Cos’è l’ADOLESCENZA?

Utilizzando una metafora è possibile paragonare l’adolescente ad un fiume in piena.

Questo fiume scorre veloce, è tumultuoso e nel suo percorso verso il mare scopre paesaggi nuovi e incontra ostacoli. Ma il fiume ha anche degli argini e se sono solidi, pur nella piena, può trovare un buon contenimento. Gli argini dell’adolescente sono rappresentati da una parte dalla rete familiare (genitori, nonni, cugini) e dall’altra da quella degli amici.

A lungo si è pensato che l’adolescenza riguardasse esclusivamente l’adolescente stesso. In realtà sempre più studi oggi sottolineano come in questa trasformazione ci sia un coinvolgimento pieno di tutta la famiglia che vive, a volte con preoccupazione, i cambiamenti repentini del proprio figlio, trovandosi in balia di un giovane con delle caratteristiche nuove e sempre più definite.

A volte lo sviluppo corporeo viene percepito come non armonico. Questo può portare l’adolescente a non piacersi fisicamente. In alcuni casi può svilupparsi la dismorfofobia ovvero la preoccupazione persistente per qualche difetto corporeo. Le emozioni conseguenti sono rabbia e ansia, accompagnate talvolta da chiusura e ritiro sociale.

L’apparato riproduttivo si sviluppa pienamente e fanno la loro comparsa i caratteri sessuali secondari. L’adolescente scopre una nuova identità: quella sessuale che porta con sé nuove sfide e nuove scoperte. Emozioni come vergogna e imbarazzo possono caratterizzare questo aspetto.

Lo sviluppo cognitivo porta l’adolescente a dover abbandonare la prospettiva egocentrica dell’infanzia e ad aprirsi al mondo sociale, in particolare al gruppo dei pari che sembrano assumere un peso sempre maggiore nelle sue scelte.

Infine, c’è l’acquisizione dello status di adulto che passa dal contrasto tra l’esigenza di autonomia e di esplorare nuovi lidi e il bisogno di dipendenza ed avere dei punti fermi. 

Provare, sperimentare, sbagliare per capire chi si è e chi si vuole diventare, per acquisire un ruolo nella società, costituisce un percorso obbligato e naturale. Può tuttavia capitare che ci siano delle specifiche difficoltà e sofferenze che rendono particolarmente complesso questo periodo.

I campanelli d’allarme sono le emozioni negative intense e pervasive (angoscia, paura, rabbia), le conflittualità marcate e persistenti sia con i genitori (“non riescono a capirmi”, “non li sopporto più”) sia con i coetanei (“non voglio uscire”, “mi sento solo”, “non mi trovo più bene con i miei amici”), gli stalli del tema identitario e le problematiche relative all’uso dei media e riguardanti l’alimentazione. In tal caso può essere utile il supporto di un esperto.

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Come gestire l’ansia d’esame (Parte3): Evita i campanelli di allarme

Talvolta nella nostra quotidianità ci troviamo ad affrontare un evento particolarmente ansiogeno, come ad esempio un esame. In questi casi, è possibile che si inneschino i cosiddetti campanelli d’allarme: essi sono costituiti da alcune parole che rappresentano dei tranelli in quanto innescano facilmente l’ansia. Queste parole sono divise in quattro differenti categorie: parole estreme, parole “tutto o niente”, parole che giudicano, ordinano ed etichettano, parole che vittimizzano.

Le parole estreme esagerano o drammatizzano una situazione, descrivendola come più grave rispetto a quanto sia in realtà e tendono ad aumentare l’ansia e il malessere. Un uso possibile di questo tipo di parole può essere: “Sarà disastroso quando mi troverò di fronte al professore all’esame e si renderà conto che ho una preparazione terribile”.

Le parole “tutto o niente” sono estreme, non hanno una via di mezzo e quindi non permettono una valutazione realistica della situazione. Pensare che un esame per cui non siamo particolarmente preparati rovinerà in eterno la nostra carriera può costituirne un esempio. Le parole che giudicano, ordinano ed etichettano costituiscono valutazioni, ordini e definizioni che tendono ad innescare rapidamente l’ansia.

Le parole che esprimono un giudizio tendono a trasformare dei banali errori in disastri completi; di fronte ad un esame andato male, è facile giudicare sé stessi come un completo fallito. Gli ordini ci fanno comportare come se avessimo dentro di noi un comandante che non tollera alcuna deviazione dagli standard da lui fissati. Ad esempio: “devo prendere almeno 29 a questo esame”. Le etichette portano a valutare in modo sbrigativo una situazione senza averne fatto una valutazione accurata, esprimendo delle vere e proprie parole di condanna: “se questo esame non andrà come mi sono prefissato, mi sentirò una totale nullità”.

Infine, le parole che vittimizzano ci fanno dubitare delle nostre capacità di affrontare una situazione e ci demoralizzano. Ritornando al nostro esame, se ci sentiamo incapaci e inutili non ci concederemo neanche la speranza di essere in grado di superarlo.

Ora prova ad imparare a riconoscere e identificare questi campanelli d’allarme non appena vengono utilizzati così da poterli gradualmente sostituire con termini più funzionali. In questo modo, si può evitare lo sviluppo dell’ansia che deriva dall’uso di essi e affrontare in modo più sereno la preparazione di un esame.

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Come gestire l’ansia d’esame (Parte2): Soppressione del pensiero

Spesso molte persone ansiose cercano con grandi sforzi di controllare i propri pensieri e di evitare di rimuginare sull’esame imminente, come se cercassero di ottenere una mente “svuotata”. Per evitare di controllare l’ansia con questa modalità disadattiva ti proponiamo un esercizio pratico, l’esperimento di soppressione-controsoppressione. Questo esercizio non insegna a controllare o evitare i pensieri poiché si otterrebbe l’effetto opposto! Ogni volta che attivamente cerchiamo di respingere questi pensieri, ci ritroviamo comunque coinvolti da essi e, anzi, spesso siamo intrappolati in questo circolo di pensieri disfunzionali.

Prova a pensare: riusciresti a spingere una porta e, contemporaneamente, non essere in contatto con essa? Allo stesso modo, ti chiediamo di non pensare all’esame per tre minuti, cacciando via qualsiasi pensiero legato ad esso. Riusciresti a non pensarci nemmeno una volta?

Invece, ora ti chiediamo di lasciar vagare la mente per tre minuti. Se ti giungesse alla mente il pensiero dell’esame, osservalo passivamente come se fosse un pensiero qualunque tra gli altri. Quanta importanza hai dato in questo caso al pensiero dell’esame? Come hai potuto notare tu stesso, tanti più sforzi dedicherai a scacciare dalla mente il pensiero dell’esame, tanto più esso acquisirà sempre maggiore importanza. Se invece utilizzi la seconda tecnica, permetti al pensiero di vagare liberamente all’interno della mente, riducendone la sua rilevanza. In psicoterapia metacognitiva spessissimo insegniamo molte tecniche agli utenti del nostro centro psicologico. In particolare potrebbe esserti utile questa: impara a considerare la mente come un fiume sul quale scorrono degli oggetti galleggianti. Gli oggetti sono i pensieri. Tutti i pensieri di per sé scorrerebbero via se tu non li trattenessi.

È difficile riuscire ad apprendere ed utilizzare questo meccanismo nella vita quotidiana senza l’aiuto di un terapeuta, ma se hai un pensiero che ti provoca angoscia, come un esame imminente, puoi provare a far fluire questo pensiero attraverso uno stato di coscienza dei tuoi eventi interni. Prova a non valutarli, non tentare di controllarli o di reprimerli e prova a non mettere in atto qualche comportamento particolare, attraverso ad esempio la decisione di non preoccuparsi di fronte al pensiero intrusivo dell’esame. Prova a considerare i pensieri lasciando che occupino un proprio spazio all’interno della mente, con la consapevolezza che si tratti però solamente di un evento mentale e senza dargli alcuna interpretazione.

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Come gestire l’ansia d’esame (Parte1): i 4 step dell’ansia d’esame

Provare ansia prima di un esame è una modalità naturale e adattiva del nostro sistema emotivo, che si attiva di fronte ad una situazione stressante. Questo processo si sviluppa in diversi step: è importante saperli riconoscere prima che l’ansia ti sfugga di mano.

  • Il primo step è il momento in cui si inizia a percepire l’emozione spiacevole, che è inconsapevole e incontrollabile. Provarla nel giusto quantitativo ci prepara ad affrontare al meglio una situazione stressante.
  • Il secondo step consiste nella valutazione, compiuta dal nostro cervello, dell’emozione che stiamo provando. In questo momento, si valutano i possibili esiti dell’esame e i costi e benefici della situazione, prendendo consapevolezza della loro incertezza. È questo il momento in cui possiamo intervenire per evitare che l’ansia diventi eccessiva: possiamo mettere in discussione le valutazioni che abbiamo fatto, ridimensionando la gravità della situazione per guardare ad essa in modo più realistico e, quindi, maggiormente affrontabile.
  • Se non riusciamo ad evitare che l’ansia diventi eccessiva, si giunge al terzo step: il cervello inizia a comunicare al nostro corpo che la situazione è peggiore rispetto a quella che sembra in realtà, amplificando l’emozione negativa. Quindi, cominciamo a provare una serie di sensazioni corporee molto spiacevoli che si possono affrontare ricorrendo a tecniche di rilassamento.
  • Infine, il quarto step è il più difficile da gestire perché l’ansia ha preso il sopravvento per cui non ci sono più modalità per gestirla e si percepisce una sensazione di inevitabilità dell’emozione spiacevole.

Ti proponiamo adesso due esercizi pratici per combattere l’ansia d’esame:

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Ansia d’esame (Parte2): Sto soffrendo di ansia d’esame?

Nella parte precedente abbiamo fatto qualche semplice esempio della tipica ansia di esame.

Non dobbiamo tuttavia dimenticare di considerare la conoscenza di noi stessi, dei nostri limiti e delle possibilità che abbiamo. Per ognuno di noi uno “scoglio” può divenire una sfida o una montagna difficile da attraversare.

Partire dall’analisi della realtà potrebbe essere un buon punto di partenza per comprendere se la nostra ansia è arrivata a livelli disfunzionali. Si possono avvertire semplici stati di ansia sicuramente spiacevoli, ma ben compensati dalla consapevolezza di aver studiato con impegno e dalla padronanza delle conoscenze apprese.

In altri casi ci sono studenti che possono avere una forte tensione nervosa, sentirsi coinvolti emotivamente, sensazione di impotenza, rabbia, delusione, paura , pensieri disturbanti e distraenti, fino ad avere attacchi di panico durante la preparazione o il giorno dell’esame. Possono essere presenti anche sintomi fisici gastrointestinali, sensazione di affanno, tachicardia e sudorazione. In questi casi è importante provare a gestire questo stato altamente nervoso con delle respirazioni lunghe e ritmate, affinché venga abbassato il livello di attivazione corporea. Possiamo magari domandarci cosa potrà accadere effettivamente se per caso non dovesse andare secondo le nostre aspettative e soprattutto quanto sto trasferendo di me in questo esame.

Quanto più tendiamo inconsciamente ad identificarci e a darci un valore in base all’esame che stiamo per sostenere, tanto più corriamo il rischio di non affrontare la realtà per quella che è, ossia un esame scolastico o universitario, una prestazione. Noi possiamo studiare, impegnarci, migliorare la nostra preparazione affinando metodi di studio, implementare la nostra prestazione e acquisire quindi una padronanza e un controllo della nostra performance, ma non possiamo essere infallibili. Tuttavia ci sono situazioni emotive talvolta particolari, problemi personali di diversa intensità che possono togliere energie o renderci più tesi del solito o magari non è sempre semplice venir fuori da sensazioni sgradevoli provocate dall’ansia, ma questo può sicuramente fornire informazioni notevoli alla nostra coscienza e sulla conoscenza di noi stessi, sul nostro funzionamento e sui nostri valori, se sappiamo accoglierla e impariamo a leggerla, anche con l’aiuto di uno psicologo specialista.

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Ansia d’esame (Parte1): Oddio che ansia!

Chi di noi non ha mai pensato “vabbè adesso mollo tutto”? Lo stress è una condizione a cui sono sottoposte quasi tutte le persone che dovranno sostenere una prestazione, una prova d’esame, accompagnata il più delle volte dal timore di non essere all’altezza delle proprie prestazioni. Sì, così cominciamo a pensare che saremo giudicati negativamente, risulteremo deludenti e non adeguati. Quando lo stress supera livelli in cui la prestazione peggiora, cominci a sentire un forte disagio che provoca frustrazione e anche possibile inibizione dell’attività di studio fino al blocco.

Il tuo senso di autoefficacia si indebolisce e l’autostima si va a far benedire.

Ma cosa mi provoca tutta questa ansia? Certo, i motivi sono i più disparati ma andando a considerare i motivi generici che possono provocare ansia e innalzare i livelli di stress possiamo immaginare situazioni stressanti inerenti o non inerenti allo studio, come ad esempio un esame particolarmente impegnativo o poco stimolante o una situazione familiare e personale complicata. O ancora, possono esserci cause legate alla propria personalità o ai propri vissuti.

Per esempio nel primo caso ci potrebbe essere la perdita dell’obiettivo ed una difficoltà a focalizzarci sull’impegno ed una motivazione affievolita. Nel secondo caso, magari a scuola, siamo spesso stati elogiati e premiati con voti alti, e al contrario criticati se avevamo voti bassi. Adesso, nel percorso di studi, avvertiamo un peso simile ad un senso di colpa nei confronti dei genitori, che credono in noi e che ci sostengono, se non tutti gli esami vanno come dovrebbero. Questi sono pochi esempi di sofferenza che tuttavia accomunano molti più studenti.

Vacci calmo col cortisolo!

Livelli di cortisolo, ormone dello stress, abbastanza elevati incidono in modo assolutamente positivo sull’attenzione e sulla concentrazione, migliorandone la prestazione, ma andando oltre ti assicuriamo che la prestazione subisce un abbassamento importante causato da vari motivi di tipo psicologico. In particolare ti partiranno mille paturnie e vivrai il contesto temuto come particolarmente giudicante. Ti sentirai inoltre in uno stato di allarme fastidioso e distraente, avrai la sensazione di vuoto alla testa e paura di non ricordare i contenuti dell’esame.

Questi esempi percettivi sono semplicemente dei veri e propri sabotaggi che mettiamo inconsciamente in atto per paura di non essere all’altezza. La predisposizione mentale e emotiva in questi casi purtroppo ne potrebbe effettivamente connotare l’esito della prova o determinarne il grado prestazione, perché la qualità dell’attenzione necessaria alla prova in atto viene ridotta dalla presenza di pensieri negativi, ansiogeni, paurosi e dunque autosabotanti. La percezione estremamente autodiretta e giudicante o eterodiretta sul contesto distraggono l’attenzione focalizzata perdendo i contenuti necessari allo svolgimento della prova.

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Come si curano i disturbi alimentari (parte2)

Ci sono diversi modelli psicologici su base scientifica utili per gestire il disturbo alimentare. I vari approcci sono tra di loro associabili ma la condizione imprescindibile è la collaborazione della persona che sta male che deve essere motivata e disponibile al cambiamento.

Il sintomo alimentare spesso rappresenta l’unica modalità possibile per definire la propria identità, attraverso riferimenti esterni. Il lavoro psicoterapeutico consente di dare significato ed emozioni e pensieri alla base di un agire disfunzionale nel rapportarsi al cibo.

L’approccio psicologico più utile è l’integrazione tra un lavoro di terapia cognitiva comportamentale (lavoro sulle cognizioni e i pensieri disfunzionali che la persona ha sul cibo e sul proprio corpo, sui comportamenti messi in atto come la restrizione alimentare, l’evitamento, i comportamenti sul controllo del peso e del corpo) e un lavoro di terapia psicodinamica più profondo sui significati che il cibo veicola nel mondo interno della persona che ne soffre. Un trattamento che sia efficace deve infatti occuparsi non solo dei sintomi e delle abitudini alimentari non sane (l’eliminazione delle regole dietetiche estreme e rigide con l’adozione di linee guida saltuari flessibili, ripristinare la percezione di fame e sazietà, interrompendo le restrizioni alimentari o al contrario le abbuffate e i metodi di compensazione) ma capire anche i significati profondi legati a questo malessere. Il cibo infatti diventa il modo per fronteggiare le proprie emozioni; o si rifiuta il cibo con l’illusione di controllo o lo si usa in modo esagerato, abbuffandosi per consolarsi o per punirsi. Ma esistono strategie più utili ed efficaci per gestire le emozioni negative che possono essere insegnate.

La difficoltà a riconoscere le proprie emozioni e i deficit nelle abilità metacognitive sono caratteristiche presenti trasversalmente nei disturbi di alterazione del comportamento alimentare. Sulla base di numerosi studi di validità scientifica, la Self Mirroring Therapy è una metodica innovativa che promuove la consapevolezza delle emozioni e dei pensieri della persona soprattutto nei casi in cui tale capacità sia scarsa o deficitaria e rappresenti un ostacolo al trattamento. La metodica consiste nel registrare alcuni momenti della seduta da far rivedere alla persona allo scopo di riattivare quei meccanismi di risonanza empatica mediai dal sistema dei neuroni a specchio. Osservando le proprie espressioni emotive, la persona può entrare più facilmente in contatto con la propria condizione di disagio e sofferenza, diventare consapevole delle proprie emozioni, dei propri pensieri, convinzioni e aspettative: condizione indispensabile per attivare percorsi di accettazione, autocompassione e perdono verso se stesso, contribuendo alla creazione di un’idea di sé più positiva e funzionale. La persona risulta così stimolata a prendersi cura di se stesso ed a lavorare sul proprio cambiamento che in fondo, è il core di ogni psicoterapia.

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Come si curano i disturbi alimentari (parte1)

I disturbi del comportamento alimentare sono disturbi psichiatrici che possono progredire facilmente verso la cronicizzazione con gravi ripercussioni a breve e a lungo termine e con un impatto considerevole sulla vita famigliare, lavorativa e sociale. Inoltre spesso il disturbo alimentare è associato ad altre patologie psichiatriche, in particolare la depressione, ma anche i disturbi d’ansia, l’abuso di alcool o di sostanze, il disturbo ossessivo-compulsivo e i disturbi di personalità. Possono essere presenti anche comportamenti auto aggressivi, come atti autolesionistici (ad esempio graffiarsi o tagliarsi fino a procurarsi delle piccole ferite, bruciarsi parti del corpo) e tentativi di suicidio che complicano il quadro psicopatologico.

Accanto alla valutazione psichiatrica e la riabilitazione nutrizionale, è necessario accompagnare la persona in un supporto terapeutico. Chi non ha un buon rapporto con il cibo, ha bisogno di confrontarsi con le proprie abitudini alimentari, riconoscere la funzione sostituiva e/ o compensativa del cibo, imparare a gestire ed esprime le proprie emozioni in maniera diversa che ricorrendo al cibo o rinunciandoci. Questi sono i presupposti per uscire dal disturbo alimentare.

Da soli non è semplice.

Chiedere aiuto è importante per:

  • portare sollievo alle emozioni negative di vergogna, paura, senso di colpa;
  • aumentare la remissione dei sintomi e del malessere soggettivo;
  • smettere che la malattia comprometta la qualità di vita;
  • fermare i danni organici del problema alimentare (alterazione gastroenteriche, cardiovascolari, metaboliche ed elettrolitiche).

Il primo passo è la consapevolezza di riconoscere la difficoltà

Il secondo passo è chiedere aiuto

Il terzo passo è intraprendere un percorso di aiuto

Parenti o amici di una persona che soffre di disturbo alimentare, si trovano in difficoltà: notano i comportamenti autodistruttivi della persona, ma spesso non hanno il coraggio di parlare apertamente.

Allo stesso tempo, stare vicino a persone che soffrono di un problema alimentare non è semplice, ci si sente impotenti e incapaci di aiutare la persona che amiamo.

Spesso la persona malata rifiuta l’aiuto del famigliare e questo fa sentire ancora di più un senso di rabbia e frustrazione. Ma accusare o rimproverare non è produttivo. Il confronto spesso si riduce a suppliche o minacce che non fanno altro che allontanare la persona sofferente. Così come accusare la persona che soffre, di mancanza di volontà di reagire, produce un effetto di assoluta resistenza.

L’atteggiamento migliore, seppur, difficile, è quello di disponibilità e vicinanza e di supportare la persona a chiedere aiuto. Uscire dal circolo vizioso che caratterizza i disturbi alimentari non è semplice ma fattibile.

L’ambiente famigliare e sociale può avere un ruolo nell’ insorgenza e nel mantenimento del disturbo alimentare ma non è la causa e soprattutto può diventare un prezioso alleato nel percorso di guarigione a fianco degli specialisti.

La persona che soffre di un disturbo alimentare deve essere accompagnata ad acquisire una nuova consapevolezza nella relazione con l’altro e aiutarlo a dare strumenti nuovi per far fronte alle angosce legate all’aver un rapporto non sano con il cibo.

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Quali sono le cause dei disturbi alimentari?

Cosa fa sì che un “comportamento disordinato” resti tale e cosa, invece, lo fa evolvere in un disturbo dell’alimentazione? Non esiste un’unica causa! Il modello eziopatogenetico per questi disturbi è multifattoriale vale a dire che non sono la conseguenza di un preciso e singolo problema ma sono condizioni complesse generate dalla presenza contemporanea di più fattori di natura diversa.

Esistono diversi fattori predisponenti:

• Fattori biologici genetici (Il patrimonio genetico crea una condizione di vulnerabilità necessaria ma non sufficiente che costituisce il terreno fertile per l’innescarsi di una patologia alimentare).

• Fattori di predisposizione psicologica e caratteristiche di personalità (perfezionismo, bassa autostima, storia famiglia di disturbi alimentari, impulsività, depressione).

• Fattori di natura relazionale (conflittualità famigliari, aspettative elevate, svalutazioni sul peso e sull’aspetto fisico).

• Fattori di natura socioculturale (l’influenza dei mass media, le mode, i valori legati sulla promozione di un ideale estetico e di successo personale).

Il modello eziopatogenetico ha però valore probabilistico. Al di là delle cause, ci sono delle condizioni in grado di aumentare la probabilità che il disturbo si presenti. La presenza di fattori di rischio elevati non determina automaticamente lo sviluppo di un disturbo alimentare ma aumenta la probabilità che esso si manifesti. È indubbio che la presenza di medesimi fattori di rischio in due persone differenti non garantisce lo sviluppo di un disturbo alimentare in entrambe le persone.

Esistono infatti delle condizioni di fattori scatenanti, come una perdita, un lutto, una delusione che sono in grado di far comparire alcuni sintomi del disturbo alimentare nelle persone con elevati fattori di rischio e bassi fattori di protezione.

La distinzione categoriale ha mostrato nella clinica che i pazienti con disturbi alimentari condividono diversi nuclei psicopatologici, vale a dire le caratteristiche cliniche tendono a persistere nel tempo modificandosi e si assiste spesso a una migrazione delle diagnosi. Purtroppo le manifestazioni cliniche dei disturbi dell’alimentazione, si mantengono in uno stato di continua attivazione a causa di fattori di mantenimento, principalmente perfezionismo, bassa autostima e relazioni sociali disfunzionali. L’insoddisfazione perenne nei confronti del proprio corpo fa ruotare i nostri pensieri e fantasie, intorno al peso e alle diete. “cosa mangiare, quanto, come e con chi”, fanno trascurare amici e famiglia, in una spirale di insoddisfazione continua.

Le conseguenze dei disturbi alimentari ricadono sul funzionamento fisico, psicologico, sociale e lavorativo. Le complicanze legate alla denutrizione, vomito autoindotto, abuso di diuretici e lassativi sono numerosi, così come la complicazione del proprio stile di vita.

Quali sono i disturbi alimentari? (parte4): Ortoressia e Bigoressia

Ci sono altri disturbi legati alla restrizione ed evitamento dell’assunzione di cibo:

L’ortoressia, è una condizione caratterizzata dall’eccessiva attenzione alla forma fisica, un’insolita preoccupazione per la salute e una tendenza a preferire l’assunzione di determinati alimenti, impoverendo la propria dieta perché le regole diventano sempre più rigide. Chi soffre di questo disturbo tende a isolarsi perché difficilmente famigliari e amici tollerano questo comportamento di convinzione fideistica delle proprie scelte.

La bigoressia, è una condizione caratterizzata dalla auto percezione distorta di sentirsi gracile che induce le persone che ne soffrono ad assumere regolarmente integratori, anabolizzanti e diete iperproteiche e svolgere eccessiva attività fisica per aumentare la propria massa muscolare. È presente in prevalenza nella popolazione maschile e tra chi pratica molto esercizio fisico. Similmente ai disturbi alimentari “classici” si assiste a un’alterazione della percezione di sé accompagnata da un pensiero continuo sulle forme corporee.

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