Accettazione del proprio orientamento sessuale

Accettare il proprio orientamento sessuale è sempre doloroso e deve attraversare pregiudizi, stereotipi e ignoranza. Spesso ci si sente soli, e non si sa con chi parlarne per paura di essere giudicati o forse perché dirlo a qualcuno significherebbe anche dirlo anche a sé stessi. 

Accettare il fatto che non si è attratti, come la maggioranza delle persone, da una persona del sesso opposto al proprio, include in una condizione di minoranza che può essere vissuta in modo negativo ed escludente dalla persona che lo prova. La consapevolezza che, ancora oggi, la società non accetta pienamente gli orientamenti sessuali che non fanno parte della cosiddetta “eteronormatività”, come l’omosessualità, la bisessualità, la pansessualità e l’asessualità, può rallentare il processo di accettazione, rendendolo ancora più tortuoso e pieno di ostacoli.

Non vi sono dei tempi “canonici” in cui si raggiunge una piena consapevolezza del proprio orientamento sessuale, ma anzi esistono infiniti tempi quante sono le persone che intraprendono questo percorso, rendendolo unico e personale. Di conseguenza, il percorso di accettazione può essere più breve e lineare per qualcuno, ma più lungo e complesso per chi ha incontrato più ostacoli interni o esterni. Basti pensare che si può giungere all’accettazione del proprio orientamento sessuale in momenti opposti della vita: dall’infanzia all’adolescenza, dall’età adulta alla vecchiaia. Ognuno ha un tempo peculiare, il suo.

Un ostacolo che si può incontrare nel percorso di accettazione è la paura di essere rifiutati o esclusi dalla famiglia, dagli amici e dai colleghi di lavoro e, pertanto, si è più portati a tenere nascosta la propria vera identità.

Il processo di accettazione e uscita allo scoperto avviene gradualmente passando da un coming out interiore in cui la persona ammette a sé stessa di essere omosessuale e un coming out esterno, ovvero la capacità di portare questa consapevolezza nel rapporto con gli altri.

Non ci sono regole per accettarsi e non c’è nulla di sbagliato, se non rinunciare alla possibilità di amare e di vivere quell’amore proprio come farebbe una persona eterosessuale.

Outing e coming out

Il coming out, dall’inglese “uscire allo scoperto”, è la decisione consapevole di voler dichiarare agli altri il proprio orientamento sessuale e affermare la propria identità di genere.

Si sente l’esigenza di svelare agli altri e alla società in generale il proprio orientamento sessuale e la propria identità di genere quando essi non sono conformi a ciò che è “normativo”, cioè sentito e provato dalla maggioranza delle persone all’interno della società. In particolare, si prova la necessità di svelare il proprio orientamento sessuale quando si sente di non appartenere all’estremo del continuum che rappresenta l’eterosessualità, all’interno di un contesto di eteronormatività, identificandosi invece al polo opposto, quello dell’omosessualità, o in qualsiasi altro punto del continuum, passando dalla bisessualità, alla pansessualità e fino ad arrivare all’asessualità. Per quanto riguarda l’identità di genere, ci si sente di esporsi quando il genere assegnato biologicamente alla nascita non è quello che ci appartiene intimamente: anche in questo caso è possibile posizionarsi in un punto qualsiasi del continuum che va dal sentirsi completamente maschio al completamente femmina, oppure identificarsi in un’identità di genere fluida. 

Esistono due tipologie di coming out, il primo è quello interiore, che è frutto di un lungo processo di accettazione e rappresenta il momento in cui la persona acquisisce la consapevolezza di non essere eterosessuale oppure di avere un’identità di genere non conforme a quella assegnata alla nascita. La seconda tipologia rappresenta il coming out nei confronti della società, attraverso cui la persona dichiara all’esterno ciò di cui ha acquisito precedentemente una consapevolezza interna. 

Al termine del processo di coming out molte persone omosessuali si sentono sollevate, diventano più forti e sicure di sé stesse, con effetti benefici anche sulla propria personalità e autostima. 

Non vi è un unico modo per fare coming out: ognuno valuta le condizioni di vita e le persone ad egli vicino. Allo stesso modo, non esiste un momento “giusto” per farlo poiché si raggiunge la consapevolezza, e soprattutto il desiderio di dichiararsi alla società in momenti diversi e del tutto personali, a partire dall’infanzia, passando per l’adolescenza, fino all’età adulta.

Tutt’altra storia quella dell’outing, ovvero quando qualcun altro svela il segreto tanto nascosto, creando paura e terrore in chi vive l’outing. Un’esperienza che travolge la persona omosessuale che non voleva far conoscere il proprio orientamento sessuale, configurandosi come una vera e propria violenza.

Disturbo di Panico

Chi soffre di attacchi di panico in genere vive nella preoccupazione di rivivere la stessa situazione che ha generato sofferenza e disagio, vivendo nell’evitamento fobico di contesti che ricordano o che in qualche modo generano sensazioni di ansia.

Il prolungarsi della tensione genera a sua volta la probabilità che i livelli si sofferenza psichica salgano fino a scatenare con maggiore probabilità altri episodi simili.

Chi soffre di attacchi di panico frequenti mette in atto delle vere e proprie strategie, come controllare la presenza di vie di fuga in un luogo pubblico, evitare percorsi in macchina come attraversare alcune strade o ponti che si percorrevano prima che si manifestasse la sintomatologia, o andare a teatro e altre situazioni in cui si è avvertita la perdita di controllo tipica di questo disagio. I contesti possono ovviamente essere molti e il disagio ha risvolti importanti sull’equilibrio psichico di chi ne soffre. Gli attacchi di panico cambiano le abitudini di chi ne soffre anche sul piano sociale e lavorativo, in quanto hanno un grado di pervasività elevato.

Gli attacchi di panico arrivano all’improvviso e senza un motivo, sono il picco di tensione accumulata e generano sintomi simili ad attacchi cardiaci, con sudorazione, mancanza d’aria, sensazione di pressione al petto, freddo e vampate di calore, palpitazioni, tachicardia, svenimento, fame d’aria, asfissia, tremori, nausea e vomito, vertigini, giramenti di testa, paura di morire, paura di impazzire, formicolii, parestesie e derealizzazione. La difficoltà a gestire la sintomatologia porta il soggetto in preda all’attacco di panico a ricercare le cure del pronto soccorso più vicino e ad avere la preoccupazione nei giorni e le settimane successive che accada di nuovo.
Questa preoccupazione induce il soggetto a credere di avere dei problemi di salute importanti, per cui può iniziare a sottoporsi a molti controlli medici e ad evitare tutto quello che potrebbe scatenare un eventuale attacco di panico.

Ovviamente sono tutte strategie di controllo esterno e con un focus attentivo non autoriferito.

Il soggetto ha difficoltà a gestire sintomi riconducibili all’ansia, generando un sistema di allarme che va in corto circuito generando l’attacco di panico. Più verosimilmente si potrebbe ipotizzare la cura farmacologica al momento del bisogno, come anche un piano terapeutico in caso di ripetuti attacchi di panico, ma è necessario che il soggetto sposti il focus attentivo verso di sé e sviluppi maggiore consapevolezza del funzionamento del proprio corpo, tale per cui fare esperienza di potere gestionale di sé.

Il disturbo di attacco di panico in psicoterapia diventa un momento di svelamento e consapevolezza delle risorse del paziente, un momento di crescita e di conoscenza profonda di sé. La disponibilità a prendersene cura da parte del paziente è necessaria per ridurre il grado di sofferenza.

Agorafobia

L’agorafobia, letteralmente paura della piazza, indicherebbe una dimensione di fobia degli spazi aperti o delle piazze, in realtà questa è una delle dimensioni del disagio, perché quel che contraddistingue le caratteristiche psicologiche dell’agorafobia è la sensazione sgradevole di non poter fuggire da una situazione di sofferenza soggettiva in contesti specifici.

Potrebbe dunque verificarsi un evitamento nell’uso di mezzi pubblici o di luoghi come supermercati, parcheggi, ma anche spazi chiusi, ascensori, teatri, cinema, luoghi affollati, essere soli fuori dalla propria abitazione,
contesti in cui il soggetto percepisce una difficoltà a ricevere aiuto in presenza di determinati sintomi come malessere, palpitazione, agitazione, debolezza, dispnea, mancanza d’aria, sensazione di freddo, tipici della sintomatologia ansiosa.

Le esperienze di agorafobia sono vissute con un grado di intensità elevato anche in presenza di un accompagnatore, non sono specifiche come le fobie, non sono riconducibile ad altre malattie di tipo medico e psichiatrico o a sintomi post traumatici. Anche in presenza di attacchi di panico è necessario fare una diagnosi dettagliata dei sintomi di entrambe le condizioni, in quanto potrebbe verificarsi la coesistenza di entrambi i disagi.

Spesso l’agorafobia esordisce dopo un periodo di attacchi di panico, si struttura come conseguenza di periodi di attacchi di panico e si consolida nei sintomi e nell’espressione del disagio. In alcuni casi anche l’agorafobia può essere predittiva rispetto a successivi attacchi di panico.

Questi sintomi possono essere altamente invalidanti se si pensa che in alcuni casi si sviluppa il timore di guidare da soli, di camminare senza il supporto di qualcuno, soprattutto quando sono associati ad eventi traumatici o a malattie pregresse, come vertigini o incidenti stradali.

Il soggetto con agorafobia appare ipervigile o ipereccitato, con intensificate sensazioni di paura e sopravvalutazione del pericolo, vive su una soglia di stress elevato e di ansia fluttuante che sfocia in sintomi spesso ingestibili e condotte di evitamento e ricerca di rassicurazioni anche sul piano medico.

Il Mutismo Selettivo

Il mutismo selettivo è un disturbo che si manifesta nei bambini solitamente in età scolare e prescolare ed è caratterizzato da una incapacità a parlare in molte situazioni in cui viene richiesto di farlo, solitamente nei contesti sociali come scuola e asilo. In questi casi il bambino affetto da mutismo selettivo, pur avendo capacità e facoltà di parlare si rifiuta di farlo chiudendosi ad una possibile interazione o riducendo quelle già esistenti.

Spesso accade che i genitori dei bambini rimangano sorpresi alle comunicazioni di insegnanti sulla condotta del bambino e sulle segnalazioni rispetto all’isolamento del bambino.
Le cause e quindi la diagnosi non è immediata; viene spesso attribuita a sintomi depressivi di cui sono note anche alcune correlazioni, ma nel contempo si indaga addirittura su alcuni disturbi del linguaggio e disturbi di tipo autistico.

È necessario inoltre accertarsi che non vi sia timore sull’uso della lingua, come può accadere per esempio in famiglie di immigrati, in cui la lingua a volte può essere percepita come ancora sconosciuta o scarsa.
Per riconoscere il disturbo devono essere scartate le suddette condizioni e deve essere presente da almeno un mese tale impedimento nella comunicazione verbale e non riconducibile al periodo di inserimento scolastico, in quanto sintomo transitorio riconducibile ad uno stress contestuale momentaneo.

In molti casi la condotta del bambino e l’interazione con gli altri assumono caratteristiche specifiche; il bambino muove il capo per dire sì o no e non usa il linguaggio verbale o invia bigliettini per comunicare con gli insegnanti o con qualche compagno e talvolta
produce disegni anche per descrivere ciò che vede o che sta vivendo.
Si possono riscontrare anche alcune difficoltà nel rendimento scolastico oltre che sociale e l’inibizione al linguaggio non è dovuta ad una mancanza di conoscenza di alcune tematiche rispetto ad altre, ma è un disagio innescato dalla percezione di una richiesta del contesto sociale.

I bambini con un disagio di mutismo selettivo hanno sviluppato sintomi di tipo ansioso nella sfera della socialità.

Una diagnosi attenta e tempestiva consente di dare supporto specifico al tipo di disagio, ma anche di ridurre possibili risvolti su patologie future innescate dall’isolamento, dall’impoverimento della socialità e da condotte di evitamento di contesti scolastici e lavorativi.

Genitori nell’era digitale

Le circostanze culturali e sociali sono mutate, i mezzi tecnologici a disposizione hanno permesso una vera e propria rivoluzione attuata in molteplici settori di vita: oggi i ragazzi usano gli smartphone e le tecnologie nei modi più disparati (i giochi a realtà aumentata vivono un periodo di fiorente diffusione). Cambiano i modi di espressione ma essere figli rappresenta comunque una condizione che implica bisogni più forti dei doveri, un momento particolare in cui le fragilità vanno riconosciute e accompagnate.

Gli adulti di oggi si confrontano con adolescenti che non si pongono affatto la questione su cosa sia analogico e digitale, essi stessi sono ‘nativi digitali’ e spesso senza paragone con il prima: nascono e crescono in un ambiente in cui virtuale e reale vivono in perenne rapporto di scambio; dove il successo dei giochi a realtà aumentata racconta di fantascienza non più così lontana.

Molti genitori sono i nuovi ‘immigrati digitali’ costretti a confrontarsi con una realtà che hanno visto trasformarsi ed evolversi tanto velocemente da fare fatica, spesso, ad adeguarvisi.

In un’era digitale come la nostra, dove anche i bambini hanno modo di utilizzare pc, smartphone o tablet, l’audience digitale totale ammonta a 34,2 milioni di utenti, ovvero il 62% della popolazione dai due anni in su (Audiweb, 2018). Dati molto recenti del primo Rapporto Auditel-Censis rivelano che nella fascia d’età 4-10 anni il 17,6% ha il cellulare e il 49,2% è connesso al web mediante anche altri strumenti tecnologici. I nativi digitali, nati dal 2000 in poi, sono la prova degli effetti sociali delle nuove tecnologie.
In un tale scenario il compito genitoriale diventa tanto più complesso quanto fondamentale nel limitare e gestire al meglio l’utilizzo delle tecnologie dei propri figli. Lo stile genitoriale che appare migliore, creando un equilibrio tra la rigida autorità e la libertà assoluta è quello autorevole.
Il genitore autorevole è colui che ha ben presente sia i propri diritti, doveri e bisogni che quelli dei figli, comunica loro regole chiare spiegandone il significato, cercando un confronto razionale con loro; è un genitore che interagisce molto con i propri figli, è emotivamente coinvolto ma allo stesso tempo cerca di inserirsi e interrompere le azioni nel momento in cui queste non rispettano le regole concordate (Baumrind, 1971).
Per quanto riguarda le nuove tecnologie a volte questo compito risulta più difficile anche perché, molto spesso i nostri figli risultano essere molto più competenti di noi adulti, che non siamo nativi ma solo immigrati digitali.

IL FINE ULTIMO È LA PROTEZIONE DI VOSTRO FIGLIO E NON IL CONTROLLO!

Separazione giudiziale e affidamento dei figli minori (parte2)

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Nelle situazioni più difficili e complesse, verrà disposta una CTU – Consulenza Tecnica d’Ufficio: viene dunque nominato un consulente psicologo che avrà il compito di valutare il grado di sofferenza di tutto il nucleo familiare. Solitamente il Giudice chiede al CTU di esporsi in merito a:

  • l’affidamento e il collocamento dei minori;
  • la calendarizzazione del diritto di visita del genitore non collocatario;
  • la proposta dell’inserimento di alcuni Enti pubblici qualora ve ne fosse la necessità (come ad esempio un percorso di mediazione per i genitori, l’inserimento di un educatore presso il domicilio,ecc.)

La CTU ha una durata media di 60/90 giorni e si compone di colloqui individuali e congiunti coi genitori, colloqui/osservazione dei minori (a seconda dell’età), colloqui con altre figure parentali, incontri con figure terze (come insegnanti, nuovi compagni degli ex-coniugi, Servizi pubblici se interessati) e test psicologici da somministrare al nucleo familiare ristretto.

In questo iter è presente non solo il CTU e un suo eventuale collaboratore, ma anche i CTP (Consulenti Tecnici di Parte), qualora vengano nominati. Questi ultimi sono sempre professionisti psicologi che vengono però assunti dai genitori; il loro compito è quello di accompagnare il genitore in questo difficile percorso, verificare il corretto operato del CTU, proporre l’ascolto di figure non direttamente richieste nel quesito e garantire il principio del contraddittorio, sempre nell’ottica di lavorare nell’interesse dei minori (e non dei propri clienti!).

Al termine del percorso di valutazione, il CTU redigerà una bozza della relazione finale al fine di rispondere al quesito del Giudice, da sottoporre ai CTP. Questi ultimi avranno il compito di scrivere a loro volta una relazione con le loro osservazioni e/o le loro critiche. Il tutto confluirà infine nella relazione finale, che verrà depositata entro i termini previsti, in modo tale che il Giudice possa visionarla e prendere una decisione in merito, esposta poi in udienza.

Separazione giudiziale e affidamento dei figli minori (parte1)

È sempre difficile porre fine a un matrimonio, che l’Amore sia finito oppure no. Separarsi significa elaborare il lutto della relazione e scendere a patti con il fallimento di quel progetto di vita. È indubbiamente difficile e molto doloroso e richiederà una certa quota di tempo e di energie per superarlo. Chiunque di noi che ha avuto esperienze di rotture sentimentali, ricorderà quel periodo magari con un groppo in gola e, solitamente, quanto più la relazione sarà stata lunga e significativa, tanto più lo è stata la nostra sofferenza e la nostra difficoltà nel ricominciare ad aprirsi agli altri.

Diventa ancor più difficile se vi sono dei figli in comune: si smette di essere una coppia coniugale ma si rimarrà per sempre una coppia genitoriale. Se questi due piani sono ben distinti, sarà meno complesso accedere ad una separazione consensuale; i figli, che inevitabilmente subiscono passivamente questa decisione, vengono quindi messi in primo piano, tutelando così il loro benessere, sebbene si tratti di un momento insidioso e delicato. Tutto questo renderà meno traumatico il passaggio da nucleo familiare unito a diviso, per tutti i suoi componenti.

Purtroppo, però non sempre questa soluzione è facilmente accessibile. A volte la rabbia tra due persone è così forte che non lascia spazio a nient’altro. Si rimane incistati nel ruolo di ex coniuge, ex amante o ex convivente e in questo turbinio di emozioni rancorose si perde il senso di coppia genitoriale. A volte le rivendicazioni sono così forti che, senza rendersene conto, i figli possono essere “utilizzati” per far male all’altro (vedi la Sindrome di Alienazione Parentale). Sono questi i casi in cui si procederà per una separazione giudiziale, in cui sarà un Giudice ad emettere in via provvisoria dei provvedimenti circa l’affidamento dei figli, l’assegnazione della casa coniugale e la cifra dell’assegno di mantenimento.

In Italia vale il diritto alla bigenitorialità: la legge 54/2006 sancisce che la priorità va data al benessere dei figli e al loro diritto a mantenere un rapporto continuativo con entrambi i genitori. È quindi facilmente deducibile che qualunque genitore reclami l’affidamento esclusivo, senza che vi siano reali e concrete motivazioni per richiederla, corre un grave rischio: minacciando l’istituto della bigenitorialità, potrebbe ledere un diritto indiscutibile del minore di mantenere i rapporti con entrambe i genitori e con entrambe le famiglie dei genitori.

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Criminologia

Se siete degli appassionati delle serie tv come “Criminal Minds” e “Lie to me”, rimarrete profondamente delusi nello scoprire che i set cinematografici sono cosa ben diversa dalla vita reale; in Italia, soprattutto, non si fa niente di tutto ciò.

Certo, sono sempre stimolanti le interviste televisive del criminologo di turno, che espone la sua tesi su un caso risolto o su un’indagine ancora in corso; in quest’ultimo caso diventa frustrante, per la maggior parte delle volte, ascoltare opinioni diverse che si confutano l’un l’altra, senza riuscire capire a chi dar credito. Potrebbe insorgere nell’ascoltatore (e molte volte succede proprio questo) l’idea che la Criminologia sia una scienza inaffidabile e priva di fondamento. In realtà è solo inesatta, come qualsiasi altra scienza umanistica: tutto sta nel metodo con cui viene applicata. Si aggiunge inoltre per chiarezza, che la Criminologia non è una disciplina a sé stante, ma è una branchia trasversale a innumerevoli professioni, come psicologi, psichiatri, sociologi, ingegneri, biologi, ecc.

In Italia, dicevamo, al di là degli opinionisti televisivi, gli psicologi che lavorano in quest’ambito fanno tutt’altro: attraverso una valutazione approfondita e rigorosa, mediante l’utilizzo di protocolli di lavoro riconosciuti dalla comunità scientifica, si risponde a dei quesiti psicologici (posti dai Giudici o dagli avvocati difensori) relativi alla persona che ha commesso un illecito penale.

Solitamente, la maggior parte delle richieste riguardano la Capacità di Intendere e di Volere, la Capacità di stare in giudizio (ovvero di autodeterminarsi durante il processo), l’incompatibilità col regime carcerario e la Pericolosità Sociale. Capita a volte, purtroppo, che all’interno di un processo si inserisca un minore come testimone oppure come vittima, ad esempio di un abuso.

La sua tutela diventa fondamentale, per cui non si farà salire sul banco dei testimoni per evitare ulteriori traumi dovuti dal contesto giudiziario, ovviamente non adatto a un bambino. La sua testimonianza verrà acquisita in separata sede da un Giudice, aiutato da uno psicologo esperto, attraverso l’Audizione Protetta. Il rischio dei falsi positivi (testimonianza di reati inesistenti) è molto alto in questi casi e il livello di suggestionabilità è tanto più alto quanto è più piccolo il minore.

È chiaro che ottenere informazioni chiare e attendibili da parte di un bambino molto piccolo è compito assai arduo, di conseguenza tutto dipende dal tipo di domande che vengono poste, attraverso dei rigidi protocolli d’intervista

Amministrazione di sostegno e interdizione (parte2)

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Dato che il focus rimane sempre sulla tutela degli interessi della persona e del suo benessere, si tenderà a scegliere una persona affettivamente vicina, affinchè l’amministrato possa davvero sentirsi tutelato da un AdS di cui già si fida. Per questo si tende a privilegiare:

  • la persona stabilmente convivente;
  • il coniuge che non sia separato legalmente;
  • padre o madre, figlio, fratello o sorella;
  • parenti entro il quarto grado;
  • una specifica persona di fiducia designata tramite scrittura privata o atto pubblico;
  • il soggetto designato dal genitore superstite con testamento, atto pubblico o scrittura privata autenticata.

È bene evidenziare che l’Amministrazione di Sostegno non prevede l’annullamento della capacità a compiere degli atti giuridici (in questo si differenzia dall’Interdizione): la persona mantiene la capacità di compiere tutte quelle attività di vita quotidiana che non richiedono l’assistenza dell’AdS, senza minare la dignità della persona e che possono continuare a farlo sentire in grado di badare a se stesso.

In questo contesto, lo psicologo fornisce una maggiore comprensione della situazione psicologica della persona, che tenga conto dei fattori pregressi che l’hanno originata e delle possibili evoluzioni future; individua bisogni e risorse sulle quali fare leva per sostenerlo nella maggiore espressione possibile di sé, compatibilmente con le limitazioni dell’autonomia.

Da un punto di vista pratico, viene nominato un CTU (Consulente Tecnico di Parte) da parte del Giudice, o in alternativa viene richiesta l’assistenza di un CTP (Consulente Tecnico di Parte) direttamente da una delle parti interessate. In entrambi i casi, verranno svolti dei colloqui di valutazione, allo scopo di conoscere la persona, il suo stato di salute attuale e pregresso e individuare quali sono le limitazioni dell’autonomia; vengono inoltre somministrati dei test psicologici per dare maggior valore scientifico alle ipotesi del Consulente. Infine, viene redatta una relazione che sintetizza i contenuti emersi dalla valutazione svolta ed esprime il suo parere scientifico in merito alla necessità di un Amministratore di Sostegno.