Category: Ansia

Disturbo di Panico

Chi soffre di attacchi di panico in genere vive nella preoccupazione di rivivere la stessa situazione che ha generato sofferenza e disagio, vivendo nell’evitamento fobico di contesti che ricordano o che in qualche modo generano sensazioni di ansia.

Il prolungarsi della tensione genera a sua volta la probabilità che i livelli si sofferenza psichica salgano fino a scatenare con maggiore probabilità altri episodi simili.

Chi soffre di attacchi di panico frequenti mette in atto delle vere e proprie strategie, come controllare la presenza di vie di fuga in un luogo pubblico, evitare percorsi in macchina come attraversare alcune strade o ponti che si percorrevano prima che si manifestasse la sintomatologia, o andare a teatro e altre situazioni in cui si è avvertita la perdita di controllo tipica di questo disagio. I contesti possono ovviamente essere molti e il disagio ha risvolti importanti sull’equilibrio psichico di chi ne soffre. Gli attacchi di panico cambiano le abitudini di chi ne soffre anche sul piano sociale e lavorativo, in quanto hanno un grado di pervasività elevato.

Gli attacchi di panico arrivano all’improvviso e senza un motivo, sono il picco di tensione accumulata e generano sintomi simili ad attacchi cardiaci, con sudorazione, mancanza d’aria, sensazione di pressione al petto, freddo e vampate di calore, palpitazioni, tachicardia, svenimento, fame d’aria, asfissia, tremori, nausea e vomito, vertigini, giramenti di testa, paura di morire, paura di impazzire, formicolii, parestesie e derealizzazione. La difficoltà a gestire la sintomatologia porta il soggetto in preda all’attacco di panico a ricercare le cure del pronto soccorso più vicino e ad avere la preoccupazione nei giorni e le settimane successive che accada di nuovo.
Questa preoccupazione induce il soggetto a credere di avere dei problemi di salute importanti, per cui può iniziare a sottoporsi a molti controlli medici e ad evitare tutto quello che potrebbe scatenare un eventuale attacco di panico.

Ovviamente sono tutte strategie di controllo esterno e con un focus attentivo non autoriferito.

Il soggetto ha difficoltà a gestire sintomi riconducibili all’ansia, generando un sistema di allarme che va in corto circuito generando l’attacco di panico. Più verosimilmente si potrebbe ipotizzare la cura farmacologica al momento del bisogno, come anche un piano terapeutico in caso di ripetuti attacchi di panico, ma è necessario che il soggetto sposti il focus attentivo verso di sé e sviluppi maggiore consapevolezza del funzionamento del proprio corpo, tale per cui fare esperienza di potere gestionale di sé.

Il disturbo di attacco di panico in psicoterapia diventa un momento di svelamento e consapevolezza delle risorse del paziente, un momento di crescita e di conoscenza profonda di sé. La disponibilità a prendersene cura da parte del paziente è necessaria per ridurre il grado di sofferenza.

Agorafobia

L’agorafobia, letteralmente paura della piazza, indicherebbe una dimensione di fobia degli spazi aperti o delle piazze, in realtà questa è una delle dimensioni del disagio, perché quel che contraddistingue le caratteristiche psicologiche dell’agorafobia è la sensazione sgradevole di non poter fuggire da una situazione di sofferenza soggettiva in contesti specifici.

Potrebbe dunque verificarsi un evitamento nell’uso di mezzi pubblici o di luoghi come supermercati, parcheggi, ma anche spazi chiusi, ascensori, teatri, cinema, luoghi affollati, essere soli fuori dalla propria abitazione,
contesti in cui il soggetto percepisce una difficoltà a ricevere aiuto in presenza di determinati sintomi come malessere, palpitazione, agitazione, debolezza, dispnea, mancanza d’aria, sensazione di freddo, tipici della sintomatologia ansiosa.

Le esperienze di agorafobia sono vissute con un grado di intensità elevato anche in presenza di un accompagnatore, non sono specifiche come le fobie, non sono riconducibile ad altre malattie di tipo medico e psichiatrico o a sintomi post traumatici. Anche in presenza di attacchi di panico è necessario fare una diagnosi dettagliata dei sintomi di entrambe le condizioni, in quanto potrebbe verificarsi la coesistenza di entrambi i disagi.

Spesso l’agorafobia esordisce dopo un periodo di attacchi di panico, si struttura come conseguenza di periodi di attacchi di panico e si consolida nei sintomi e nell’espressione del disagio. In alcuni casi anche l’agorafobia può essere predittiva rispetto a successivi attacchi di panico.

Questi sintomi possono essere altamente invalidanti se si pensa che in alcuni casi si sviluppa il timore di guidare da soli, di camminare senza il supporto di qualcuno, soprattutto quando sono associati ad eventi traumatici o a malattie pregresse, come vertigini o incidenti stradali.

Il soggetto con agorafobia appare ipervigile o ipereccitato, con intensificate sensazioni di paura e sopravvalutazione del pericolo, vive su una soglia di stress elevato e di ansia fluttuante che sfocia in sintomi spesso ingestibili e condotte di evitamento e ricerca di rassicurazioni anche sul piano medico.

Il Mutismo Selettivo

Il mutismo selettivo è un disturbo che si manifesta nei bambini solitamente in età scolare e prescolare ed è caratterizzato da una incapacità a parlare in molte situazioni in cui viene richiesto di farlo, solitamente nei contesti sociali come scuola e asilo. In questi casi il bambino affetto da mutismo selettivo, pur avendo capacità e facoltà di parlare si rifiuta di farlo chiudendosi ad una possibile interazione o riducendo quelle già esistenti.

Spesso accade che i genitori dei bambini rimangano sorpresi alle comunicazioni di insegnanti sulla condotta del bambino e sulle segnalazioni rispetto all’isolamento del bambino.
Le cause e quindi la diagnosi non è immediata; viene spesso attribuita a sintomi depressivi di cui sono note anche alcune correlazioni, ma nel contempo si indaga addirittura su alcuni disturbi del linguaggio e disturbi di tipo autistico.

È necessario inoltre accertarsi che non vi sia timore sull’uso della lingua, come può accadere per esempio in famiglie di immigrati, in cui la lingua a volte può essere percepita come ancora sconosciuta o scarsa.
Per riconoscere il disturbo devono essere scartate le suddette condizioni e deve essere presente da almeno un mese tale impedimento nella comunicazione verbale e non riconducibile al periodo di inserimento scolastico, in quanto sintomo transitorio riconducibile ad uno stress contestuale momentaneo.

In molti casi la condotta del bambino e l’interazione con gli altri assumono caratteristiche specifiche; il bambino muove il capo per dire sì o no e non usa il linguaggio verbale o invia bigliettini per comunicare con gli insegnanti o con qualche compagno e talvolta
produce disegni anche per descrivere ciò che vede o che sta vivendo.
Si possono riscontrare anche alcune difficoltà nel rendimento scolastico oltre che sociale e l’inibizione al linguaggio non è dovuta ad una mancanza di conoscenza di alcune tematiche rispetto ad altre, ma è un disagio innescato dalla percezione di una richiesta del contesto sociale.

I bambini con un disagio di mutismo selettivo hanno sviluppato sintomi di tipo ansioso nella sfera della socialità.

Una diagnosi attenta e tempestiva consente di dare supporto specifico al tipo di disagio, ma anche di ridurre possibili risvolti su patologie future innescate dall’isolamento, dall’impoverimento della socialità e da condotte di evitamento di contesti scolastici e lavorativi.

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Cos’è l’ANSIA SOCIALE?

La caratteristica dell’ansia sociale è il vissuto di inadeguatezza del soggetto accompagnato dal giudizio negativo che si attiva in presenza di altri e in contesti sociali. 

Chi ne soffre sperimenta un forte senso di imbarazzo in situazioni come parlare in pubblico, recarsi ad un appuntamento o anche semplicemente sedendosi ad un tavolo di condivisione, fino a provare disagio nel mangiare in compagnia di amici, colleghi o familiari.

L’ansia sociale o fobia sociale pervade molte attività e se non adeguatamente curata può provocare vissuti di rabbia e depressione; infatti il sentirsi costantemente a disagio non consente di viversi pienamente e liberamente e il soggetto spesso tende ad isolarsi o a prediligere situazioni meno disagevoli, per evitare spiacevoli esperienze vissute come umilianti.

Chi ne soffre si colpevolizza per le sue performance giudicate il più delle volte come pessime e vive in un costante stato di allerta nel timore che il suo disagio venga scoperto inevitabilmente dai suoi interlocutori risultando un debole, un timido, un diverso, una persona strana.

Si possono avere alcuni sentori come la paura di essere guardati sul volto che arrossisce, di essere giudicati per le vampate di calore, la mano che trema o per gesti che il soggetto ritiene impacciati. Si ha la percezione del battito accelerato e sintomi simili che anticipano un’autocritica con attenzione eccessiva anche ai minimi dettagli, in cui la perdita del controllo del discorso o di quel che si sta svolgendo sono frequenti.

Esistono diversi livelli di ansia sociale: la più semplice è attribuibile alla paura di parlare in pubblico, ma le più complesse riguardano quelle in contesti più piccoli, non per questo meno gravi, perché non di rado si giunge  ad avere il timore anche di firmare con la mano che trema, o di stringere una mano quando ci si presenta, o anche di parlare con un caro amico per il timore  di essere guardati o di avere una voce ostacolata dall’imbarazzo.

Nella fobia sociale la psiche mette in atto dei comportamenti di sabotaggio al fine di mantenere l’equilibrio ed evitare il sovraccarico di stress. È importante riconoscere i segnali di questo disagio, perché chi ne soffre ha una notevole sensibilità inespressa e considerevoli capacità sociali contraddistinte da empatia e sensibilità che possono essere messe frutto nella vita relazionale e nel lavoro su di sé.

Inoltre, non è necessario risolvere il problema affrontandolo in modo diretto, perché l’ansia anticipatoria e l’autocritica non sono a vantaggio di chi ne soffre.

La psicoterapia offre alla persona strategie per affrontare il disagio e spunti di riflessione e rilettura delle proprie risorse, soggiogate da un’immagine di sé negativa e ingombrante.

Il lavoro con tecniche di rilassamento e strategie di comunicazione efficace, sull’assertività e sulla gestione dell’interazione, risultano di aiuto anche in fase iniziale della terapia, proseguendo con un lavoro parallelo sulle emozioni di imbarazzo, paura, rabbia e tristezza.

Sappiamo che il 15% della popolazione è affetta da fobia sociale, fra i disturbi che vengono riportati ci sono tensione muscolare, tremori, palpitazioni, sudorazione, crampi addominali, mal di testa, secchezza delle fauci e svariati sintomi legati all’ansia. Chi ne soffre si colpevolizza perché crede di temere cose sciocche, rimanendo intrappolato nella sua zona di comfort.

Uscire dalla pressione del giudizio che si ha della propria persona, per darsi la possibilità di guardare anche oltre, diventa l’inizio della scoperta di sé sotto una luce più rassicurante.

Come citava Erich Fromm “Il compito principale nella vita di ognuno è dare alla luce se stesso”.

 

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Come gestire l’ANSIA

L’ansia e il senso di generale di preoccupazione colpiscono una buona fetta della nostra popolazione. Gli input esterni e lo stress accentuano la sensazione di pressione a cui veniamo quotidianamente sottoposti, ritmi incalzanti in cui non sempre si riesce a stare al passo, ci inducono ad uno stato di allerta, in cui l’equilibrio fra stato di attivazione interno e rilassamento a volte rischia di andare in confusione.

Prendere consapevolezza di una tensione eccessiva, o di un valore soglia di tolleranza all’ansia è il primo passo per una buona gestione.

La respirazione e la consapevolezza sono due alleati della gestione dell’ansia. I sintomi riportati nei momenti di maggiore vulnerabilità sono: affaticabilità, sensazione di soffocamento, brividi, sudorazione, palpitazioni, fanno parte del nostro “sentire”, sono lo strumento che possediamo per ottenere risposte sul nostro vero funzionamento. La giusta attenzione e il riconoscimento di questi importanti richiami porta allo sviluppo di una nuova energia, che se incanalata nelle nostre attività può diventare uno strumento di valore e di approccio influente.  La mindfulness utilizza respirazione e consapevolezza con l’obiettivo di liberare dalla distrazione che ci porta lontano dalle nostre intenzioni, dal nostro presente e dalle nostre azioni. È un modo per spegnere la fatica, facendo ordine nella mente, in modo consapevole.

La respirazione ha il potere di abbassare il livello di attivazione anche nei momenti di ansia.

L’utilizzo di tutti i nostri sensi per allargare il focus percettivo che l’inquietudine restringe, parallelamente ad un lavoro di consapevolezza più profondo, gioca un ruolo utile nei momenti in cui la pervasività è tale da renderne difficile la gestione.

L’ansia entro livelli ottimali è positiva ai fini dello svolgimento delle proprie attività, perché ci predispone ad un lavoro attento, ci focalizza su determinati obiettivi e ci orienta nel problem solving, ma esiste di fatto una soglia soggettiva in cui la concentrazione e il livello di benessere percepiti decadono notevolmente per cause diverse, tra cui difficoltà nel riconoscere le emozioni e riconoscerne uno spazio, ma anche costrutti rigidi come sul controllo di eventualità, casualità e probabilità.

Di fatto l’idea di controllo delle cose è una canalizzazione dell’ansia, in cui si tende a controllare le variabili esterne per evitare quel che ci preoccupa a livello più profondo.

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Il Rimuginio

rimuginio è una forma di pensiero che si accompagna all’ansia e contribuisce in modo significativo al suo mantenimento e aggravamento. 

Non è necessariamente patologico ma può essere parte anche di un processo di ragionamento normale. Ciò che distingue il rimuginio normale da quello patologico è la pervasività quotidiana, il numero di argomenti oggetto di rimuginio e la sovrastima costante in senso negativo delle conseguenze degli eventi.

Nell’ambito dei disturbi d’ansia il rimuginio è uno dei principali meccanismi di pensiero che deve essere modificato per interrompere il circolo vizioso dell’ansia. Si rimugina ogni qualvolta di fronte all’idea di un possibile evento futuro temuto, si dedica buona parte del tempo a pensare a cosa accadrà quando si realizzerà questo evento. Ma non è solo una questione di tempo. Il modo di pensare a quella situazione futura è caratteristico. I pensieri infatti sono ripetitivi (affollano la mente sempre gli stessi pensieri), negativi (vengono alla mente tutti gli elementi negativi di quella situazione tralasciando completamente o dando una scarsa rilevanza a quei pensieri che potrebbero far rivalutare la situazione in senso positivo o neutro), incontrollabili (sembra che questi pensieri non possano essere fermati in alcun modo), astratti (non portano a visualizzare azioni o immagini ma solo altri pensieri) e dispendiosi dal punto di vista dell’energia fisica e mentale (ci si concentra così tanto su questi pensieri che non si riesce a dedicare adeguata attenzione a null’altro).

Questa modalità di pensiero porta a sentirsi sempre più fragili, insicuri ed ansiosi con una percezione di futuro come incontrollabile e pericoloso. Esistono livelli di gravità del rimuginio diversi. Il rimuginio è tanto più grave quanto chi lo mette in atto vi associa funzioni positive. Chi rimugina infatti, talvolta pensa che questo lo aiuti nel gestire meglio le future situazioni (alla stregua del problem solving), nell’evitare che accadano cose terribili e nell’essere protetto emozionalmente quando gli eventi temuti accadranno (il cosiddetto scudo emozionale). In realtà se si guarda ai fatti il rimuginio non aiuta affatto, anzi.

Il rimuginio dà l’impressione che serva perché, nell’immediato, abbassa l’attivazione fisiologica dell’ansia ma pensare a cosa di negativo potrebbe accadere in una circostanza futura non equivale a trovare il modo per risolverla.

Ci sono delle tecniche per controllare il rimuginio. Una di queste è la cosiddetta “tecnica della zona libera da rimuginio” della Dott.ssa Boutsalis. Questa tecnica consiste nel concentrare il rimuginio all’interno di uno spazio/tempo specifico dedicato nell’arco della giornata, tempo che deve essere deciso a priori e che deve essere costante nelle settimane. Il resto della giornata non deve essere dedicato al rimuginio e se compare nella testa qualche pensiero ripetitivo deve essere “respinto” tramite procedure di distrazione. Con un po’ di allenamento questa tecnica presenta una buona efficacia e consente di recuperare energie fisiche e mentali per dedicarsi ad altro durante la giornata.

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Cos’è un ATTACCO DI PANICO?

L’attacco di panico consiste in un’improvvisa e intensa paura in assenza di un pericolo reale, accompagnata da sintomi fisiologici quali tachicardia, senso di costrizione al petto, formicolii diffusi, sudorazione eccessiva, fame d’aria e da pensieri come “sto per morire, sto per impazzire, sto per perdere il controllo”. La durata di un attacco di panico è di circa 10 minuti anche se chi lo vive ha la percezione che duri molto più a lungo. Questo accade perché anche dopo il singolo episodio, il panico lascia i suoi effetti in particolare un forte senso di spossatezza e una preoccupazione significativa sulla possibilità che possa accadere nuovamente.

È bene precisare che generalmente le persone sperimentano uno/due attacchi di panico durante la loro vita senza che questo sfoci in un vero e proprio disturbo. Ciò che distingue un attacco di panico da un disturbo da attacchi di panico è il numero di episodi che si verificano in un arco temporale di sei mesi e il significativo peggioramento della qualità di vita della persona che passa buona parte della giornata a focalizzarsi sulle sensazioni del proprio corpo, specialmente quelle che potrebbero presagire un nuovo attacco. La costante attenzione verso il proprio corpo porta a cogliere anche i più piccoli segnali: una leggera tachicardia viene valutata in modo immediato come un’anticamera del panico col risultato che, subentrando l’ansia, la tachicardia, effettivamente cresce ulteriormente.
Ciò che conta in questo disturbo non sono solo gli stimoli in sé ma anche la valutazione in ottica catastrofica e negativa degli stessi. Si attiva così la cosiddetta “paura della paura”, un vero e proprio circolo vizioso in cui la minaccia temuta sono proprio le sensazioni fisiologiche sperimentate quando si prova ansia. Questa condizione porta allo sviluppo della cosiddetta ansia anticipatoria: un’ansia molto elevata riguardante la preoccupazione alla sola idea di poter sperimentare un altro attacco di panico o di dover affrontare, in futuro, alcune situazioni temute.
Talvolta per evitare di incorrere nuovamente nel panico le persone attivano dei meccanismi all’apparenza protettivi, ovvero gli evitamenti. Si evitano così i luoghi considerati “pericolosi”: il luogo dove è avvenuto il primo attacco di panico o quei luoghi dove si pensa che possa essere più probabile la sua comparsa (luoghi chiusi o molto affollati ad esempio). Nel caso di evitamenti il disturbo di attacco di panico si caratterizza per uno specifico elemento: l’agorafobia. Gli evitamenti a lungo andare portano a un peggioramento dell’idea di sé e delle relazioni che si impoveriscono proprio per le continue limitazioni a cui la persona si sottopone.

Proprio per questo, nell’ambito della terapia, occorre focalizzarsi sia sul ridimensionamento della sintomatologia e sulla riduzione degli evitamenti che sulle modalità di valutazione dei sintomi stessi.

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Cos’è l’ANSIA?

L’ansia È Un’Emozione, Una Parente Stretta Della Paura.

Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo provato queste emozioni.
Pensiamo ad esempio quando siamo stati di fronte ad una prova d’esame per noi particolarmente importante (scolastica o lavorativa). Nel periodo immediatamente precedente alla prova sperimentavamo probabilmente alcune sensazioni fastidiose come la tachicardia, il respiro affannoso, la sudorazione eccessiva, la sensazione di avere la testa vuota e leggera e si annidavano nella mente pensieri del tipo “…e se non riuscissi a rispondere correttamente?” oppure “…e se mi bloccassi facendo scena muta?”. Tutto questo ha a che fare con l’ansia. C’è un’attivazione fisiologica, emotiva e cognitiva che entra in gioco nel momento i cui i nostri pensieri sono rivolti a minacce o pericoli futuri.

Diversamente dall’ansia, la paura è un’emozione che si attiva di fronte ad un pericolo immediato. Poniamo il caso di essere andati in montagna e durante la nostra passeggiata esserci imbattuti in una vipera. In quel caso si attiva la paura che ci permette, attivando una reazione chiamata di attacco-fuga, di allontanarci dall’animale ed evitare spiacevoli conseguenze.
Se la funzione della paura ci appare abbastanza chiara lo stesso non si può dire per quella dell’ansia che viene sperimentata il più delle volte come un fastidio da eliminare ad ogni costo. Anche l’ansia in realtà ha una sua funzione “positiva”: fornisce quell’adrenalina necessaria per affrontare al meglio una prova importante. Ma quando l’ansia diventa costante ed invalidante allora si è di fronte ad un disturbo d’ansia che occorre trattare in modo adeguato. Chi soffre di un disturbo d’ansia presenta una caratteristica modalità di pensiero che induce a sperimentare un costante livello di allarme e a porsi dei limiti in diverse attività, anche quotidiane, come fare la spesa, guidare in autostrada, andare al cinema, ecc.

Queste limitazioni vengono chiamate evitamenti e hanno due conseguenze principali: da un lato non consentono di provare che il timore di pericolo provato sia giustificato dalla realtà (“non vado al cinema perché temo che mi possa venire un’ansia così forte da non poterla sopportare ma evitando non saprò mai se questa possibilità si verificherà”), dall’altro portano a modificare in senso negativo la visione di sé (“se non sono in grado di entrare in un supermercato allora sono un incapace”). Si crea così un circolo vizioso il cui esito è quello di un peggioramento sostanziale della qualità della vita dell’individuo anche sul piano delle relazioni.

Nella terapia cognitivo-comportamentale il trattamento dei disturbi d’ansia verte principalmente sulla rottura di questo circolo vizioso attraverso due modalità: da un lato l’insegnamento di tecniche, quali ad esempio la respirazione lenta, che consentono una miglior gestione delle sensazioni somatiche connesse all’ansia; dall’altro la modifica in ottica funzionale dei pensieri che si attivano quando ci si prefigura un evento temuto o una minaccia.

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Come gestire l’ansia d’esame (Parte3): Evita i campanelli di allarme

Talvolta nella nostra quotidianità ci troviamo ad affrontare un evento particolarmente ansiogeno, come ad esempio un esame. In questi casi, è possibile che si inneschino i cosiddetti campanelli d’allarme: essi sono costituiti da alcune parole che rappresentano dei tranelli in quanto innescano facilmente l’ansia. Queste parole sono divise in quattro differenti categorie: parole estreme, parole “tutto o niente”, parole che giudicano, ordinano ed etichettano, parole che vittimizzano.

Le parole estreme esagerano o drammatizzano una situazione, descrivendola come più grave rispetto a quanto sia in realtà e tendono ad aumentare l’ansia e il malessere. Un uso possibile di questo tipo di parole può essere: “Sarà disastroso quando mi troverò di fronte al professore all’esame e si renderà conto che ho una preparazione terribile”.

Le parole “tutto o niente” sono estreme, non hanno una via di mezzo e quindi non permettono una valutazione realistica della situazione. Pensare che un esame per cui non siamo particolarmente preparati rovinerà in eterno la nostra carriera può costituirne un esempio. Le parole che giudicano, ordinano ed etichettano costituiscono valutazioni, ordini e definizioni che tendono ad innescare rapidamente l’ansia.

Le parole che esprimono un giudizio tendono a trasformare dei banali errori in disastri completi; di fronte ad un esame andato male, è facile giudicare sé stessi come un completo fallito. Gli ordini ci fanno comportare come se avessimo dentro di noi un comandante che non tollera alcuna deviazione dagli standard da lui fissati. Ad esempio: “devo prendere almeno 29 a questo esame”. Le etichette portano a valutare in modo sbrigativo una situazione senza averne fatto una valutazione accurata, esprimendo delle vere e proprie parole di condanna: “se questo esame non andrà come mi sono prefissato, mi sentirò una totale nullità”.

Infine, le parole che vittimizzano ci fanno dubitare delle nostre capacità di affrontare una situazione e ci demoralizzano. Ritornando al nostro esame, se ci sentiamo incapaci e inutili non ci concederemo neanche la speranza di essere in grado di superarlo.

Ora prova ad imparare a riconoscere e identificare questi campanelli d’allarme non appena vengono utilizzati così da poterli gradualmente sostituire con termini più funzionali. In questo modo, si può evitare lo sviluppo dell’ansia che deriva dall’uso di essi e affrontare in modo più sereno la preparazione di un esame.

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Come gestire l’ansia d’esame (Parte2): Soppressione del pensiero

Spesso molte persone ansiose cercano con grandi sforzi di controllare i propri pensieri e di evitare di rimuginare sull’esame imminente, come se cercassero di ottenere una mente “svuotata”. Per evitare di controllare l’ansia con questa modalità disadattiva ti proponiamo un esercizio pratico, l’esperimento di soppressione-controsoppressione. Questo esercizio non insegna a controllare o evitare i pensieri poiché si otterrebbe l’effetto opposto! Ogni volta che attivamente cerchiamo di respingere questi pensieri, ci ritroviamo comunque coinvolti da essi e, anzi, spesso siamo intrappolati in questo circolo di pensieri disfunzionali.

Prova a pensare: riusciresti a spingere una porta e, contemporaneamente, non essere in contatto con essa? Allo stesso modo, ti chiediamo di non pensare all’esame per tre minuti, cacciando via qualsiasi pensiero legato ad esso. Riusciresti a non pensarci nemmeno una volta?

Invece, ora ti chiediamo di lasciar vagare la mente per tre minuti. Se ti giungesse alla mente il pensiero dell’esame, osservalo passivamente come se fosse un pensiero qualunque tra gli altri. Quanta importanza hai dato in questo caso al pensiero dell’esame? Come hai potuto notare tu stesso, tanti più sforzi dedicherai a scacciare dalla mente il pensiero dell’esame, tanto più esso acquisirà sempre maggiore importanza. Se invece utilizzi la seconda tecnica, permetti al pensiero di vagare liberamente all’interno della mente, riducendone la sua rilevanza. In psicoterapia metacognitiva spessissimo insegniamo molte tecniche agli utenti del nostro centro psicologico. In particolare potrebbe esserti utile questa: impara a considerare la mente come un fiume sul quale scorrono degli oggetti galleggianti. Gli oggetti sono i pensieri. Tutti i pensieri di per sé scorrerebbero via se tu non li trattenessi.

È difficile riuscire ad apprendere ed utilizzare questo meccanismo nella vita quotidiana senza l’aiuto di un terapeuta, ma se hai un pensiero che ti provoca angoscia, come un esame imminente, puoi provare a far fluire questo pensiero attraverso uno stato di coscienza dei tuoi eventi interni. Prova a non valutarli, non tentare di controllarli o di reprimerli e prova a non mettere in atto qualche comportamento particolare, attraverso ad esempio la decisione di non preoccuparsi di fronte al pensiero intrusivo dell’esame. Prova a considerare i pensieri lasciando che occupino un proprio spazio all’interno della mente, con la consapevolezza che si tratti però solamente di un evento mentale e senza dargli alcuna interpretazione.

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