IL LAVORO DEI GENITORI: tartarughe marine in viaggio

Il lavoro del genitore

Essere genitore è un lavoro, un lavoro a tempo pieno spesso sottovalutato (specialmente da chi non lo svolge). Un lavoro è un’attività in cui vengono messe in campo conoscenze, competenze, risorse, al fine di produrre “beni o servizi” in cambio di un compenso, economico o meno. Analizziamo perché, secondo noi, essere genitore è un lavoro: è sicuramente indispensabile avere risorse da poter mettere in campo, conoscenze che derivano dall’esperienza diretta o indiretta, tramandate ad esempio dalle generazioni precedenti; la finalità dell’essere genitore non è sicuramente utilitaristica, l’obiettivo non è intenzionalmente di produrre beni o servizi. In realtà, però, la genitorialità “produce” la crescita di un essere umano, altro che se è un bene! 

Infine per le attività lavorative è previsto un compenso, monetario o meno: inutile specificare che il “compenso” dell’essere genitore non ha niente a che fare con l’aspetto economico, i figli però rendono un compenso ai loro genitori, è un compenso costituito da amore innanzitutto, ma anche soddisfazione personale, orgoglio, senso di realizzazione.

Genitori si nasce o si diventa?

Come dicevamo, come tutti i lavori, essere genitore necessita di una serie di competenze e risorse da mettere in atto, competenze che secondo alcuni sono innate (il famosissimo istinto materno o paterno), secondo moltissimi altri invece si apprendono con l’esperienza. Stabilito che essere genitore può esse considerato un lavoro vediamo perché potremmo anche dire che è uno dei lavori più “difficili” del mondo, andando a riflettere su quali siano queste competenze e risorse necessarie. 

Diventare genitore è forse la responsabilità più grande che una persona possa assumersi nel corso della sua vita,     perché l’esito di questo “lavoro” è la crescita e lo sviluppo di una persona che dipende da sé stessi, in una fase iniziale di vita in modo totale (da neonati) e nelle fasi successive in modo parziale fino a uno svincolo in età adulta. Perché è un lavoro molto complesso? 

Innanzitutto non per tutti è possibile investire tutte le proprie risorse in questa sola attività: moltissimi genitori sono costretti ad avere un “vero” lavoro per mantenere sé e la famiglia, moltissimi altri desiderano averlo per sentirsi realizzati in più ambiti della loro vita. Coniugare la vita lavorativa con quella familiare è un compito estremamente complesso, che richiede una divisione, più equa e bilanciata possibile, di tempo e risorse. In secondo luogo come si accennava in precedenza la responsabilità che deriva dall’avere un figlio è veramente enorme, molti si sentono schiacciati da questa responsabilità e sviluppano un’ansia del dover essere “buoni genitori” che li porta costantemente a giudicare il loro operato, mettendo in discussione le loro capacità. In terzo luogo: nessuno nasce genitore, genitori si diventa grazie all’esperienza, in un certo modo forse per tentativi ed errori. Il famosissimo “istinto” paterno o materno di cui tanto si parla è, secondo il nostro modesto parere da psicologi, una leggenda metropolitana.

L’istinto genitoriale 

Chi, almeno una volta nella vita, non ha sentito dire la frase: “quella persona ha proprio un istinto materno, sarà di sicuro un bravissimo genitore!”. Sulla base di cosa le persone esprimono questo giudizio? Sulla base di ciò che vedono, possono quindi attribuire questa caratteristica innata ad una persona, molto probabilmente donna, molto calorosa, empatica, accudente, “che ci sa fare con i bambini” quindi che riesce a entrare in sintonia con loro velocemente. Riferirsi a questo concetto dell’istinto materno, implica un pensiero di fondo: esistono genitori adeguati e genitori non adeguati, persone che sanno come fare e persone che non sanno come fare. Noi crediamo che ciascuno di noi, in quanto appartenente alla specie umana naturalmente orientata ad amare (a ricevere amore tanto quanto a darlo), ha in sé delle risorse e delle potenzialità per essere “un buon genitore”, che riuscirà a sviluppare e far emergere principalmente sulla base delle sue esperienze di vita, in primis con i propri genitori e con la propria famiglia e in secondo luogo con il gruppo dei pari. Non esistono quindi persone con un istinto genitoriale e persone che non ce l’hanno: esistono persone che sono riuscite, grazie alle relazioni che hanno avuto nella loro vita, a sviluppare più di altre alcune caratteristiche che riteniamo essere necessarie ad un genitore. E tutti gli altri? Non saranno buoni genitori? Non si dovrebbe essere così drastici, a nostro parere: una delle più grandi “fortune” dell’essere umano è la sua possibilità di cambiare, di svilupparsi, di crescere, di sapersi adattare alle nuove richieste che ogni giorno ci arrivano nel corso della vita. La capacità di sapersi modellare sulle nuove sfide quotidiane è cruciale in ogni ambito, in modo particolare per i genitori che non smettono mai di dover “calibrare” le loro risorse e capacità sulla base del momento del ciclo di vita in cui si trovano i propri figli: è molto diverso essere genitore di un adolescente, piuttosto che essere genitore di un neonato, le competenze e risorse da mettere in atto sono ben diverse.

Aiuto: mio figlio è adolescente

Come dicevamo l’essere genitore è un “lavoro” in cui non si smette mai di imparare e di dover metter in campo risorse e competenze diverse. Forse uno dei momenti più complessi da affrontare per una famiglia è il periodo adolescenziale, periodo di grandi cambiamenti in primis nel ragazzo/a che si ripercuotono inevitabilmente sui genitori e sul loro modo di essere genitori. Una metafora molto calzante usata in ambito psicologico è quella dell’elastico: gli adolescenti “giocano” con un elastico alla cui estremità opposta stanno i genitori; quando lo tendono applicano una forza oppositiva ai genitori, si allontanano da loro, affermano la loro indipendenza; quando mollano la presa si riavvicinano, anche bruscamente, ai genitori facendo prevalere più i bisogni di dipendenza, affidandosi alle cure dei genitori come quando erano più piccoli. Non è un compito facile stare dall’altra parte dell’elastico e saper gestire questi movimenti oscillatori. Quale atteggiamento bisogna adottare? Lasciare che il figlio “giochi” con l’elastico a suo piacimento, avendo un atteggiamento accogliente, comprensivo, empatico, o invece irrigidire la presa e guidare l’oscillazione dell’elastico, avendo uno stile genitoriale più controllante? Le ricerche riguardo a questo tema sono davvero moltissime, non si ha una risposta univoca: dipende moltissimo dalle caratteristiche del figlio, del suo ambiente, delle sue relazioni. Nei casi in cui questa oscillazione e spinta all’indipendenza sia pericolosamente accentuata e porti il ragazzo ad avvicinarsi a comportamenti a rischio come il consumo di sostanze, il gioco d’azzardo, il coinvolgimento in gruppi devianti ecc., uno stile più controllante dovrebbe secondo gli esperti prevalere, ma comunque essere affiancato allo stile empatico e accogliente

In condizioni meno critiche lo stile “supportivo” è risultato essere maggiormente efficace con figli adolescenti: ragazzi e ragazze che affrontano l’adolescenza sono molto impegnati a capire chi sono, quale direzione vogliono intraprendere nella loro vita; è cruciale quindi che sentano di avere il pieno appoggio, incondizionato e non giudicante dei genitori, qualunque cosa decideranno di voler essere.

Genitori come tartarughe marine

Essere genitori, lo ribadiamo, è un compito estremamente arduo e che richiede continui aggiustamenti e cambiamenti e la messa in campo di diverse risorse e competenze, non innate ma che si sviluppano grazie all’esperienza e alle relazioni della propria vita. Per riassumere con una metafora cosa significa, secondo noi, essere genitori possiamo pensare al lunghissimo e complesso viaggio che le tartarughe marine affrontano nel corso della loro vita: nascono sulla spiaggia e già il momento della nascita è forse il più complesso che devono affrontare, devono raggiungere il mare superando mille ostacoli (gabbiani, granchi, alghe, etc.). Proprio come i genitori alla nascita del primo figlio trovano da subito moltissimi ostacoli duri da affrontare. Raggiunto il mare aperto inizia davvero il viaggio, momento che potremmo paragonare al momento in cui il figlio esce dalla fase di massima dipendenza: è proprio quando le difficoltà maggiori sembrano essere superate che ne insorgono di nuove e inaspettate. Le tartarughe faticano molto per trovare la loro via, la corrente che le porterà nei mari più caldi (di cui hanno bisogno per sopravvivere), proprio come i genitori nei primi anni di vita del bambino iniziano a capire che tipo di genitori vogliono e possono essere, che tipo di via vogliono intraprendere. Una volta imboccata “la strada giusta” infine bisogna rimanere all’interno della corrente che porterà a destinazione, avendo la capacità però non solo di affrontare le tempeste e i cambi di rotta che possono presentarsi e che sfuggono dal controllo, ma anche la capacità di capire quando è il momento di uscire dalla corrente: i genitori troveranno vari momenti di difficoltà inaspettate e dovranno avere le risorse necessarie per riconoscerli e affrontarli e, arrivati alla fase di vita adulta del figlio, dovranno avere la capacità di “uscire dalla corrente” per far proseguire il figlio in autonomia, con le proprie “pinne”! 

Bibliografia 

  • Trincas, R., Patrizi, M., & Couyoumdjian, A. (2008). Parental monitoring e comportamenti a rischio in adolescenza: una revisione critica della letteratura. Psicologia clinica dello sviluppo, 12(3), 401-436.
  • Walsh F, La resilienza familiare, Raffaello Cortina editore (2008)
  • http://www.treccani.it/vocabolario/lavoro/

PERCEZIONE DI SÉ: visione artigianale o visione industriale?

Chi sono io? Come mi vedo?

Una delle domande che indirettamente o direttamente tutti ci siamo posti almeno una volta nella vita è: chi sono io? Come sono fatto/a?

La costruzione della nostra identità è un processo molto complesso che non si conclude in una specifica fase o momento di vita, ma che continua in modo dinamico per tutto il corso della nostra esistenza. Una parte importante della nostra identità riguarda la percezione che abbiamo di noi stessi, i due concetti non sono sovrapponibili infatti l’identità è un concetto totalizzante, molto ampio, che include moltissimi aspetti, tra questi rientra la nostra percezione di noi stessi. L’identità è ciò a cui ci riferiamo quando ci chiediamo “chi sono?”; la percezione di noi stessi è ciò a cui ci riferiamo quando pensiamo “come mi vedo?”.

Che fatica essere adolescenti

L’adolescenza è il primo momento di vita in cui ci si inizia a fare queste domande, sulla propria identità “Chi sono?”, sulla percezione che si ha di sé: “Come mi vedo?”. Sono domande che diventano urgenti, ingombranti, per alcuni forse un po’ troppo. Non è un caso infatti che disturbi che possano riguardare la percezione di sé e del proprio corpo iniziano a manifestarsi prevalentemente in questa fase di vita. L’epoca attuale, in effetti, vede una prevalenza dei disturbi alimentari in aumento rispetto al passato e in particolare dei così detti “nuovi disturbi alimentari” come ortoressia (ossessione per il cibo sano) e vigoressia (o anoressia inversa) che avremo modo di approfondire. Come mai? Potremmo ipotizzare che per gli adolescenti di oggi, sovraesposti a canoni di “perfezione” estetica sempre più restrittivi e non conformi alla realtà, è diventato molto difficile rispondere in modo soddisfacente alla domanda “come mi vedo?”. A causa della larghissima diffusione dei social network, come ad esempio Instagram, i ragazzi e le ragazze passano infatti moltissima parte del loro tempo quotidiano a scorrere foto di “gente famosa” perfetta, statuaria. Confrontandosi con questi modelli, purtroppo estremamente filtrati dalla realtà virtuale (pochissime le persone sui social che si espongono al naturale, senza modificare le imperfezioni naturalissime del corpo o della pelle) gli adolescenti è facile che provino un senso di inadeguatezza e insoddisfazione riguardo al loro corpo. La percezione che abbiamo di noi stessi, infatti, riguarda sicuramente come noi ci percepiamo, ma questa percezione è fortemente influenzata da come valutiamo che ci percepiscano gli altri.

Percepire noi stessi con gli occhi degli altri

Quando ci chiediamo “come mi vedo” la domanda subito conseguente è: mi piace ciò che vedo?

Per stabilire se la risposta sia “si” o “no” entrano in gioco molti fattori, tra questi sicuramente l’autostima. Prima di capire cosa sia effettivamente l’autostima è necessario distinguerla da quello che è il concetto di sé: nel concetto di sé rientrano gli elementi che utilizziamo per descriverci quindi ad esempio età, corporatura, intelligenza, caratteristiche di personalità, etc.; l’autostima è strettamente connessa al conetto di sé in quanto è la valutazione che facciamo riguardo a questi elementi quindi ad esempio una persona soddisfatta delle sue capacità intellettive, del suo aspetto, del suo “carattere” (modo comune di definire la personalità) avrà una buona autostima.

Questa soddisfazione, o invece insoddisfazione, da cosa deriva?

Incide moltissimo, specialmente in età adolescenziale, come pensiamo che ci valutino gli altri: la costruzione della nostra autostima e di conseguenza della nostra percezione di noi stessi è influenzata dalle relazioni. In qualche misura impariamo a percepire noi stessi, specialmente quando l’autostima non è molto alta, tramite gli occhi degli altri. Si può innescare un circolo vizioso per cui anteponiamo alla domanda “io come mi vedo?” un’altra questione: “gli altri come mi vedono?”. Un adolescente in modo particolare, ma chiunque in realtà più o meno in modo marcato, si chiede se viene valutato positivamente dagli altri, in moltissimi aspetti e in particolare riguardo alla sua apparenza, alla sua estetica, al suo corpo.

Dimmi come appari e ti dirò chi sei

Pensiamo ad un adolescente in una giornata tipo: si sveglia la mattina, si veste scegliendo molto accuratamente i capi dal suo armadio, si sistema i capelli, se è una ragazza passa forse una considerevole quantità di tempo in bagno a truccarsi e prima di uscire si guarda allo specchio, soddisfatto/a di ciò che vede. Esce poi di casa e nella noia dei mezzi pubblici scorre la bacheca di instagram trovando modelle, influencer vari (per chi non lo sapesse ci riferiamo a gente che fa del suo lavoro “influenzare gli altri”, dettare le mode del momento), attori, gente dello spettacolo, che posta foto perfettamente curate fino al minimo dettaglio, mostrando corpi perfetti, abiti perfetti, vite perfette. Ripensa a questo punto alla sua immagine riflessa nello specchio e il confronto è immediato. Quali sentimenti potrà provare? Molto verosimilmente un senso di inadeguatezza, specialmente se come dicevamo la sua autostima non è ancora molto forte. Pensiamo a una persona che sta costruendo il senso della propria identità e la propria percezione di sé e, nel farlo, si confronta continuamente con situazioni del genere. È fin troppo facile arrivare ad una percezione di sé falsata: non essendo conforme a quell’immagine ideale e idealizzata che proviene dall’esterno e dal mondo social (e non solo) la propria immagine sarà sminuita, svalorizzata, nei casi peggiori disprezzata. Nella società odierna, purtroppo altamente individualista e forse narcisista, incentrata più sull’apparire che sull’essere (come mostra la larghissima diffusione dei suddetti influencer), siamo ormai continuamente portati a pensare che per poter mostrare al mondo “chi siamo” dobbiamo farlo tramite il corpo, la bellezza, l’apparenza. La domanda più pressante diventa quindi “come appaio?” ancor prima di “chi sono?” o “come mi vedo?”.

Artigianato o produzione in serie?

Ricordiamo che l’identità è qualcosa di diverso dalla percezione di sé, sicuramente la seconda contribuisce alla strutturazione solida della prima. I rischi che si corrono in un mondo incentrato sulle apparenze sono quindi due e strettamente interconnessi: in primis che la percezione di sé sia più influenzata dalla valutazione che gli altri fanno di noi stessi piuttosto che da quella che noi facciamo; in secondo luogo il forte rischio è che più importante e urgente di interrogarsi e incentrarsi sulla propria identità, su “chi sono io?”, diventi primario e indispensabile focalizzarsi sulla percezione (falsata) di sé, per modellarla a immagine e somiglianza di un ideale perfetto, non solo irrealistico, ma anche davvero “molto poco speciale”. Quando percepiamo noi stessi possiamo fermarci un attimo e chiederci: voglio essere uguale a tutti gli altri? O voglio invece essere unico? Dato che oggi domina il “bello”, chiediamo per un attimo cosa sia davvero la bellezza.

Siete mai stati alle fiere di paese, con gli artigiani che espongono i loro lavori? È molto difficile trovare due oggetti artigianali, ad esempio due vasi, identici tra loro, così come sarà impossibile trovare due persone con un corpo identico l’uno all’altro. Secondo noi è molto più bello un pezzo di artigianato meravigliosamente unico e irripetibile, piuttosto che un banalissimo oggetto prodotto in serie, uguale a moltissimi altri e quindi indistinguibile, senza identità e senza unicità.

Adolescenza & Bullismo

Essere adolescente significa iniziare a capire chi si è, chi si vorrebbe essere e con chi si vorrebbe esserlo.

Per questo il gruppo di amici in adolescenza diventa così importante: attraverso i pari si cerca di capire che cos’altro si può essere, ci si sperimenta. Scelgo un gruppo piuttosto che un altro perché credo che mi piacerebbe farne parte; questo però vuole anche dire che se appartengo a un gruppo non appartengo ad altri e quindi inizio a trovare la mia identità anche in base a ciò che non sono e che non mi rappresenta. Tutto questo è inevitabilmente e comprensibilmente molto stancante, da un punto di vista mentale, psicologico ed emotivo. È talmente stancante che spesso scambiamo l’apatia dei nostri figli adolescenti per banale noia, senza quasi mai considerare che i molteplici cambiamenti che l’adolescenza richiede sono notevolmente stancanti.
Un fenomeno tipico dell’adolescenza, risultato di questa ricerca di appartenenza e di autonomia del ragazzo è sicuramente il bullismo. Si tratta di un comportamento aggressivo e ripetitivo da parte del bullo e dei suoi seguaci, nei confronti di una vittima isolata e non in grado di difendersi. Ovviamente nella vita reale non è così semplice definire e individuare il “bullo” e la “vittima”. La difficoltà nasce dal fatto che le motivazioni e la predisposizione ad acquisire questi ruoli antitetici non sono cristalline come leggiamo sui libri o su internet. Ogni ragazzo è unico e ha un mondo interno irripetibile che rende difficoltoso il banale incasellamento: non si è solo bulli e non si è solo vittime.

Non vi sono segnali d’allarme specifici sul bullismo. Ciò che però è sempre utile fare, è mantenere aperta la comunicazione in famiglia e fare caso a degli elementi di generale disagio del ragazzo, specialmente riguardante le relazioni sociali con gli amici.

Adolescenza & Mass Media

Dalla comparsa dei mass media e dello spettacolo violento fruibile alla maggior parte della popolazione, in molti hanno accusato i mezzi di comunicazione di massa di essere, almeno in parte, responsabili dell’aumento della caduta dei valori morali e della criminalità.

Il culto della violenza, l’esasperazione della sessualità, la demitizzazione dei valori tradizionali e la presentazione in termini di “eroe” del criminale di turno, sono esempi di messaggi violenti e immorali che possono favorire l’identificazione con questi personaggi negativi o antisociali, soprattutto nei ragazzi adolescenti che attraversano la tipica fase del distanziamento dal proprio nucleo familiare e dell’identificazione del proprio Sé adulto. Nulla da ridire da un punto di vista cinematografico, ma se pensiamo alle più famose serie tv come Gomorra, Narcos o The Punisher, chiunque di noi si è appassionato al ruolo del protagonista criminale. La differenza tra adulti e non sta nel fatto che lo sviluppo cerebrale dei primi è ormai concluso e il loro giudizio morale non vacilla come può succedere per quello di un ragazzino adolescente.

Uno studio del 2002 (Johnson, Cohen, Smailes, Kasen & Brook) ha analizzato gli effetti delle abitudini televisive in adolescenza e nella prima metà adulta sul comportamento violento futuro stabilendo che chi guarda molta televisione è, in linea generale, maggiormente esposto alla violenza a causa della quantità dei contenuti violenti nei programmi televisivi. Un’alta esposizione televisiva a 14 anni era significativamente predittiva di manifestazioni di aggressione e di comportamento rissoso tra i 16 e i 22 anni. Anche nei confronti degli adulti l’esposizione a violenza, aggressività e arroganza esercita un’influenza significativa ma soltanto per breve tempo, in quanto persone più mature hanno più strumenti cognitivi e di analisi critica rispetto ai contenuti cui vengono sottoposti tramite i mass media, rispetto a bambini e adolescenti.

Assistere a scene di violenza per molto tempo attenua le nostre percezioni e vanifica le nostre reazioni, portando, alla lunga, all’indifferenza e all’accettazione. Forse l’aspetto più sconcertante è che circa il 75% delle scene violente teletrasmesse (compresi cartoni animati) non comporta sentimenti quali il rimorso, la critica o la punizione per chi perpetra la violenza.

Potremmo quindi dire che la sovraesposizione a programmi tv particolarmente violenti e moralmente dubbi sembra essere predittiva di comportamenti moralmente disimpegnati; da ciò però, ricavare la conclusione che i mass media abbiano senz’altro una significativa capacità di influenzamento diretto e immediato sulla condotta criminale è, oltre che superficiale e semplicistico, poco scientifico.

ADOLESCENZA: relazioni intime e sessualità

L’adolescenza è il periodo della vita in cui si inizia a strutturare anche l’identità sessuale.

Da una parte ci sono i primi amori, spesso accompagnati da delusioni e sofferenza, dall’altra la scoperta del piacere sessuale legato ad un nuovo modo di rapportarsi e di vivere il proprio corpo. Talvolta le due dimensioni non coincidono così come dimostrano alcune ricerche in cui gli adolescenti dichiarano di preferire di fare sesso senza sentimenti.

Il motivo della scelta sembra essere quello di sentirsi vivi e di accedere al mondo adulto che li sta aspettando, senza “rischiare troppo”. Questo scollamento però nella maggior parte dei casi non è frutto di una scelta del tutto consapevole: a guidare questa scelta è la paura di provare amore e la possibilità di venire feriti. Le emozioni in adolescenza hanno una forza unica: gelosie, tradimenti, rifiuti possono essere vissuti come profondamente destabilizzanti. La messa in discussione di una relazione intima coincide spesso nell’adolescente con una messa in discussione del suo valore come persona: proprio per questo nelle relazioni intime si sceglie di mettersi in gioco a metà.

L’ultimo aspetto da considerare riguarda le modalità con cui gli adolescenti si rapportano al sesso, spesso ignorando i possibili rischi sia a livello di malattie veneree sia a livello di gravidanze indesiderate. In parte la non considerazione piena dei rischi possibili è dovuto a una non piena maturazione cognitiva e fisiologica. In parte alla difficoltà a confrontarsi con gli adulti di riferimento che vengono visti, in questo ambito in particolare, come distanti e poco inclini alla comprensione. Capita così che l’adolescente trovi le informazioni principalmente su internet o dal gruppo dei pari con tutti i rischi che ne conseguono. In questo ambito l’intervento di un esperto è consigliato quando l’adolescente vive uno scollamento profondo tra la parte sentimentale e sessuale. Lo scopo sarà quello di favorire l’integrazione tra le parti per uno sviluppo il più possibile armonico e funzionale e per la prevenzione dei rischi.

Cos’è l’ADOLESCENZA?

Utilizzando una metafora è possibile paragonare l’adolescente ad un fiume in piena.

Questo fiume scorre veloce, è tumultuoso e nel suo percorso verso il mare scopre paesaggi nuovi e incontra ostacoli. Ma il fiume ha anche degli argini e se sono solidi, pur nella piena, può trovare un buon contenimento. Gli argini dell’adolescente sono rappresentati da una parte dalla rete familiare (genitori, nonni, cugini) e dall’altra da quella degli amici.

A lungo si è pensato che l’adolescenza riguardasse esclusivamente l’adolescente stesso. In realtà sempre più studi oggi sottolineano come in questa trasformazione ci sia un coinvolgimento pieno di tutta la famiglia che vive, a volte con preoccupazione, i cambiamenti repentini del proprio figlio, trovandosi in balia di un giovane con delle caratteristiche nuove e sempre più definite.

A volte lo sviluppo corporeo viene percepito come non armonico. Questo può portare l’adolescente a non piacersi fisicamente. In alcuni casi può svilupparsi la dismorfofobia ovvero la preoccupazione persistente per qualche difetto corporeo. Le emozioni conseguenti sono rabbia e ansia, accompagnate talvolta da chiusura e ritiro sociale.

L’apparato riproduttivo si sviluppa pienamente e fanno la loro comparsa i caratteri sessuali secondari. L’adolescente scopre una nuova identità: quella sessuale che porta con sé nuove sfide e nuove scoperte. Emozioni come vergogna e imbarazzo possono caratterizzare questo aspetto.

Lo sviluppo cognitivo porta l’adolescente a dover abbandonare la prospettiva egocentrica dell’infanzia e ad aprirsi al mondo sociale, in particolare al gruppo dei pari che sembrano assumere un peso sempre maggiore nelle sue scelte.

Infine, c’è l’acquisizione dello status di adulto che passa dal contrasto tra l’esigenza di autonomia e di esplorare nuovi lidi e il bisogno di dipendenza ed avere dei punti fermi. 

Provare, sperimentare, sbagliare per capire chi si è e chi si vuole diventare, per acquisire un ruolo nella società, costituisce un percorso obbligato e naturale. Può tuttavia capitare che ci siano delle specifiche difficoltà e sofferenze che rendono particolarmente complesso questo periodo.

I campanelli d’allarme sono le emozioni negative intense e pervasive (angoscia, paura, rabbia), le conflittualità marcate e persistenti sia con i genitori (“non riescono a capirmi”, “non li sopporto più”) sia con i coetanei (“non voglio uscire”, “mi sento solo”, “non mi trovo più bene con i miei amici”), gli stalli del tema identitario e le problematiche relative all’uso dei media e riguardanti l’alimentazione. In tal caso può essere utile il supporto di un esperto.