Come si curano i disturbi alimentari (parte2)

Ci sono diversi modelli psicologici su base scientifica utili per gestire il disturbo alimentare. I vari approcci sono tra di loro associabili ma la condizione imprescindibile è la collaborazione della persona che sta male che deve essere motivata e disponibile al cambiamento.

Il sintomo alimentare spesso rappresenta l’unica modalità possibile per definire la propria identità, attraverso riferimenti esterni. Il lavoro psicoterapeutico consente di dare significato ed emozioni e pensieri alla base di un agire disfunzionale nel rapportarsi al cibo.

L’approccio psicologico più utile è l’integrazione tra un lavoro di terapia cognitiva comportamentale (lavoro sulle cognizioni e i pensieri disfunzionali che la persona ha sul cibo e sul proprio corpo, sui comportamenti messi in atto come la restrizione alimentare, l’evitamento, i comportamenti sul controllo del peso e del corpo) e un lavoro di terapia psicodinamica più profondo sui significati che il cibo veicola nel mondo interno della persona che ne soffre. Un trattamento che sia efficace deve infatti occuparsi non solo dei sintomi e delle abitudini alimentari non sane (l’eliminazione delle regole dietetiche estreme e rigide con l’adozione di linee guida saltuari flessibili, ripristinare la percezione di fame e sazietà, interrompendo le restrizioni alimentari o al contrario le abbuffate e i metodi di compensazione) ma capire anche i significati profondi legati a questo malessere. Il cibo infatti diventa il modo per fronteggiare le proprie emozioni; o si rifiuta il cibo con l’illusione di controllo o lo si usa in modo esagerato, abbuffandosi per consolarsi o per punirsi. Ma esistono strategie più utili ed efficaci per gestire le emozioni negative che possono essere insegnate.

La difficoltà a riconoscere le proprie emozioni e i deficit nelle abilità metacognitive sono caratteristiche presenti trasversalmente nei disturbi di alterazione del comportamento alimentare. Sulla base di numerosi studi di validità scientifica, la Self Mirroring Therapy è una metodica innovativa che promuove la consapevolezza delle emozioni e dei pensieri della persona soprattutto nei casi in cui tale capacità sia scarsa o deficitaria e rappresenti un ostacolo al trattamento. La metodica consiste nel registrare alcuni momenti della seduta da far rivedere alla persona allo scopo di riattivare quei meccanismi di risonanza empatica mediai dal sistema dei neuroni a specchio. Osservando le proprie espressioni emotive, la persona può entrare più facilmente in contatto con la propria condizione di disagio e sofferenza, diventare consapevole delle proprie emozioni, dei propri pensieri, convinzioni e aspettative: condizione indispensabile per attivare percorsi di accettazione, autocompassione e perdono verso se stesso, contribuendo alla creazione di un’idea di sé più positiva e funzionale. La persona risulta così stimolata a prendersi cura di se stesso ed a lavorare sul proprio cambiamento che in fondo, è il core di ogni psicoterapia.

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Come si curano i disturbi alimentari (parte1)

I disturbi del comportamento alimentare sono disturbi psichiatrici che possono progredire facilmente verso la cronicizzazione con gravi ripercussioni a breve e a lungo termine e con un impatto considerevole sulla vita famigliare, lavorativa e sociale. Inoltre spesso il disturbo alimentare è associato ad altre patologie psichiatriche, in particolare la depressione, ma anche i disturbi d’ansia, l’abuso di alcool o di sostanze, il disturbo ossessivo-compulsivo e i disturbi di personalità. Possono essere presenti anche comportamenti auto aggressivi, come atti autolesionistici (ad esempio graffiarsi o tagliarsi fino a procurarsi delle piccole ferite, bruciarsi parti del corpo) e tentativi di suicidio che complicano il quadro psicopatologico.

Accanto alla valutazione psichiatrica e la riabilitazione nutrizionale, è necessario accompagnare la persona in un supporto terapeutico. Chi non ha un buon rapporto con il cibo, ha bisogno di confrontarsi con le proprie abitudini alimentari, riconoscere la funzione sostituiva e/ o compensativa del cibo, imparare a gestire ed esprime le proprie emozioni in maniera diversa che ricorrendo al cibo o rinunciandoci. Questi sono i presupposti per uscire dal disturbo alimentare.

Da soli non è semplice.

Chiedere aiuto è importante per:

  • portare sollievo alle emozioni negative di vergogna, paura, senso di colpa;
  • aumentare la remissione dei sintomi e del malessere soggettivo;
  • smettere che la malattia comprometta la qualità di vita;
  • fermare i danni organici del problema alimentare (alterazione gastroenteriche, cardiovascolari, metaboliche ed elettrolitiche).

Il primo passo è la consapevolezza di riconoscere la difficoltà

Il secondo passo è chiedere aiuto

Il terzo passo è intraprendere un percorso di aiuto

Parenti o amici di una persona che soffre di disturbo alimentare, si trovano in difficoltà: notano i comportamenti autodistruttivi della persona, ma spesso non hanno il coraggio di parlare apertamente.

Allo stesso tempo, stare vicino a persone che soffrono di un problema alimentare non è semplice, ci si sente impotenti e incapaci di aiutare la persona che amiamo.

Spesso la persona malata rifiuta l’aiuto del famigliare e questo fa sentire ancora di più un senso di rabbia e frustrazione. Ma accusare o rimproverare non è produttivo. Il confronto spesso si riduce a suppliche o minacce che non fanno altro che allontanare la persona sofferente. Così come accusare la persona che soffre, di mancanza di volontà di reagire, produce un effetto di assoluta resistenza.

L’atteggiamento migliore, seppur, difficile, è quello di disponibilità e vicinanza e di supportare la persona a chiedere aiuto. Uscire dal circolo vizioso che caratterizza i disturbi alimentari non è semplice ma fattibile.

L’ambiente famigliare e sociale può avere un ruolo nell’ insorgenza e nel mantenimento del disturbo alimentare ma non è la causa e soprattutto può diventare un prezioso alleato nel percorso di guarigione a fianco degli specialisti.

La persona che soffre di un disturbo alimentare deve essere accompagnata ad acquisire una nuova consapevolezza nella relazione con l’altro e aiutarlo a dare strumenti nuovi per far fronte alle angosce legate all’aver un rapporto non sano con il cibo.

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Quali sono le cause dei disturbi alimentari?

Cosa fa sì che un “comportamento disordinato” resti tale e cosa, invece, lo fa evolvere in un disturbo dell’alimentazione? Non esiste un’unica causa! Il modello eziopatogenetico per questi disturbi è multifattoriale vale a dire che non sono la conseguenza di un preciso e singolo problema ma sono condizioni complesse generate dalla presenza contemporanea di più fattori di natura diversa.

Esistono diversi fattori predisponenti:

• Fattori biologici genetici (Il patrimonio genetico crea una condizione di vulnerabilità necessaria ma non sufficiente che costituisce il terreno fertile per l’innescarsi di una patologia alimentare).

• Fattori di predisposizione psicologica e caratteristiche di personalità (perfezionismo, bassa autostima, storia famiglia di disturbi alimentari, impulsività, depressione).

• Fattori di natura relazionale (conflittualità famigliari, aspettative elevate, svalutazioni sul peso e sull’aspetto fisico).

• Fattori di natura socioculturale (l’influenza dei mass media, le mode, i valori legati sulla promozione di un ideale estetico e di successo personale).

Il modello eziopatogenetico ha però valore probabilistico. Al di là delle cause, ci sono delle condizioni in grado di aumentare la probabilità che il disturbo si presenti. La presenza di fattori di rischio elevati non determina automaticamente lo sviluppo di un disturbo alimentare ma aumenta la probabilità che esso si manifesti. È indubbio che la presenza di medesimi fattori di rischio in due persone differenti non garantisce lo sviluppo di un disturbo alimentare in entrambe le persone.

Esistono infatti delle condizioni di fattori scatenanti, come una perdita, un lutto, una delusione che sono in grado di far comparire alcuni sintomi del disturbo alimentare nelle persone con elevati fattori di rischio e bassi fattori di protezione.

La distinzione categoriale ha mostrato nella clinica che i pazienti con disturbi alimentari condividono diversi nuclei psicopatologici, vale a dire le caratteristiche cliniche tendono a persistere nel tempo modificandosi e si assiste spesso a una migrazione delle diagnosi. Purtroppo le manifestazioni cliniche dei disturbi dell’alimentazione, si mantengono in uno stato di continua attivazione a causa di fattori di mantenimento, principalmente perfezionismo, bassa autostima e relazioni sociali disfunzionali. L’insoddisfazione perenne nei confronti del proprio corpo fa ruotare i nostri pensieri e fantasie, intorno al peso e alle diete. “cosa mangiare, quanto, come e con chi”, fanno trascurare amici e famiglia, in una spirale di insoddisfazione continua.

Le conseguenze dei disturbi alimentari ricadono sul funzionamento fisico, psicologico, sociale e lavorativo. Le complicanze legate alla denutrizione, vomito autoindotto, abuso di diuretici e lassativi sono numerosi, così come la complicazione del proprio stile di vita.

Quali sono i disturbi alimentari? (parte4): Ortoressia e Bigoressia

Ci sono altri disturbi legati alla restrizione ed evitamento dell’assunzione di cibo:

L’ortoressia, è una condizione caratterizzata dall’eccessiva attenzione alla forma fisica, un’insolita preoccupazione per la salute e una tendenza a preferire l’assunzione di determinati alimenti, impoverendo la propria dieta perché le regole diventano sempre più rigide. Chi soffre di questo disturbo tende a isolarsi perché difficilmente famigliari e amici tollerano questo comportamento di convinzione fideistica delle proprie scelte.

La bigoressia, è una condizione caratterizzata dalla auto percezione distorta di sentirsi gracile che induce le persone che ne soffrono ad assumere regolarmente integratori, anabolizzanti e diete iperproteiche e svolgere eccessiva attività fisica per aumentare la propria massa muscolare. È presente in prevalenza nella popolazione maschile e tra chi pratica molto esercizio fisico. Similmente ai disturbi alimentari “classici” si assiste a un’alterazione della percezione di sé accompagnata da un pensiero continuo sulle forme corporee.

Quali sono i disturbi alimentari? (parte3): Binge Eating Disorder

Il disturbo da alimentazione incontrollata: abbuffate, non seguite da comportamenti di compenso. Il cibo consente di tollerare alcune emozioni.

Il disturbo da alimentazione incontrollata (traduzione italiana del termine Binge Eating Disorder; BED) è un disturbo che si caratterizza per la presenza di crisi bulimiche in assenza di comportamenti di compensazione inappropriati per il controllo del peso.

Le abbuffate avvengono di nascosto, in modo frettoloso e con un senso di disperazione. Spesso le persone mantengono una alimentazione normale di fronte agli altri mentre da soli, ingoiano il cibo in modo veloce, meccanico, quasi non masticandolo nemmeno.

I primi momenti dell’abbuffata sono descritti come piacevoli ma poi si perde ogni senso di gusto e di piacere e le abbuffate diventano episodi spiacevoli frettolosi. C’è il desiderio ardente del cibo.

Le persone con questo disturbo usano il cibo per regolare i propri stati emotivi i positivi o negativi; il cibo è l’unico modo per non sentire dolore, tristezza o esprimere la propria rabbia. Le persone sono spesso in sovrappeso e manifestano una grande insoddisfazione circa il proprio corpo, sentendosi “diversi “e isolati dai loro contatti sociali.

Ti riconosci in alcuni comportamenti sospetti?

• Ti capita di abbuffarti regolarmente?

• Hai la sensazione che di fronte al cibo si perde il controllo?

• Hai la sensazione di mangiare molto velocemente e con voracità?

• Hai la sensazione di non accorgerti di quando si ha mangiato abbastanza e di continuare fino a che non c’è più spazio nello stomaco?

• La voglia e il bisogno di mangiare arrivano anche quando non hai fame, non riconoscendo la differenza tra fame e sazietà?

Quali sono i disturbi alimentari? (parte2): Bulimia nervosa

Bulimia nervosa: abbuffate, comportamenti di compenso e l’eccessiva valutazione al peso e alla forma del corpo.

Il termine bulimia deriva dal greco e significa “fame da bue”. La bulimia è un comportamento alimentare caratterizzato dalla presenza di abbuffate (l’ingestione di una quantità di cibo significativamente superiore a quella che la maggior parte degli individui assumerebbe nello stesso tempo ed in circostanze simili, caratterizzato dalla sensazione di perdere il controllo ed eseguita con molta voracità) e l’uso di condotte compensatorie inadeguate usate per prevenire l’aumento di peso, quali vomito autoindotto, abuso di farmaci o lassativi.

Una crisi bulica può capitare più volte durante la stessa giornata, introducendo cibi di ogni qualità e in ogni quantità: l’importante è avere la sensazione di tappare quel senso di vuoto interiore. L’episodio è vissuto come molto angosciante e l’abbuffata avviene solitamente in solitaria.

Dopo una crisi bulica, compaiono spesso vissuti di vergogna e di colpa; il sollievo dovuto all’abbuffata è solo temporaneo. I comportamenti compensatori rappresentano un sollievo passeggero, sembra che allievino l’ansia che la persona prova ma subentra poi un forte senso di angoscia e preoccupazione per il non essersi sentiti consapevoli di controllarsi.

Il cibo diventa una risposta compensatoria per arginare emozioni negative e inaccettabile, da cui la definizione emotional eating. È molto frequente la presenza del tratto temperamentale dell’impulsività che si manifesta non solo con l’uso inappropriato del cibo ma anche comportamenti autolesivi come tagli, bruciature, uso di alcol e droghe e lo sperimentare situazioni a rischio.

L’esordio della bulimia si può verificare in relazione a una forte restrizione alimentare per modificare il peso e la forma del corpo o in seguito a difficoltà personali ed emotive nel fronteggiare frustrazioni o situazioni difficili.

Ti riconosci in alcuni comportamenti sospetti?

• i tuoi pensieri ruotano di continuo intorno al cibo e all’aspetto fisico e hai sempre paura di ingrassare? (anche se la quantità che mangi e il tuo peso sono normali?)

• ti capita di abbuffarti regolarmente?

• hai la sensazione di non riuscire più a controllare il tuo comportamento alimentare?

• cerchi di smaltire le calorie assunte tramite vomito autoindotto, abuso di farmaci o attività sportiva?

Quali sono i disturbi alimentari? (parte1): Anoressia nervosa

Anoressia: la condizione di sottopeso, la paura di ingrassare e l’eccessiva attenzione alla propria forma corporea

ll termine anoressia deriva dal greco “anorexia” e significa letteralmente “mancanza di appetito”. Il nodo centrale dell’anoressia nervosa non è il fatto di non sentire la fame (che anzi spesso è solo negata), ma un desiderio patologico di essere magre.

Le persone affette da anoressia hanno una paura molto forte di ingrassare; l’aumento del peso è vissuto come minaccioso e disturbante. La paura di ingrassare diventa più intensa man mano che il peso della persona scende e viene rafforzato l’impulso alla magrezza e alla restrizione alimentare.

L’anoressia inizia con una significativa perdita di peso tramite diete ferree e diete ipocaloriche. Si aggiunge anche una eccessiva attività fisica, l’uso di diuretici o lassativi volti al controllo del peso. L’esordio è graduale e insidioso e inizia con una progressiva riduzione dell’alimentazione quotidiana. La persona diminuisce l’apporto calorico, riducendo le porzioni, saltando i pasti ed escludendo alcuni cibi. I cibi vengono distinti in cibi buoni, di solito ipocalorici e in cibi cattivi, carboidrati o dolci.

All’inizio la perdita di peso gratifica molto e ricevere complimenti rende la persona affetta da anoressia, più sicura e capace di vivere le sue relazioni e la vita lavorativa con maggiore sicurezza. La perdita di peso è considerata una conquista ottenuta grazie all’autodisciplina e al rigido controllo e favorisce il ripetersi di questi comportamenti.

All’inizio la persona assiste a un miglioramento della propria immagine corporea, sviluppando un senso di onnipotenza prodotto dalla capacità di controllare la fame. L’autostima diventa fragile e connessa solo al corpo, sempre più magro ma il rischio principale è, soprattutto nelle persone più giovani, di negare la loro condizione di eccessiva magrezza.

Le persone che soffrono di anoressia nervosa hanno pensieri e preoccupazioni costantemente rivolti al controllo del cibo e del corpo e molti sono i rituali che accompagnano le preoccupazioni riguardo all’assunzione di cibo. Con il passare del tempo, si diventa più tesi, irritabili, depressi e isolati socialmente. Il rapporto con i famigliari può diventare ostile e difficile e i commenti negativi possono influenzare negativamente il decorso del disturbo.

Ti riconosci in alcuni comportamenti sospetti?

• diminuisci delle porzioni?

• escludi di certi cibi dalla tua alimentazione?

• salti i pasti?

• rifiuti di mangiare con altri?

• vai in bagno dopo aver mangiato?

• desideri cucinare per gli altri?

• eviti di esporre il proprio corpo ma anzi cerchi di nasconderlo?

• fai il body checking (guardarsi in modo critico, pesarsi spesso, confrontarsi con altre persone)?

Quando il cibo diventa un nemico e non un alleato

Nutrirsi è una delle funzioni biologiche necessarie alla sopravvivenza. Il primo alimento, il latte materno soddisfa il bisogno di sopravvivenza del bambino. I ritmi della suzione e del respiro del neonato sono sovrapponibili ai ritmi di comunicazione tra la madre ed il bambino. Per tanto il mangiare non soddisfa solo un bisogno primario ma risponde anche al bisogno di cura, scambio e affetto. Il cibo assume valenze che vanno ben oltre il solo nutrimento. Il cibo veicola significati affettivi, relazionali e simbolici ed è connesso al proprio mondo emotivo. Il rapporto cibo-emozioni che nasce dalle primissime fasi della vita e mantiene forti valenze psicologiche per tutta l’esistenza; mangiamo non solo per fame ma anche per piacere, per stare in compagnia, per rilassarci quando siamo tesi e per combattere stati di ansia o di tristezza.

Il rapporto con il cibo può però diventare nel corso della vita, altamente disfunzionale. Alcuni comportamenti alimentari infatti, disordinati e non regolari, ripetuti nel tempo e il pensiero costante “al mangiare poco o troppo”, possono aumentare il rischio di sviluppare un disturbo alimentare. I disturbi alimentari sono accomunati dalla presenza di alcune caratteristiche:

  • Anomalie del comportamento alimentare e /o di comportamenti di controllo del peso persistenti.
  • Valutazione eccessiva del peso e/ o della forma del corpo e nel controllo dell’alimentazione.
  • Danni alla salute fisica e al funzionamento relazionale e sociale.
  • Assenza di una condizione medica che possa giustifica l’anomalia del comportamento alimentare.

È normale avere cura del proprio aspetto e della propria linea ma questa attenzione diventa un problema quando non si pensa ad altro e il proprio stato d’animo e umore dipendono esclusivamente da questi pensieri. I Disturbi del comportamento Alimentare (DCA) sono quei disturbi persistenti del comportamento alimentare e/ o del comportamento finalizzato al controllo del peso che compromettono la salute fisica e il funzionale sociale e relazionale. L’alimentazione assume connotati alterati di comportamenti disordinati, ritualizzati e ossessivi: il cibo viene evitato o ingerito in quantità eccessive, diventando un indice di controllo o un modo per tappare le proprie emozioni. Per chi ha un disturbo alimentare, la propria vita ruota attorno al cibo, al pensiero fisso di ingrassare, alle calorie da mangiare o quelle da eliminare. Questi disturbi vanno ad interferire e compromettere quelle aree della vita che riguardano principalmente la salute fisica, il funzionamento psicologico, le relazioni interpersonali e la carriera scolastica e lavorativa.

Maggiore è la durata e la gravità del disturbo, più numerose saranno le aree danneggiate e più gravi i danni che la persona subirà. I disturbi alimentari creano complicanze fisiche serie, dovute alla malnutrizione e/o ai comportamenti impropri messi in atto per ottenere il controllo sul peso e sulla forma del corpo. Attività sociali prima banali, diventano impossibili da fare, soprattutto in compagnia di altre persone. Le persone con un disturbo alimentare valutano se stesse e il proprio valore personale in modo esclusivo o predominante, sulla base del controllo che riescono a esercitare sul peso o sulla forma del corpo o sull’alimentazione, focalizzandosi esclusivamente sulla forma del corpo penalizzando le altre aree della vita, marginalizzandole e privandole della giusta importanza. Una caratteristica quasi sempre presente in chi soffre di un disturbo alimentare è l’alterazione dell’immagine corporea che può arrivare a configurarsi come un vero e proprio disturbo. La percezione che la persona ha del proprio aspetto ovvero il modo in cui nella sua mente si è formata l’idea del suo corpo e delle sue forme, sembra influenzare la sua vita più della sua immagine reale: frequentemente nella mente di chi soffre di disturbi alimentari, l’immagine che lo specchio rimanda ai loro occhi è quella di trovare solo difetti, gambe troppo grosse, fianchi troppo larghi, pancia troppo grossa.

Molte parti del corpo vengono percepite in modo distorto e deforme; il proprio sentire è accompagnato da un forte senso interno di disgusto, rabbia e inadeguatezza. Il corpo è oggetto di attenzioni, viene brutalizzato e sentito come estraneo. L’autostima e il proprio valore personale inevitabilmente risultano compromessi. Le persone iniziano a sentirsi grasse, gonfie e sproporzionate anche quando sono ormai giunte a uno stato di evidente denutrizione.

Le conseguenze dell’eccessiva valutazione del peso, della forma del corpo e del controllo dell’alimentazione rappresenta sia il principale fattore caratterizzante dei disturbi, sia un fattore di mantenimento, in un circolo che si autoalimenta. Nel momento stesso in cui il controllo dell’alimentazione, del peso e della forma corporea diventa il metro di giudizio esclusivo in base al quale stimare il proprio valore personale, i comportamenti conseguenti come diete ferree, esercizio fisico eccessivo e compulsivo, vomito autoindotto, uso improprio di lassativi o di diuretici trovano ragione di esistere; sono essenziali per perseguire l’obiettivo di controllo, riduzione e mantenimento del peso corporeo al di sotto dei normali valori.

L’eccessiva valutazione del peso, della forma del corpo e dell’alimentazione è mantenuta da numerosi rinforzi positivi e negativi che perdurano durante tutto il decorso del disturbo. Tra i rinforzi positivi implicati, sono presenti quelli di natura cognitiva (senso di autocontrollo, padronanza legata alla perdita di peso) e di natura sociale (la magrezza è sintomo di bellezza). Nei rinforzi negativi invece, fanno parte tutti quei comportamenti quali il ad esempio il bisogno di controllare il cibo ingerito e le singole quantità con l’obiettivo di evitare o rimuovere una situazione ritenuta problematica o avversa.

Il perfezionismo clinico è senza dubbio un fattore che precede e aumenta il rischio di sviluppare un disturbo alimentare. Alla base del perfezionismo clinico vi è un sistema disfunzionale di autovalutazione attraverso cui l’individuo giudica se stesso in modo esclusivo o predominante, nei termini di riuscita o raggiungimento degli esigenti standard che si è autoimposto. Accanto al perfezionismo clinico, la bassa autostima è un tratto comune a chi soffre di disagio nel comportamento alimentare: ci si sente spesso inadeguati e non abbastanza per se stessi e per gli altri.

I disturbi del comportamento alimentari sono ego sintonici e frequentemente la consapevolezza di malattia è assente. Ma un trattamento precoce comporta una remissione sintomatologica migliore.

Pertanto chiedere aiuto, superando la vergogna del proprio disturbo, permette il recupero della propria integrità personale e di liberarsi dai vincoli che rende prigionieri la malattia. Non riconoscere il problema e non cercare di risolverlo, aggrava le conseguenze del trattamento.

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