Amministrazione di sostegno e interdizione (parte1)

Vi è mai capitato di avere un anziano parente che, senza esserne consapevole, ha sottoscritto al telefono un contratto, con la complicità di un abile truffatore? Oppure un altro col vizio del gioco e con libero accesso al conto corrente di famiglia?

Ci sono purtroppo delle situazioni drammatiche che richiedono un aiuto di non facile attuazione. Tutelare per rendere liberi: significa creare quelle condizioni che non sono richieste (e magari non volute) dalla persona in questione, ma di cui ha più bisogno in realtà.

L’amministratore di sostegno (AdS) potrebbe essere una soluzione a questo dilemma: è una figura istituita per coloro che si trovano nell’impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, per effetto di un’infermità o di una menomazione fisica o psichica. Gli anziani e i disabili, ma anche gli alcolisti, i tossicodipendenti, le persone detenute, i malati terminali, persone colpite da ictus o da degenerazioni cognitive, ecc. possono ottenere (o meglio i loro parenti per loro) che un giudice tutelare nomini una persona che abbia cura della loro persona e del loro patrimonio. 

L’Amministrazione di Sostegno è un istituto che mira a tutelare, in modo transitorio o permanente – per infermità o menomazioni fisiche o psichiche, anche parziali o temporanee – coloro che non hanno piena autonomia nella vita quotidiana e si trovano nell’impossibilità di provvedere ai propri interessi.
Per richiedere l’amministrazione di sostegno si deve presentare un ricorso, per cui non è necessaria l’assistenza di un avvocato.

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Risarcimento del danno

Se subiamo un trauma, per dolo e/o per colpa di qualcuno, abbiamo il diritto di richiedere un risarcimento economico. La maggior parte delle persone ha ben presente che questo è possibile quando subiamo dei danni fisici, come in un incidente stradale o nei casi di mala-sanità. Ciò che invece è meno chiaro, è la possibilità di richiedere un risarcimento anche quando il danno non è esclusivamente biologico.

Vi sono tre fattispecie di danno risarcibili:

  • Il danno psicologico prevede che un evento traumatico causi un pregiudizio sulla salute psichica, dando luogo quindi a una psicopatologia conclamata. Col danno psicologico si evidenzia una vera e propria patologia mentale, come ad esempio, un Disturbo Post-Traumatico da Stress;
  • Il danno da pregiudizio esistenziale indica invece che sia presente un peggioramento della qualità della vita, riconducibile non esclusivamente alla salute psico-fisica ma, piuttosto, ai valori dell’esistenza della persona danneggiata. Il danno esistenziale dunque prevede che, anche in assenza di psicopatologia, vi sia uno sconvolgimento della vita quotidiana;
  • Infine, il danno morale riflette il livello di sofferenza soggettivamente percepita.

È facilmente comprensibile come la quantificazione oggettiva della salute psichica e del grado di sofferenza, diventa argomento di elevata complessità: si rende necessaria una valutazione psicologica esperta e approfondita, che possa motivare – attraverso, ad esempio, cartelle cliniche, test psicologici e documenti medici – le percentuali di danno riscontrate.

È chiaro che per richiedere il risarcimento economico di questo tipo di danno, è necessario che l’evento traumatico subito sia lecito e documentato. Gli ambiti di riferimento sono tra i più vari, tri i più frequenti:

  • Infortunistica Stradale;
  • Morte di un congiunto;
  • Danno da wrongful life (nascita con malformazione non diagnosticata dagli esami perinatali);
  • Danno da nascita indesiderata;
  • Danno da Mobbing lavorativo;
  • Danno da Demansionamento e da Licenziamento senza giusta causa;
  • Infortunistica professionale;
  • Danno da colpa professionale;
  • Danno da menomazione della capacità visiva;
  • Danno estetico;
  • Mala-sanità;
  • Idoneità per la ratificazione di attribuzione di sesso;
  • Danno ambientale;
  • Tutela della Privacy;
  • Bioetica;
  • Danno alla Reputazione;
  • Libertà di pensiero;
  • Stalking;
  • Maltrattamento e lesioni fisiche;
  • Abuso su donne o minori;
  • Illeciti penali subiti e costituzione di parte civile;
  • Gaslighting (violenza psicologica in cui si fa dubitare la vittima della propria memoria e percezione).

La tua memoria è sempre la stessa?

L’aumento dell’aspettativa di vita e il calo demografico nei paesi industrializzati costituiscono fenomeni di rilevanza che hanno portato la popolazione mondiale a essere sempre più anziana.

In particolare, in Italia gli individui con più di 65 anni si attestano a oltre il 20% della popolazione. Sebbene sia ormai stata superata la visione dell’invecchiamento come una fase della vita fatta solo di perdite dal punto di vista fisiologico, cognitivo e funzionale, è innegabile che l’invecchiamento costituisca il maggiore fattore di rischio per lo sviluppo di patologie neurodegenerative.

Il decadimento cognitivo è strettamente legato a fattori di rischio modificabili nel corso della vita ed è ormai un dato accertato che condurre uno stile di vita sano già da giovani protegge enormemente dallo sviluppo di demenze. Tali patologie si caratterizzano per una diminuzione progressiva delle abilità cognitive (memoria, attenzione, linguaggio…) e funzionali dell’individuo.

Se è normale che il funzionamento cognitivo subisca dei cambiamenti legati all’avanzare dell’età, come per esempio una maggiore difficoltà mnesica o una ridotta velocità di elaborazione delle informazioni, quando tali difficoltà cominciano anche lievemente a peggiorare lo svolgimento delle attività lavorative o casalinghe della vita quotidiana, diventa di primaria importanza effettuare dei controlli specifici sulla salute del proprio cervello.

Da sottolineare, inoltre, come l’età anziana sia maggiormente associata allo sperimentare i sintomi di depressione, ansia, dolore cronico, perdita dell’udito o patologie croniche (per esempio cardiovascolari), che possono peggiorare la performance cognitiva a livello oggettivo o soggettivo.

La menopausa

La salute psico-fisica della donna, tra le altre cose appare essere indistricabilmente legata alla funzionalità riproduttiva, i cui cambiamenti sono molteplici dalla pubertà all’età anziana.

Dopo i 40 anni circa la donna si trova a fronteggiare la fase della vita in cui passa dall’avere la possibilità riproduttiva a non averla più. Nei paesi industrializzati la menopausa avviene mediamente intorno ai 51 anni, e costituisce un periodo durante la quale, tra le altre cose, le alterazioni ormonali possono condurre a sperimentare difficoltà emotive e corporee.

Poiché l’aspettativa di vita è aumentata enormemente le donne si trovano a percorrere un periodo della vita sempre più lungo dopo la menopausa, e per molte di esse la qualità di vita diminuisce notevolmente a causa dei disturbi psico-fisici legati a questa fase della vita, a cui si associa una maggiore probabilità di essere esposte a patologie quali diabete, obesità e disturbi vascolari e di sperimentare sintomi psicologici come depressione e insonnia. Tali fattori, inoltre, sono legati a una peggiore performance cognitiva, che influenza negativamente le attività quotidiane e il benessere percepito.

Una delle maggiori difficoltà esperite durante questo periodo di vita riguarda l’accettazione dei cambiamenti corporei e il mantenimento di una soddisfacente vita sessuale. Spesso, inoltre, le donne non sono adeguatamente informate sulla modalità più adeguata con cui affrontare alcuni sintomi della menopausa, e questo limita enormemente la possibilità di farvi fronte.

Il pensionamento

L’effetto del pensionamento sul benessere psicofisico dell’individuo è oggetto di studio della psicologia a partire dagli anni ’50 . Indubbiamente il momento in cui ci si avvicina alla pensione costituisce un punto di svolta nella vita di un individuo, e può portare con sé benefici, ma anche effetti negativi. In particolare, esiste un fenomeno definito “ansia da pre-pensionamento”, che indica un aumento di preoccupazione e ansia nel periodo precedente al pensionamento relativamente all’aspettative delle conseguenze che questo avrà sulla propria vita.

erminare la propria attività lavorativa implica una riorganizzazione del proprio tempo e delle proprie attività, e la possibilità di intraprendere attività piacevoli è strettamente legata alle risorse socio-economiche e allo stati di salute degli individui. In alcuni casi può succedere di sperimentare una luna di miele nel periodo immediatamente successivo all’inizio della pensione, per passare successivamente a una scarsa soddisfazione del proprio nuovo status.

È quindi frequente che, avvicinandosi all’età pensionabile, gli individui ridiscutano obiettivi e progetti della propria vita futura.

Spesso, soprattutto se le persone hanno raggiunto livelli lavorativi di rilievo (in termini di impiego e in termini di status sociale), il pensionamento può condurre a sperimentare una vera e propria perdita di identità, con conseguente malessere psicologico.

Generazione sandwich: prendersi cura dei propri cari

L’aumento dell’aspettativa di vita sta conducendo a una popolazione sempre più anziana, con le problematiche che si accompagnano a questa fascia d’età. In particolare, le patologie neurodegenerative (Malattia di Alzheimer e altre forme di demenza) sono destinate ad aumentare.

Tali patologie si caratterizzano per una graduale predita della funzionalità cognitiva, accompagnata da alterazioni a livello affettivo-comportamentale e da un decadimento funzionale della persona (svolgimento di attività quotidiane come gestire il denaro, prepararsi i pasti e mangiare, vestirsi e lavarsi).

La perdita di abilità che accompagna le demenze fa sì che i familiari dei pazienti spesso debbano prendersi cura di loro, diventandone i caregiver. Circa l’80% dei pazienti con demenza vive infatti presso la propria abitazione, gravando sulla famiglia. Il costo dell’assistenza informale prestata da un familiare a un paziente con si attesta intorno ai 35.000 euro l’anno (Gambina et al., 2003).

A questo bisogna aggiungere il carico che tale attività comporta, cui conseguono spesso problematiche di natura fisica e psicologica (Monin & Schulz, 2009). I caregiver, infatti sono definiti le hidden victims delle demenze, ossia le vittime nascoste. Prendersi cura di un genitore (o di un suocero) anziano è un compito altamente stressante dal punto di vista psico-fisico, soprattutto se a farlo sono persone (nella maggior parte dei casi donne) che devono provvedere anche ai bisogni dei figli, magari adolescenti e gestire la propria attività lavorativa.

Questa particolare fascia di popolazione, la cui età può estendersi tra i 45 e i 60 anni circa, costituisce i caregiver intergenerazionali. Spesso, queste persone sperimentano un disagio emotivo legato al proprio ruolo di caregiver, all’ansia del prendersi cura “nel modo giusto” degli anziani e di dedicare abbastanza tempo ai propri figli e al proprio lavoro; altra frequente problematica è la mancanza di tempo per se stessi e per lo svolgimento di attività sociali piacevoli. Frequentemente devono abbandonare il lavoro o diminuire le ore ad esso dedicato, sperimentando un senso di perdita di prospettive e di obiettivi che può condurre a sintomi depressivi. Anche la salute peggiora: i caregiver di pazienti con demenza hanno maggiore probabilità di presentare patologie fisiche e di sviluppare demenza a loro volta.

I vissuti emotivi nell’infertilità

“Eravamo preparati, ma non all’imprevisto… adesso sono molto spaventata”
“A volte mi sento vuoto…”
“Mi guardo attorno e mi sento di essere da meno rispetto agli altri…”

Comprendere cosa proviamo diviene il primo passo per riconoscerlo e accettarlo come parte di noi e successivamente prendercene cura, da soli e/o con l’aiuto di qualcuno.

Pur nella profonda consapevolezza che i vissuti di ogni persona sono assolutamente soggettivi e unici, proponiamo di seguito una breve descrizione di ciò che emerge in merito dai contributi scientifici di settore, in particolare per quelle coppie che scelgono di intraprendere un trattamento medico finalizzato ad affrontare l’infertilità.

Da un’analisi che riassume i risultati di diverse ricerche, troviamo che durante il percorso di Procreazione Medicalmente Assistita potremmo sperimentare sentimenti di perdita, sofferenza, rabbia e tristezza. Si aggiunge poi l’invidia e la gelosia verso altri genitori oppure il sentire minata la nostra autostima. Ed inoltre possiamo ritrovarci delusi e talvolta frustrati.

L’infertilità può portare anche a sentirci in colpa o vergognarci della nostra condizione: forse ci siamo trovati a dirci “non sono come gli altri”, “non sono abbastanza”, “non sono stato capace di essere madre/padre e di dare un figlio al/alla mio/a compagno/a”.

In particolare, si è riscontrato come nelle donne tali sentimenti si accompagnino al disprezzo per il proprio corpo, vissuto quasi con paura di un fisico malato e non completamente funzionante e ad una percezione di mancanza, che intacca la propria femminilità. Alcuni studi qualitativi infatti evidenziano come l’infertilità possa far nascere e fomentare un senso di sè negativo, caratterizzato da sentimenti di disvalore personale, inadeguatezza e scarso controllo sulla situazione.

Persone infertili arrivano a riferire bassi livelli di soddisfazione rispetto alla propria vita, stress e potenziali sintomi depressivi e ansiosi.

Rispetto al nostro contesto, possiamo vivere una sorta di paura sociale di ricevere critiche o giudizi in merito alla nostra condizione. Questo potrebbe portarci a voler evitare certi ambienti e persone sino ad isolarci, facendoci sentire ancora più soli e incompresi, come intrappolati in un circolo vizioso negativo.

Dati che possono fare paura e sentimenti negativi, che possiamo sentire nascere dentro di noi col passare del tempo, a volte confusi, sicuramente gravosi da tollerare.

Quando le difficoltà incalzano, possiamo provare a fermarci e domandarci cosa ci sta accadendo, tentando di rintracciare dentro di noi delle risorse per affrontare il dolore, magari con il supporto del nostro/a compagno/a.

Se individuiamo che qualcosa in noi sta cambiando e sentiamo che sofferenza e malessere sono in graduale aumento, allora possiamo provare chiedere aiuto, eventualmente anche ad un professionista specializzato in questo settore.

Cosa vuol dire essere infertili?

Se è trascorso un periodo di tempo dai 12 ai 24 mesi di rapporti sessuali mirati e non protetti e non si è raggiunto un concepimento, allora per l’Organizzazione Mondiale della Sanità si potrebbe essere considerati una coppia con problemi di infertilità.

L’infertilità sembrerebbe una condizione in cui la fecondazione avviene, ma la gravidanza non riesce ad essere portata a termine fino a garantire la sopravvivenza del feto.

Nel caso sia presente in uno o entrambi i partner una condizione fisica permanente, che non rende possibile la procreazione, allora si parla di sterilità.

Al di là delle etichette diagnostiche, ciò significa che, per poter diventare genitori, potremo dover affrontare un percorso più lungo e tortuoso del previsto.

Le ricerche ci mostrano come non sia così infrequente scoprire delle criticità iniziali nell’avere un figlio, anche in coppie giovani e in salute. L’avanzare dell’età e patologie organiche agli apparati sessuali possono costituire un fattore di rischio aggiuntivo, che diminuisce le probabilità di un concepimento.

Sembra dunque che le difficoltà riproduttive e l’infertilità accomunino tristemente la vita personale e intima di molte coppie e di conseguenza impattino sul contesto sociale in cui viviamo.

Le paure nei bambini

Qualsiasi fase evolutiva è connotata da svariate paure con cui il bambino deve confrontarsi e provare ad affrontare. Quella che per noi può essere definita una paura buffa ed incomprensibile, può essere per un bambino causa di grande inquietudine. La maggior parte delle paure nei bambini sono irrazionali ma pur sempre legate a situazioni specifiche, persone, motivazioni non sempre identificabili.

Con il passare del tempo le paure tendono a scemare da sole, grazie all’aumento della consapevolezza di sé e del mondo da parte del bambino, che diventa sempre più autonomo.

Le paure nei bambini possono essere distinte in tre categorie: le paure innate, presenti dalla nascita; le paure legate alla crescita, che si manifestano a diverse età; le paure apprese in seguito ad eventi traumatici o influenzate dal contesto di vita.

La prima paura nei bambini è la perdita del contatto fisico con la mamma.

A 8/9 mesi si ha paura dell’estraneo. Tra i 12 e i 18 mesi subentra la paura della separazione, che raggiunge il suo apice intorno al 2° e 3° anno di vita. Tra i 3 e i 5 anni arriva la paura del temporale, del buio, dei mostri, di Babbo Natale e della Befana, elementi ambivalenti da un punto di vista emotivo: affascinano ma nello stesso tempo spaventano. Sopraggiunge anche la paura dei pericoli fisici, di ferirsi, ammalarsi.

In età prescolare la paura più manifesta è quella della separazione dal genitore e dell’abbandono legata all’inizio della vita scolastica, un contesto nuovo e comunitario. Altra paura caratteristica di questa età è quella dei personaggi delle fiabe e dei racconti come l’uomo nero o il lupo cattivo, i quali in alcuni casi vengono utilizzati dalle figure di riferimento per spaventare i bambini e per dissuaderli da alcuni comportamenti.

Tra i 6 e i 12 anni alcune delle paure descritte sopra possono essere superate, perché in questa fase il bambino ha maggiore consapevolezza, ma proprio perché ora comprende in modo più adeguato, può apprendere altre minacce, come quella dei ladri e dei rapitori, delle malattie, del sangue, delle iniezioni, della morte e dell’abbandono. Compaiono le ansie legate al proprio stato sociale, ad esempio come alunno, e alle interazioni con gli altri: esami, violenza, liti, la paura di essere rifiutato dai compagni. Può comparire la paura degli insetti, che è spesso associata al timore dell’ignoto, di ciò che non si conosce e non si padroneggia. Un modo per superare questa paura consiste nel familiarizzare con gli insetti apprezzandone caratteristiche e qualità.

Possono insorgere delle regressioni a stadi precedenti dello sviluppo e alcune paure possono ripresentarsi. Questo comprova la fragilità che contraddistingue tutta l’età evolutiva. Dopo un forte spavento, infatti, o di fronte a situazioni angoscianti che si protraggono nel tempo è normale che i bambini regrediscano temporaneamente.

Quali sono i disturbi del sonno?

Il DSM5, il manuale dei disturbi psichiatrici, classifica i disturbi del sonno- veglia in base all’eziologia: insonnie, disturbi da ipersonnolenza, narcolessia, disturbi del sonno legati alla respirazione, disturbi del ritmo circadiano del sonno; parassonnie correlate al sonno REM, parassonie non correlate al sonno REM, disturbo da incubi, disturbo da gambe senza riposo e disturbi del sonno indotti da sostanze.

  • L’insonnia è una condizione di insoddisfazione della qualità del sonno legata alla difficoltà di addormentamento e / o nel mantenimento e/ o risveglio precoce. Questa condizione crea disagio significativo e interferenza nella propria quotidianità; può manifestarsi in modo occasionale, transitorio o cronico.
  • I disturbi da ipersonnolenza sono caratterizzati da episodi ricorrenti di ipersonnia (con anche assunzione rapida di grandi quantità di cibo) e nella veglia sono presenti sintomi come smemoratezza, irritabilità, aggressività, impulsività.
  • La narcolessia comporta crisi di sonno improvvise e attacchi di sonno ricorrenti, che si verificano nello stesso giorno, accompagnate talvolta da perdita del tono muscolare e possono essere causati da uno stimolo emotivo.
  • I disturbi legati alla respirazione comprendono le apnee ostruttive, vale a dire forte russamento, interruzione della respirazione, sensazione di soffocamento, sonno frammentato e richiedono l’intervento dello specialista
  • I disturbi del ritmo circadiano del sonno comprendono la sindrome da jet-lag; la sindrome da privazione del sonno a seguito di impegni lavorativi e la sindrome da fase del sonno ritardata e della fase di sonno anticipata che porta il soggetto anche a cambiare le proprie abitudini di vita.
  • La sindrome delle gambe senza riposo è caratterizzata da una sensazione intensa e fastidiosa agli arti inferiori, da irrequietezza motoria, con il peggioramento dei sintomi durante la notte e il sollievo con il movimento.
  • La parassonnie sono disturbi che si verificano durante specifici stadi del sonno o nei passaggi sonno veglia e sono caratterizzati da comportamenti anomali o da eventi fisiopatologici come la condizione di sonnambulismo, terrore notturno, risveglio in stato confusionale e iperfagia notturna, paralisi e sogni agiti.

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