un’attività o a concluderla e non parliamo solo di “prestazioni” come può essere un esame all’università o una presentazione a lavoro, nei casi più gravi si parla anche di semplici attività quotidiane come uscire di casa o mangiare in pubblico (sintomi tipici di agorafobia e fobia sociale).

L’ansia è in qualche modo anche esorcizzata nella vita quotidiana, specialmente grazie anche all’aiuto dei social è comunissimo imbattersi in meme (elementi culturali diffusi tramite internet) sull’ansia, forse il più classico: “my anxiety has anxiety at this point” (le mie ansie hanno l’ansia, arrivati a questo punto). Esorcizzare fa benissimo, è adattivo, ma bisogna stare attenti a non oltrepassare il labile confine che porta a sminuire: se un amico ci confida che soffre di problemi d’ansia, per cui magari ha anche chiesto aiuto specialistico (ed è molto probabile che almeno una persona di vostra conoscenza l’abbia dovuto fare, dato che, lo ricordiamo, è la secondo categoria di disturbi mentali più diffusa) non sarà per lui confortante sentirsi dire “ah ma anche io ho un sacco di ansia! Non ci pensare che ti passa”. Ricordatevi della metafora del sale: il vostro amico probabilmente ha già messo troppo sale… direste a un cuoco che ormai ha salato troppo la pietanza “ma dai non ci pensare, se non ci pensi il sale non lo senti”? Sicuramente no.

Nuovamente, queste nostre riflessioni non sono “rimproveri” che rivolgiamo a tutti coloro (tanti) che non conoscono i disturbi mentali e quindi usano in modo improprio alcune terminologie o rispondono in modo non empatico, rassicurante e supportivo a chi confida i propri problemi. Crediamo invece che diffondere un po’ di conoscenza su questi argomenti sia molto utile a comprendere meglio sé stessi e gli altri, ma soprattutto a ricordarci che non siamo depressi se ci sentiamo tristi, la nostra ansia non è uguale a quella di chi ne soffre in modo rilevante e, ultimo ma non meno importante non siamo tutti esperti cuochi (o psicologi!) che possono dispensare consigli su argomenti che non conoscono bene.

Bibliografia

  • https://www.istat.it/it/archivio/219807
  • Gabbard, G. O. (2007). Psichiatria psicodinamica, quarta edizione. Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Teigen, K. H. (1994). Yerkes-Dodson: A law for all seasons. Theory & Psychology, 4(4), 525-547.

DEPRESSIONE POST-PARTUM

La depressione post partum è un disturbo che colpisce tra il 7% e il 15% delle neomamme e che ha il suo esordio, generalmente, tra la sesta e la dodicesima settimana di vita del bambino.
L’attenzione a questo disturbo è relativamente recente.
L’idea dominante fino a qualche anno fa era che la nascita di un bambino dovesse coincidere con una sorta di “stato di grazia”. La neomamma aveva ricevuto un grande dono e si pensava che le emozioni che la dovessero attraversare fossero solo gioia e profonda dedizione al nascituro.

In realtà numerose ricerche hanno confermato che le cose non vanno esattamente come sopra descritto. Il momento della nascita di un bambino è un momento molto delicato per tutto l’assetto familiare, ma in particolare per la neomamma che si trova a doversi confrontare con un ruolo finora sconosciuto: quello di genitore. Ma non solo. Oltre ad entrare in questo nuovo ruolo deve integrare anche quelli che le appartenevano prima di diventare mamma: compagna, lavoratrice, amica, ecc. Poi c’è un tema di aspettative su di sé, generalmente piuttosto severe, su come dovrebbe essere nel nuovo ruolo di madre (e qui l’errore non viene contemplato). Ed infine c’è un aspetto strettamente fisiologico che porta a sperimentare con maggior probabilità certe emozioni piuttosto che altre.

In questo quadro si può sviluppare la depressione post partum. Prima di descriverne le caratteristiche principali è bene distinguerla da una reazione piuttosto comune, il cosiddetto baby blues. Il baby blues è un periodo, abbastanza ristretto temporalmente (da poche ore ad alcuni giorni), in cui si registra un calo dell’umore accompagnato da instabilità emotiva. Il carattere transitorio del baby blues (connesso anche al suo aspetto significativamente fisiologico) non costituisce un vero e proprio segnale di allarme. Il campanello di allarme si registra quando il periodo in cui la mamma si sente triste, angosciata, disperata dura per almeno 5 settimane e per la maggior parte delle giornate. Inoltre, si manifesta una spiccata diminuzione di interesse per quasi tutte le attività, anche quelle che prima venivano vissute come piacevoli. Inoltre, possono presentarsi sintomi quali: significativa perdita di peso e/o diminuzione o aumento dell’appetito, insonnia/ipersonnia, agitazione o rallentamento psicomotorio, mancanza di energia, senso di colpa eccessivo, ridotta capacità di concentrazione, pensieri ricorrenti di morte o di suicidio. Oltre a questa sintomatologia c’è la profonda percezione di essere da sola nell’affrontare tutto ciò: o come se nessun altro potesse capire o come se tutto questo non potesse essere rivelato perché ce ne si vergogna. Tutto questo può avere poi ripercussioni sulla relazione madre-bambino. Le madri con depressione post partum tendono ad interagire meno con il proprio bambino e lo fanno generalmente in modo meno affettuoso. 

Quando ci si trova a sperimentare i sintomi sopra citati il primo passo è prenderne consapevolezza. Il secondo è rivolgersi ad uno specialista. Ci sono poi dei passi che possono essere fatti nel mentre: distrarsi, prendersi del tempo per dedicarsi ad attività prima vissute come piacevoli o per uscire con il partner, non rimproverarsi e, soprattutto, non isolarsi.

La Ruminazione

Sentirsi in balia di pensieri negativi ricorrenti riguardo fatti od emozioni sperimentate nel passato: questo è la cosiddetta ruminazione.

La ruminazione è un processo di pensiero tipico delle persone in stato depressivo. Il pensiero e le emozioni sono rivolte sempre ad un passato in cui qualcosa è andato storto o in cui qualcos’altro non è andato come si sperava.

La caratteristica principale della ruminazione è che produce pensieri negativi continui, un vero e proprio flusso, che sembra inarrestabile nella mente di chi lo vive. Frequenti sono i pensieri “Lo so che non mi fa bene pensarci continuamente, ma non riesco a fare altrimenti” oppure “Non capisco perché mi vengano, non ho modo di controllarli, arrivano all’improvviso”.

E dai pensieri pessimistici si passa, agevolmente, a emozioni quali disperazione ed angoscia.
Secondo Clark, Beck e Brown (1989) la ruminazione è associata in modo significativo alla perdita e al fallimento. Questo processo è tanto più forte quanto viene valutato (anche abbastanza inconsapevolmente) da chi lo mette in atto come un tentativo di risolvere un problema o di non commettere più certi errori (che non è detto che siano tali oggettivamente, ma si tratta piuttosto della percezione del vissuto). Talvolta la ruminazione viene scambiata per riflessione, ma ci sono alcune sostanziali differenze.

Chi rumina tende, di fronte a un problema, a focalizzarsi sugli elementi critici; chi riflette invece si focalizza sia sugli elementi critici che su quelli neutri o positivi cercando, in caso di problema irrisolvibile, di concentrarsi su cosa fare per sopportare o ovviare le conseguenze. Occorre comunque sottolineare che talvolta il meccanismo di ruminazione è presente anche in chi non soffre di depressione. L’aspetto che distingue la ruminazione patologica da quella non patologica è che, nel primo caso, si dedica a questa attività molto più tempo ed energie mentali ed emotive, mentre nel secondo lo si fa per un tempo limitato valutando in modo abbastanza immediato l’inutilità e la dannosità del processo. La ruminazione incide negativamente anche sulla memoria: da un lato chi rumina ha maggiori probabilità di non ricordare le cose, dall’altro tende a ricordare con più facilità gli eventi negativi. Inoltre, ostacola la concentrazione.

Le ricerche dimostrano come sia possibile smettere, o per lo meno ridurre in modo significativo, la ruminazione. Il primo passo è quello di riconoscere quando si rumina e le conseguenze disfunzionali che questa comporta. Successivamente si dovrà iniziare a spostare il processo di ruminazione, a incanalarlo in un preciso momento della giornata o semplicemente a rimandarlo, consapevolmente, il più possibile. Alcune tecniche, anche di tipo immaginativo, possono essere di supporto per posporre la ruminazione. L’ultimo passo sarà quello di imparare a non reagire alla ruminazione, ovvero a lasciar andare i pensieri in modo non giudicante: questo, che richiama i principi di mindfulness, serve a lasciare andare i pensieri, anche negativi, a osservarli dall’esterno e a non caricarli emotivamente.

Pensieri ed emozioni nella Depressione

È capitato a tutti, almeno una volta nella vita, di pronunciare l’espressione “oggi sono depresso”.
Generalmente la si pronuncia a margine di quelle giornate no, dove tutto sembra non andare come dovrebbe o come ci aspetteremmo. Questo porta a porsi delle domande sulle nostre capacità di far funzionare le cose, domande che magari non riguardano solo ciò che non è funzionato quel giorno, ma anche quello che non è funzionato nel nostro passato.

“Non sono in grado, non valgo abbastanza” sono i pensieri che fluttuano nella mente.
Le emozioni invece possono essere varie: dalla tristezza alla disperazione, dal senso di colpa alla rabbia. Se il giorno in questione rimane uno soltanto (o comunque un breve periodo) allora si può parlare di un periodo in cui la persona ha un umore deflesso, ma non di depressione vera e propria. Cosa distingue dunque la tristezza dalla depressione?

Cosa distingue dunque la tristezza dalla depressione? 

Innanzitutto, la tristezza, per quanto venga sperimentata dai più come un’emozione non piacevole, ha una funzione importante per il nostro benessere perché ci aiuta a capire cosa è significativo per la nostra vita e ci può stimolare a formulare un piano per raggiungere i nostri scopi. La depressione ha più a che fare con l’angoscia e la disperazione nel senso letterale del termine ovvero di mancanza di speranza. Nella depressione la persona perde senso e scopo

La tristezza poi, come tutte le emozioni, ha un suo ciclo di vita ben preciso: questo significa che anche in quella giornata dove tutto sembra non andare per il verso giusto ci saranno dei momenti in cui la tristezza sarà più intensa ed altri in cui lo sarà meno. Nella depressione invece l’umore è costantemente orientato in basso. Questa importante deflessione dell’umore é causa e al tempo stesso conseguenza della perdita di interesse per qualsiasi attività sia da quelle che vengono definite “utili” (necessarie per la conduzione del nostro quotidiano come “fare la spesa”) sia da quelle “piacevoli” (variabili per ciascuno a seconda delle sue preferenze).

Un’altra emozione centrale nella depressione è il senso di colpa. Spesso infatti quando si è depressi si sperimenta un eccessivo senso di colpa: si ritiene di avere colpa per molti eventi che accadono nella vita e che hanno conseguenze negative, anche di quelli in cui, in modo oggettivo, risulta chiara la non possibilità di controllo assoluto. Ci si sente in colpa anche per la propria depressione e questo porta anche ad isolarsi ed allontanarsi da chi si ha accanto aumentando una spirale di solitudine e valutazione negativa di sé. 

Oltre alle emozioni un ruolo importante lo hanno i pensieri: in aggiunta a quelli sopra citati frequenti sono “non riuscirò mai ad uscire da questa situazione, non mi amerà mai nessuno, fallirò in tutto”. Questi pensieri spesso sono talmente radicati nella mente che si attivano in modo automatico. Ne derivano un numero importante di idee negative su sé, sul mondo e sul futuro: vengono presi in considerazione solo gli aspetti negativi, mentre quelli positivi e neutri non vengono né considerati né visti, portando chi li formula ad un giudizio “negativamente ingiusto” su di sé.

Cos’è la DEPRESSIONE?

Depressione è un termine utilizzato di frequente nel linguaggio comune come sinonimo di tristezza e viene usato anche per indicare uno stato d’animo scontento o una persona infelice. In realtà la depressione è una realtà ben più complessa e caratterizzata da segnali ben precisi ad un occhio esperto.

Può essere presente la malinconia, ma associata anche ad altri sintomi , come mancanza di energia, di vitalità, di progettualità, senso di impotenza, disturbi del sonno o ipersonnia, irritabilità, affaticabilità, riduzione dell’autostima, tendenza all’autocolpevolizzazione, perdita di fiducia nel futuro, anedonia, rallentamento dei movimenti e in casi più gravi ideazioni suicidarie, disturbi dell’appetito, umore cupo al mattino, ansietà, tristezza pervasiva, perdita dell’interesse sessuale e ritiro sociale.

La depressione che è rappresentata anche da una brusca modificazione del tono dell’umore può sopraggiungere in assenza di cause esterne scatenanti. Gli elementi che concorrono allo sviluppo della depressione e che regolano in generale l’equilibrio psichico sono differenti e possiamo evidenziare fattori fisici, ambientali, chimici, climatici, genetici, sociali. La scelta di un programma terapeutico tiene presente di una dimensione che include più elementi, a vantaggio di una valutazione clinica che includa le caratteristiche soggettive e le aspettative di prognosi del paziente.

Anche la qualità dei rapporti familiari, le figure di accudimento e il tipo di educazione rappresentano elementi determinanti la depressione. Esistono depressioni importanti e indotte da malattie organiche o che sopraggiungono in età avanzate e depressioni con esordio già in età adolescenziale e con incidenza maggiore nel sesso femminile. È importante riconoscere le cause, l’intensità e la durata dei sintomi, perché una diagnosi tempestiva ridurrebbe l’incidenza dello sviluppo di disturbi dell’umore più importanti. Anche la farmacologia in situazioni acute è di sostegno alla cura del paziente e se associata ad un lavoro profondo sulle cause che inducono il soggetto allo smarrimento sul senso della vita e delle proprie capacità di ritrovare il piacere di vivere, diventa parte di una profilassi accurata.

La depressione può arrivare anche in periodi di vita critici, come la perdita di una persona cara, la scoperta di una malattia o il doversi adattare a dei cambiamenti di vita anche positivi. In questi casi esiste una soggettività con le sue potenzialità e il suo funzionamento, con meccanismi di difesa psicologici e vissuti che intervengono nell’assestamento ad un distress emotivo.  Identificare e distinguere i sintomi di una depressione reattiva ad un evento doloroso o traumatico, non solo per intensità e durata, ma anche per la sua entità, è utile ai fini della gestione del disagio e nella riduzione del rischio di cronicizzazioni di sensi di colpa, senso di fragilità, calo dell’autostima e sviluppo di un disturbo di depressione maggiore.

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