Sentirsi sicuri, sentirsi liberi, sentirsi Pride: quando l’abito non fa il monaco

LGBTQIA+… cosa?

Ormai nella società odierna è abbastanza conosciuta la sigla LBGT (abbastanza ma non del tutto, di sicuro non ancora come vorremmo noi) che sta per Lesbian, Gay, Bisexual, Transgender.

È però davvero molto poco conosciuta la sigla estesa: LGBTQIA+ ovvero quella a cui si aggiungono Queer, Intersexual, Asexual; il + indica tutti gli orientamenti sessuali e identità di genere fluide non contenute in queste categorizzazioni. L’acronimo tenta di dare un’idea di quella che è la comunità LGBT (per brevità useremo adesso solo la sigla “abbreviata”), estremamente eterogenea.

Il fatto che sia qualcosa di poco conosciuto può voler dire solo una cosa: non se ne parla abbastanza. In effetti, il ventunesimo secolo, è il primo momento storico in cui si inizia a parlare apertamente e con curiosità di tematiche come l’omosessualità, l’identità di genere non binaria, la transessualità, la disforia di genere, etc.

Forse sorprenderà alcuni di voi sapere che solo nel 1990 (parliamo soltanto di 30 anni fa!!) l’omosessualità è stata ufficialmente disconosciuta come malattia. Perché non se ne parla ancora a sufficienza e di conseguenza non si conoscono le varie sfumature del “mondo” a colori (il mondo LGBT fa della bandiera arcobaleno il suo simbolo evidenziando appunto l’infinita gamma di aspetti che lo caratterizzano)? Probabilmente perché la maggior parte delle persone che vive oggi si è trovata, almeno per una certa parte della propria vita, in un’epoca storica in cui appunto omosessuali significava essere malati, avere un problema da dover risolvere.

Le nuove generazioni non sono ancora abbastanza da permettere quel ricambio generazionale che “ripulisca il campo” totalmente dagli stereotipi e dai preconcetti errati. Fortunatamente, il cambiamento è in atto, dobbiamo solo avere un po’ di pazienza. Cosa possiamo fare nel frattempo? Parlarne, parlarne e parlarne ancora! Fare domande, indagare sui propri dubbi, avere un atteggiamento curioso non giudicante e privo da preconcetti che permetta di conoscere tematiche e aspetti a noi nuovi. Per fare ciò è importante partire “dalle basi”: il bisogno di conoscere e capire inizia spesso con il bisogno di “inquadrare” le persone, dare una definizione.

Etichette, etichette everywhere!

Un carinissimo “esperimento sociale” della pagina online “Freeda” (https://www.youtube.com/watch?v=lxAN2B-RyNg) mostra come sia davvero difficile e soggetto ad equivoci attribuire un orientamento sessuale a una persona che non si conosce, basandosi sull’osservazione esterna: sul suo aspetto, comportamento, tono di voce, modo di vestire o di rapportarsi, eppure è quasi inevitabile. Quando iniziamo a rapportarci con una nuova persona che non conosciamo e questa ha degli atteggiamenti magari vistosi (ad esempio un uomo con comportamenti che attribuiremmo al genere femminile, coloro che vengono definiti “effemminati”, per intenderci) una delle prime cose che pensiamo è “di sicuro sarà gay”. La tendenza a “etichettare” è un comportamento automatico, lo facciamo su qualunque cosa, è in realtà una strategia adattiva che permette di “risparmiare” tempo e risorse cognitive. In effetti, a pensarci bene, per una donna eterosessuale alla ricerca (consapevole o inconsapevole) di un partner è “utile” individuare uomini omosessuali il prima possibile, così da non “perdere tempo” a tentare un approccio che si rivelerebbe inconcludente. L’etichettamento riguardo all’orientamento sessuale però viene fatto da tutti in modo indiscriminato, a prescindere che si abbia un potenziale interesse sessuale o sentimentale nelle persone che etichettiamo. Perché lo facciamo? Molto semplice, perché siamo abituati a farlo. È un gesto tanto automatico quanto cercare l’interruttore per accendere la luce entrando in una stanza buia. La valenza è però la stessa dell’accendere la luce? Forse non proprio, forse anzi la valenza è opposta: spesso incasellare una persona in una etichetta non ci rende la situazione più chiara e “illuminata” ma paradossalmente ci oscura la vista.

“Voglio essere così: sicuro di me, libero, pride!”

Dicevamo che uno dei motivi per cui oggi non si conosce abbastanza la comunità LGBT è perché non se ne parla abbastanza. Aggiungiamo inoltre che quando lo si fa è per fatti negativi, per evidenziare episodi di discriminazione e violenze rivolte alle persone omosessuali, transgender, queer, etc. Le discriminazioni sono chiaramente un fatto gravissimo, di cui è importante parlare. Sarebbe però altrettanto importante parlare di esempi positivi, di inclusione e non solo accettazione, ma valorizzazione della diversità. Abbiamo bisogno di esempi a cui poterci ispirare, modelli su cui poter pensare “voglio essere così così sicura/o, così libera/o, così Fiera/o!”; non a caso il Pride indica la fierezza, l’orgoglio di essere liberi di mostrarsi per quello che si è! Attualmente i modelli a cui siamo maggiormente esposti ci portano a pensare “poveretto, fortuna che la mia vita non è così”. Riuscite a pensare uno di questi esempi, in Italia? Parliamo ad esempio di personaggi pubblici, grandi aziende o associazioni che hanno parlato apertamente e in modo positivo del loro sostegno alla comunità LGBT o singoli individui con una posizione di visibilità che hanno dichiarato con fierezza il loro orientamento sessuale, combattendo per i diritti della comunità LGBT. Noi in realtà non riusciamo a individuare nessuno che, in Italia, valorizzi l’essere gay o l’essere gay friendly. Non stiamo dicendo che tra i personaggi di spicco (dello spettacolo o della politica) in Italia nessuno sia gay dichiarato apertamente o gay friendly, diciamo però che nessuno si espone in modo forte e deciso lottando a fianco della comunità LGBT. Spostandoci sul contesto internazionale invece gli esempi positivi sono molti, ad esempio potremmo pensare a Lady Gaga con la sua associazione “born this way foundation” che sostiene le vittime di bullismo in generale e in particolare appartenenti alla comunità LGBT; Brad Pitt e Madonna che nel 2008 hanno devoluto ingenti donazioni per la campagna contraria all’abolizione del matrimonio omosessuale in California; addirittura Barack Obama, primo presidente nella storia degli USA che ha citato i diritti delle persone omosessuali nel discorso di insediamento alla casa bianca, nel 2013: “il nostro viaggio verso la libertà non potrà dirsi completo fin quando i nostri fratelli e le nostre sorelle omosessuali non saranno trattati come tutti davanti alla legge: se è vero che tutti siamo creati uguali, allora l’amore tra ciascuno di noi dev’essere trattato allo stesso modo”.

In America sicuramente, ma anche in altri paesi europei (banalmente tutti quelli che hanno introdotto il matrimonio omossessuale) si ha una maggiore apertura nei confronti della comunità LGBT, una maggiore inclusione e valorizzazione.

Pensiamo che finché si parlerà di una comunità LGBT, quindi di una minoranza, si starà marcando una diversità (noi-loro): l’ideale, forse utopistico, è che un giorno non dovremo più parlare di “comunità”, che questa differenza, soltanto numerica, non sia vista come diversità (in accezione negativa) ma come una semplice caratteristica individuale, una differenza come può esserlo il colore dei capelli. Anche le persone con i capelli rossi, numericamente parlando, sono una minoranza a livello mondiale, eppure non li consideriamo “diversi”, non sono una “comunità” che deve combattere per i propri diritti!

Sentirsi nell’abito “sbagliato”

Dicevamo come la comunità LGBT è, allo stato attuale, una minoranza. Cosa significa far parte di una minoranza? Proviamo a rifletterci partendo da un esempio molto banale: siete invitati a una festa in un luogo che credete sia un locale molto alla moda, elegante; come vi vestirete? Presumibilmente in modo “appropriato” alla situazione, in modo che possiate sentirvi a vostro agio, quindi, forse, eleganti. Arrivate alla festa e vi accorgete da subito che il locale in realtà non è quello che avevate creduto, ma è un semplicissimo ristorante, un po’ rustico e casereccio… già si insinua qualche dubbio sul vostro abbigliamento. Entrate e trovate tutti gli invitati, festeggiato compreso, in jeans, maglietta e sneakers. Come vi sentite? Fuori luogo, a disagio? Siete, numericamente parlando, una minoranza in quel contesto. Forse qualcuno vi guarderà anche ridacchiando, o forse non interesserà a nessuno come siete vestiti, ma voi penserete ugualmente che tutti staranno pensando a quanto siete ridicoli. Eppure quando siete usciti di casa vi sentivate così bene nel vostro vestito elegante, così belli e sicuri di voi… Questo però non cambierà il vostro senso di disagio.

Ecco, immaginate di sentirvi così ogni giorno in ogni contesto della vostra vita. Non dev’essere piacevole vero? Sicuramente molto può fare il contesto nel mitigare lo stato di disagio: se varie persone, durante la festa, verranno a complimentarsi con voi per il look dicendovi che anche a loro era venuto il dubbio sul dress code, complimentandosi per il coraggio che avete avuto a vestirvi come più vi piaceva, forse vi sentirete un po’ più a vostro agio.

Noi non vediamo l’ora che arrivi il giorno in cui l’orientamento sessuale sarà considerato come un vestito, un colore di capelli, una semplice preferenza, un gusto personale, il giorno in cui la minoranza della comunità LGBT non sarà più tale, ma sarà amalgamata con il contesto sociale tutto, non contrapposta alla maggioranza eterosessuale; non vediamo l’ora che arrivi il giorno in cui, entrando alla festa ognuno sarà vestito assolutamente come gli pare e nessuno sentirà il bisogno di etichettare il look come elegante o sportivo, consono o inappropriato, giusto o sbagliato. D’altronde c’è anche un famosissimo detto popolare, forse illuminante se ci soffermiamo per comprenderlo a fondo: l’abito non fa il monaco!

Bibliografia

Depressione e ansia: perché il mostro nero e la sedia a dondolo non sono condizioni “normali”?

Diffusione del “fenomeno”

L’ansia e la depressione, come categorie cliniche-psicopatologiche, cioè dei veri e propri disturbi mentali, sono, tra l’altro, tra i più diffusi in assoluto. Soltanto in Italia, secondo l’ISTAT, nel periodo 2015-2017, il 5,4% della nostra popolazione sopra i 15 anni ha sofferto di depressione. Significa che, prendendo casualmente 100 persone di vostra conoscenza sopra i 15 anni, almeno 5 di loro sono stati o sono tutt’ora depressi. È un numero davvero importante, e le stime europee e mondiali sono ancora più elevate. Essendo la depressione una vera e propria malattia, come approfondiremo, non è certamente un dato trascurabile, non parliamo di persone che si sentono “più tristi” rispetto agli altri, per più tempo. La depressione è un disturbo altamente invalidante che può avere come tragico esito il suicidio.

Il secondo tipo di disturbi più diffusi, spesso associati alla depressione e come questa altamente invalidanti, sono i disturbi d’ansia, un insieme ampio di disturbi che va dalle fobie (paure estremamente intense di qualcosa di specifico, come ad esempio le situazioni sociali, in quel caso si parla di fobia sociale appunto) all’ansia da separazione, agli attacchi di panico, etc.

Depressione e ansia sono termini che tutti impieghiamo nel gergo comune, ci viene spontaneo dire di essere depressi quando ci sentiamo “molto giù”, così come ci viene spontaneo dire di essere ansiosi quando siamo molto agitati riguardo a un evento.

Proviamo a inquadrare bene questi due aspetti.

“Sono depresso”, “che ansia!”

Quante volte abbiamo pronunciato in prima persona o abbiamo sentito da amici e parenti frasi come “oggi sono un po’ depresso!”, “guarda, ho un’ansia per domani!”. La depressione e l’ansia sono categorie psicopatologiche, vale a due grandi insiemi che racchiudono alcune patologie psichiche. Tutti, quindi, usiamo questi termini nella vita quotidiana “a sproposito”, attenzione però: non vogliamo “rimproverarvi” di farlo! Anche noi psicologi tendiamo moltissimo a farlo, pur essendo ben consapevoli del loro significato reale, è una spetto culturale, un meccanismo forse inevitabile che non è sbagliato di per sé. Ciò che è importante però, vista anche la diffusione dei disturbi di cui si parlava, è sapere realmente di cosa stiamo parlando. In realtà tra il termine depressione e il termine ansia, uno dei due è quello usato impropriamente, l’altro è assolutamente appropriato e consono al significato che si intende veicolare. Riuscite a indovinare quale?
Proprio così, il termine “ansia” è usato propriamente nella vita quotidiana. Ciò che accade è che la depressione viene sostituita ad una emozione molto intensa, la tristezza, che è comunissimo provare. L’ansia invece non costituisce un’emozione ben definita, è invece uno stato di attivazione del corpo e della mette che ci mette allerta, ci tiene “sull’attenti”. Possiamo affermare che è “normale” o meglio molto adattivo, sano, provare ansia (fino a una certa misura), così come è sano provare tristezza… ma non lo è la depressione!

Il mostro nero

Più volte andando ad ascoltare le testimonianze degli ammalati di depressione si ritrova la metafora del “mostro nero”: qualcosa di terrificante che ti inghiotte, ti assorbe, ti rende impossibile muoverti, pensare o fare qualunque altra cosa, ti fa “vedere tutto nero” spegnendo la luce e la vita tutto intorno. È molto difficile rendere l’idea di come si possa sentire una persona depressa, ma sicuramente non si sente più triste del normale. Perché tristezza e depressione sono due cose completamente diverse? La tristezza è un’emozione e come tutte le emozioni è “inevitabile”, utile e funzionale, ci serve. Essere tristi è qualcosa che capita a tutti, più o meno spesso, perché è utile? Come tutte le emozioni ci dà “un’avvertimento”: se siamo tristi riguardo a un evento, la nostra mente ci avverte di fermarci un attimo, concentrarci su quell’evento e capire perché ci fa sentire in quel modo, dandoci l’occasione di riflettere a fondo su qualcosa. Inoltre, la tristezza è forse l’emozione più funzionale a richiamare la vicinanza altrui, il supporto delle persone a noi cari: quando ci sentiamo tristi e lo mostriamo agli altri la reazione spontanea di questi è “consolarci”, darci “una spalla su cui piangere”. Perché la depressione è qualcosa di completamente diverso?

Innanzitutto non è un’emozione, è una malattia, uno stato pervasivo che assorbe la persona nella sua interezza. Essendo una malattia non è né funzionale, né utile, né inevitabile: sebbene tutti abbiamo detto almeno una volta “oggi sono un po’ depresso” non è assolutamente vero che tutti lo siamo stati (per fortuna!). Non è utile perché non ci dà quell’occasione di riflessione sul nostro stato d’animo, sulle nostre emozioni, al contrario: essere depressi rende impossibile pensare, l’unica cosa su cui si riesce a focalizzarsi è la depressione stessa, la negatività, il vuoto. Inoltre, esattamente all’opposto della tristezza, le persone depresse non ricercano la vicinanza degli altri, non riescono a mantenerla e, involontariamente, la respingono. La depressione infatti come detto rende impossibile fare qualunque cosa, specialmente intrattenere relazioni sociali.

È difficilissimo, lo ribadiamo, cercare di comprendere come possa sentirsi una persona depressa, immedesimarsi. Per questo, più volte nella nostra esperienza abbiamo visto parenti e amici di persone malate di depressione reagire con incredulità, sconforto, forse anche rabbia alla malattia di una persona cara: “come può continuare a stare in quello stato? Perché non si impegna a guarire e uscire, se non vuole farlo per sé stesso almeno per la sua famiglia!”. Purtroppo non funziona così, proprio perché la depressione non è tristezza. Non puoi impegnarti a non pensarci,

focalizzarti su ciò che c’è di positivo nella vita. Non puoi uscirne senza un aiuto esterno competente in materia. D’altronde le favole ce lo insegnano bene, l’eroe della storia può essere il più bello, il più forte, il più arguto e intelligente ma, contro i mostri, senza l’aiuto di un mago, di una fata, di uno strumento come una spada magica difficilmente riuscirà a sconfiggere il mostro.

La sedia a dondolo

L’ansia, come si diceva, è uno stato fisiologico di attivazione generale. Di base è adattiva (proprio come la tristezza): ci mette allerta, ci dà una “scossa” tenendoci sull’attenti per affrontare un certo evento o una situazione. È adattiva, ma fino a un certo punto, un picco oltre il quale diventa dannosa e controproducente. Ciò è mostrato molto bene graficamente dalla curva di Yerkes e Dodson: sull’asse orizzontale c’è la prestazione, la riuscita, su quella verticale l’ansia, il punto più alto della campana è il limite dopo il quale l’ansia anziché far migliorare la prestazione la fa diminuire. È un po’ come, quando cuciniamo, mettiamo il sale: bisogna trovare il punto giusto, senza sale i cibi non vanno bene, non sono buoni, ma con troppo sale sono immangiabili, bisogna trovare il punto giusto. Superato “il punto giusto” dell’ansia, questa diventa disadattiva, ci ostacola. I disturbi d’ansia sono vari, ma hanno tutti una caratteristica comune: in quanto disturbi, appunto, interferiscono con la vita quotidiana, sono debilitanti.

Una scrittrice statunitense, Jodi Picoult, ha definito l’ansia cronica come una sedia a dondolo: continui a muoverti ma resti fermo. L’immagine è molto suggestiva e, secondo noi, azzeccata. Si è, infatti, in un continuo stato di agitazione, di allerta: si cerca di evitare la situazione che può mettere ansia, si fa di tutto per controllare l’ansia e mantenerla al di sotto di una certa soglia, si monitora continuamente l’ambiente alla ricerca di qualcosa che possa “mettere ansia”. Facendo questo però, continuando a “dondolare” nell’ansia non si riesce a camminare, ad andare avanti: non si riesce a intraprendere un’attività o a concluderla e non parliamo solo di “prestazioni” come può essere un esame all’università o una presentazione a lavoro, nei casi più gravi si parla anche di semplici attività quotidiane come uscire di casa o mangiare in pubblico (sintomi tipici di agorafobia e fobia sociale).

L’ansia è in qualche modo anche esorcizzata nella vita quotidiana, specialmente grazie anche all’aiuto dei social è comunissimo imbattersi in meme (elementi culturali diffusi tramite internet) sull’ansia, forse il più classico: “my anxiety has anxiety at this point” (le mie ansie hanno l’ansia, arrivati a questo punto). Esorcizzare fa benissimo, è adattivo, ma bisogna stare attenti a non oltrepassare il labile confine che porta a sminuire: se un amico ci confida che soffre di problemi d’ansia, per cui magari ha anche chiesto aiuto specialistico (ed è molto probabile che almeno una persona di vostra conoscenza l’abbia dovuto fare, dato che, lo ricordiamo, è la secondo categoria di disturbi mentali più diffusa) non sarà per lui confortante sentirsi dire “ah ma anche io ho un sacco di ansia! Non ci pensare che ti passa”. Ricordatevi della metafora del sale: il vostro amico probabilmente ha già messo troppo sale… direste a un cuoco che ormai ha salato troppo la pietanza “ma dai non ci pensare, se non ci pensi il sale non lo senti”? Sicuramente no.

Nuovamente, queste nostre riflessioni non sono “rimproveri” che rivolgiamo a tutti coloro (tanti) che non conoscono i disturbi mentali e quindi usano in modo improprio alcune terminologie o rispondono in modo non empatico, rassicurante e supportivo a chi confida i propri problemi. Crediamo invece che diffondere un po’ di conoscenza su questi argomenti sia molto utile a comprendere meglio sé stessi e gli altri, ma soprattutto a ricordarci che non siamo depressi se ci sentiamo tristi, la nostra ansia non è uguale a quella di chi ne soffre in modo rilevante e, ultimo ma non meno importante non siamo tutti esperti cuochi (o psicologi!) che possono dispensare consigli su argomenti che non conoscono bene.

Bibliografia

  • https://www.istat.it/it/archivio/219807
  • Gabbard, G. O. (2007). Psichiatria psicodinamica, quarta edizione. Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Teigen, K. H. (1994). Yerkes-Dodson: A law for all seasons. Theory & Psychology, 4(4), 525-547.

L’importanza del sesso: la sorgente che alimenta il nostro fiume sentimentale

Il bisogno del sesso (e del parlarne)

Il sesso è un bisogno, lo è per l’individuo così come sono bisogni basilari mangiare, bere, dormire; lo è per la coppia, e in particolare è uno dei 3 elementi fondanti, o sistemi motivazionali, su cui si basa la coppia (insieme ad accudimento e attaccamento).

I bisogni sono qualcosa di necessario, indispensabile al benessere: in questa prospettiva il sesso è un elemento fondamentale della vita quotidiana, eppure se ne parla ancora poco.

Per moltissimi anni, fino all’inizio del ventunesimo secolo, il sesso è stato nella nostra società un tabù, un luogo oscuro da tenere rinchiuso nelle proprie fantasie o nella camera da letto coniugale. Qualcosa di cui era sconveniente parlare, inappropriato, addirittura scandaloso! Sono moltissimi i motivi, ovviamente culturali, per cui in passato il sesso era considerato un tale tabù e non è questa la sede per approfondirli tutti. Possiamo sicuramente riflettere però sul fatto che, nonostante il tabù sia stato sdoganato, nel nostro paese si hanno ancora delle forti limitazioni e reticenze a parlare apertamente di sesso, specialmente con i più giovani che si affacciano alle prime esperienze sessuali (e che paradossalmente sono coloro che avrebbero più bisogno di parlarne!). L’educazione sessuale nelle scuole, per fare un esempio, è oggi una sorta di essere mitologico: qualcuno afferma di averlo visto ma nessuno sa fornire le prove che ciò sia vero, di sicuro è un elemento che attira il fascino di molti.

Siamo “Masters of sex”?

Grazie allo sviluppo tecnologico le fonti di informazione da cui assimiliamo notizie sugli ambiti più vari sono spesso inaspettate. Per fare un esempio capita piuttosto spesso ormai che le serie tv trattino di temi sociali o scientifici dando occasione al grande pubblico di conoscere e riflettere su informazioni di tipo scientifico o promuovendo una sensibilizzazione su determinati temi sociali. Certo, si ha sempre il filtro della narrazione da intrattenimento, ma è pur sempre un inizio. Un esempio a cui possiamo pensare è la serie tv “Masters of sex” che racconta, chiaramente in modo estremamente romanzato, la ricerca di due scienziati statunitensi, William Masters e Virginia Johnson, che negli anni ’60 fece un enorme scalpore poiché essi furono i primi a studiare il sesso in laboratorio! Sono quindi oggi effettivamente molte le persone che “grazie” a questa serie tv sanno qualcosa sul ciclo della risposta sessuale.

Ciò che la serie tv restituisce molto bene non sono tanto le informazioni scientifiche (ovviamente) quanto l’atteggiamento dell’epoca nei confronti del sesso: una estrema curiosità sia in ambito scientifico che nella quotidianità delle persone contrapposto ad un altrettanto estremo timore e scandalo a parlarne e interrogarsi. Come già detto, rispetto al passato la situazione è molto migliorata: siamo molto più “master” riguardo alla sessualità oggi rispetto che in passato, ma forse non lo siamo ancora abbastanza.

Riguardo alla sessualità siamo forse oggi più consapevoli degli aspetti più “medici” e preventivi, che devono senza ombra di dubbio essere patrimonio condiviso di conoscenza: per una buona salute sessuale, intesa come benessere generico legato alla sessualità, è infatti necessario essere a conoscenza dei vari metodi contraccettivi e del loro utilizzo così come dei rischi delle infezioni sessualmente trasmissibili (IST), ed è in effetti ciò su cui maggiormente si punta per diffondere conoscenza. Per diventare, però, veri e propri masters of sex non dobbiamo tralasciare l’aspetto psicologico della sessualità, forse quello preminente e purtroppo spesso molto sottovalutato, bisognerebbe affiancare all’educazione sessuale che facciamo oggi un’educazione sentimentale legata al sesso.

Perché facciamo sesso?

Le dimensioni psicologiche della sessualità sono una componente cruciale del bisogno comune a tutti gli esseri umani, (o quasi… ci riferiamo alle persone asessuali, n.d.r.).

Come dicevamo, la sessualità è uno dei sistemi motivazionali fondamentali della coppia cioè ciò che la tiene insieme, ciò su cui si fonda. Chiaramente, specialmente all’interno delle coppie consolidate, gli aspetti di prevenzione delle IST e gravidanze indesiderate sono certo molto importanti, ma in una fase iniziale di conoscenza reciproca dei partner. Una volta che si consolida la coppia sono aspetti che vengono quasi “dati per scontati” e ciò che diventa prevalente nella dimensione della sessualità sono gli aspetti psicologici. Vorremmo porvi una domanda molto intima a cui, per fortuna, potrete rispondere nell’intimità dei vostri pensieri, senza doverla condividere con nessuno: perché fate sesso con il vostro partner? Quanto è importante il sesso all’interno della relazione? Credete che, un giorno, se per i più svariati motivi doveste smettere di fare sesso con il partner la vostra relazione potrebbe continuare? Può esserci amore senza sesso?

Avete risposto? Bene. Non abbiamo la pretesa di essere dei maghi e di leggere nel pensiero, ma possiamo ipotizzare alcune delle risposte che la maggior parte delle persone darebbe.

La prima risposta tanto banale quanto scontata è: facciamo sesso perché è bello, perché ci piace! Ma noi siamo psicologi e come forse avrete imparato per esperienza diretta non ci accontentiamo di una sola risposta, a un perché ne segue sempre un altro, quindi: perché ci piace?

La gratificazione principale deriva dal senso di intimità, totale connessione e apertura che proviamo nell’atto sessuale con il partner: ci sentiamo tutt’uno con l’altro, profondamente connessi, letteralmente due corpi si fondono in uno. Il sesso ci permette quindi di sperimentare la massima intimità e condivisione con il partner. A questa intimità, già gratificante di per sé, si aggiunge la gratificazione fisica che deriva dall’esperienza sessuale, dall’eccitazione che culmina nell’orgasmo.

Il fatto che la motivazione a fare sesso sia data dalla voglia di un senso di intimità molto forte è dimostrato anche da varie ricerche che collocano l’importanza del sesso nel gestire i litigi e i conflitti: sebbene ci sia una differenza di genere per cui le donne ricorrono al sesso come “strategia di accudimento” quando si sentono in difetto ma anche come sigillo della pace riconquistata e gli uomini invece lo usino più come mezzo per raggiungere la pace, si nota come entrambi lo “sfruttino” (in modi diversi) per riportare nella coppia un equilibrio emotivo e la serenità.

C’è coppia senza sesso?

Abbiamo provato a individuare, in modo molto sommario e per niente esaustivo, quali possono essere alcuni dei motivi principali che ci portano ad intraprendere l’esperienza sessuale con il partner. Vi avevamo fatto poi una serie di domande che vi portassero a riflettere sulla centralità, o meno, del sesso nella relazione di coppia. Per moltissime coppie in effetti il sesso è (per fortuna) una dimensione centrale. Vi sorprenderà però sapere che non solo ci sono alcune coppie in cui il sesso sia “accessorio” quindi presente ma per niente centrale, ma ce ne sono addirittura altre in cui il sesso è del tutto assente. È il caso dei “matrimoni bianchi” in cui la dimensione sessuale è del tutto disinvestita. Si tratta chiaramente di una minoranza di casi. A vostro parere, possono essere definite delle vere e proprie coppie? Forse avrete qualche difficoltà a dare una risposta decisa, se è così ottimo lavoro, siete molto poco giudicanti! Quello a cui possiamo prestare attenzione sono le motivazioni di questo disinvestimento: si tratta di un “accordo” consapevole e volontario che la coppia sancisce e quindi un’esclusione “ragionata” e consapevole della sessualità? O si tratta invece di un’impossibilità di includere la dimensione sessuale poiché questa porta con sé una sofferenza psicologica? Nel secondo caso in particolar modo, chi siamo noi per stabilire che quella non sia una vera coppia? Probabilmente l’intimità e l’affetto che provano reciprocamente è fortissimo, soltanto che non può esprimersi nella sessualità. In realtà anche il primo caso sarebbe da indagare: è davvero difficile che nel 2020 ci siano coppie che stanno insieme per motivi “utilitaristici” escludendo volontariamente il sesso senza che ci sia una sofferenza di fondo ad esso connessa, quindi la differenza, forse, non sussiste.

Avendo già evidenziato quanto la sessualità sia cruciale nella vita quotidiana, di singolo e coppia, è superfluo dire che come psicologi è nostro interesse aiutare queste coppie a riscoprire il piacere della sessualità, affrontando la sofferenza e cercando di superare i problemi di vario tipo che si possono presentare (sono vari i disturbi sessuali nei due sessi, spesso con origine psicologica).

Se immaginiamo la vita di coppia come un ruscello, una delle sorgenti che alimenta questo ruscello è la sessualità: può accadere che un ramo cada proprio sulla sorgente “sessualità” e impedisca all’acqua di fluire per andare ad alimentare il ruscello. Possono verificarsi a questo punto due scenari: le altre sorgenti (l’attaccamento e l’accudimento) si intensificano e compensano la mancanza della terza sorgente o invece non riescono nell’ardua impresa e il ruscello, pian piano, andrà sempre più a diminuire il suo volume, lasciano il letto roccioso sempre più arido. Noi psicologi (insieme ai sessuologi) speriamo di poter intervenire in tempo rimuovendo il ramo e permettendo alla sorgente sessualità di scorrere di nuovo, con un rinnovato vigore.

Bibliografia

  • Masters W. H., Johnson V. E. (1966), Human Sexual Response. Boston, Little, Brown.
  • Panzeri, M. A. R. T. A., Donà, M. A., & Cusinato, M. A. R. I. O. (2006). La sessualità della coppia nel ciclo di vita familiare. Rivista di sessuologia30(2), 1-7.
  • Sheldon, M. S., Cooper, M. L., Geary, D. C., Hoard, M., & DeSoto, M. C. (2006). Fertility cycle patterns in motives for sexual behavior. Personality and Social Psychology Bulletin, 32(12), 1659-1673.

IL LAVORO DEI GENITORI: tartarughe marine in viaggio

Il lavoro del genitore

Essere genitore è un lavoro, un lavoro a tempo pieno spesso sottovalutato (specialmente da chi non lo svolge). Un lavoro è un’attività in cui vengono messe in campo conoscenze, competenze, risorse, al fine di produrre “beni o servizi” in cambio di un compenso, economico o meno. Analizziamo perché, secondo noi, essere genitore è un lavoro: è sicuramente indispensabile avere risorse da poter mettere in campo, conoscenze che derivano dall’esperienza diretta o indiretta, tramandate ad esempio dalle generazioni precedenti; la finalità dell’essere genitore non è sicuramente utilitaristica, l’obiettivo non è intenzionalmente di produrre beni o servizi. In realtà, però, la genitorialità “produce” la crescita di un essere umano, altro che se è un bene! 

Infine per le attività lavorative è previsto un compenso, monetario o meno: inutile specificare che il “compenso” dell’essere genitore non ha niente a che fare con l’aspetto economico, i figli però rendono un compenso ai loro genitori, è un compenso costituito da amore innanzitutto, ma anche soddisfazione personale, orgoglio, senso di realizzazione.

Genitori si nasce o si diventa?

Come dicevamo, come tutti i lavori, essere genitore necessita di una serie di competenze e risorse da mettere in atto, competenze che secondo alcuni sono innate (il famosissimo istinto materno o paterno), secondo moltissimi altri invece si apprendono con l’esperienza. Stabilito che essere genitore può esse considerato un lavoro vediamo perché potremmo anche dire che è uno dei lavori più “difficili” del mondo, andando a riflettere su quali siano queste competenze e risorse necessarie. 

Diventare genitore è forse la responsabilità più grande che una persona possa assumersi nel corso della sua vita,     perché l’esito di questo “lavoro” è la crescita e lo sviluppo di una persona che dipende da sé stessi, in una fase iniziale di vita in modo totale (da neonati) e nelle fasi successive in modo parziale fino a uno svincolo in età adulta. Perché è un lavoro molto complesso? 

Innanzitutto non per tutti è possibile investire tutte le proprie risorse in questa sola attività: moltissimi genitori sono costretti ad avere un “vero” lavoro per mantenere sé e la famiglia, moltissimi altri desiderano averlo per sentirsi realizzati in più ambiti della loro vita. Coniugare la vita lavorativa con quella familiare è un compito estremamente complesso, che richiede una divisione, più equa e bilanciata possibile, di tempo e risorse. In secondo luogo come si accennava in precedenza la responsabilità che deriva dall’avere un figlio è veramente enorme, molti si sentono schiacciati da questa responsabilità e sviluppano un’ansia del dover essere “buoni genitori” che li porta costantemente a giudicare il loro operato, mettendo in discussione le loro capacità. In terzo luogo: nessuno nasce genitore, genitori si diventa grazie all’esperienza, in un certo modo forse per tentativi ed errori. Il famosissimo “istinto” paterno o materno di cui tanto si parla è, secondo il nostro modesto parere da psicologi, una leggenda metropolitana.

L’istinto genitoriale 

Chi, almeno una volta nella vita, non ha sentito dire la frase: “quella persona ha proprio un istinto materno, sarà di sicuro un bravissimo genitore!”. Sulla base di cosa le persone esprimono questo giudizio? Sulla base di ciò che vedono, possono quindi attribuire questa caratteristica innata ad una persona, molto probabilmente donna, molto calorosa, empatica, accudente, “che ci sa fare con i bambini” quindi che riesce a entrare in sintonia con loro velocemente. Riferirsi a questo concetto dell’istinto materno, implica un pensiero di fondo: esistono genitori adeguati e genitori non adeguati, persone che sanno come fare e persone che non sanno come fare. Noi crediamo che ciascuno di noi, in quanto appartenente alla specie umana naturalmente orientata ad amare (a ricevere amore tanto quanto a darlo), ha in sé delle risorse e delle potenzialità per essere “un buon genitore”, che riuscirà a sviluppare e far emergere principalmente sulla base delle sue esperienze di vita, in primis con i propri genitori e con la propria famiglia e in secondo luogo con il gruppo dei pari. Non esistono quindi persone con un istinto genitoriale e persone che non ce l’hanno: esistono persone che sono riuscite, grazie alle relazioni che hanno avuto nella loro vita, a sviluppare più di altre alcune caratteristiche che riteniamo essere necessarie ad un genitore. E tutti gli altri? Non saranno buoni genitori? Non si dovrebbe essere così drastici, a nostro parere: una delle più grandi “fortune” dell’essere umano è la sua possibilità di cambiare, di svilupparsi, di crescere, di sapersi adattare alle nuove richieste che ogni giorno ci arrivano nel corso della vita. La capacità di sapersi modellare sulle nuove sfide quotidiane è cruciale in ogni ambito, in modo particolare per i genitori che non smettono mai di dover “calibrare” le loro risorse e capacità sulla base del momento del ciclo di vita in cui si trovano i propri figli: è molto diverso essere genitore di un adolescente, piuttosto che essere genitore di un neonato, le competenze e risorse da mettere in atto sono ben diverse.

Aiuto: mio figlio è adolescente

Come dicevamo l’essere genitore è un “lavoro” in cui non si smette mai di imparare e di dover metter in campo risorse e competenze diverse. Forse uno dei momenti più complessi da affrontare per una famiglia è il periodo adolescenziale, periodo di grandi cambiamenti in primis nel ragazzo/a che si ripercuotono inevitabilmente sui genitori e sul loro modo di essere genitori. Una metafora molto calzante usata in ambito psicologico è quella dell’elastico: gli adolescenti “giocano” con un elastico alla cui estremità opposta stanno i genitori; quando lo tendono applicano una forza oppositiva ai genitori, si allontanano da loro, affermano la loro indipendenza; quando mollano la presa si riavvicinano, anche bruscamente, ai genitori facendo prevalere più i bisogni di dipendenza, affidandosi alle cure dei genitori come quando erano più piccoli. Non è un compito facile stare dall’altra parte dell’elastico e saper gestire questi movimenti oscillatori. Quale atteggiamento bisogna adottare? Lasciare che il figlio “giochi” con l’elastico a suo piacimento, avendo un atteggiamento accogliente, comprensivo, empatico, o invece irrigidire la presa e guidare l’oscillazione dell’elastico, avendo uno stile genitoriale più controllante? Le ricerche riguardo a questo tema sono davvero moltissime, non si ha una risposta univoca: dipende moltissimo dalle caratteristiche del figlio, del suo ambiente, delle sue relazioni. Nei casi in cui questa oscillazione e spinta all’indipendenza sia pericolosamente accentuata e porti il ragazzo ad avvicinarsi a comportamenti a rischio come il consumo di sostanze, il gioco d’azzardo, il coinvolgimento in gruppi devianti ecc., uno stile più controllante dovrebbe secondo gli esperti prevalere, ma comunque essere affiancato allo stile empatico e accogliente

In condizioni meno critiche lo stile “supportivo” è risultato essere maggiormente efficace con figli adolescenti: ragazzi e ragazze che affrontano l’adolescenza sono molto impegnati a capire chi sono, quale direzione vogliono intraprendere nella loro vita; è cruciale quindi che sentano di avere il pieno appoggio, incondizionato e non giudicante dei genitori, qualunque cosa decideranno di voler essere.

Genitori come tartarughe marine

Essere genitori, lo ribadiamo, è un compito estremamente arduo e che richiede continui aggiustamenti e cambiamenti e la messa in campo di diverse risorse e competenze, non innate ma che si sviluppano grazie all’esperienza e alle relazioni della propria vita. Per riassumere con una metafora cosa significa, secondo noi, essere genitori possiamo pensare al lunghissimo e complesso viaggio che le tartarughe marine affrontano nel corso della loro vita: nascono sulla spiaggia e già il momento della nascita è forse il più complesso che devono affrontare, devono raggiungere il mare superando mille ostacoli (gabbiani, granchi, alghe, etc.). Proprio come i genitori alla nascita del primo figlio trovano da subito moltissimi ostacoli duri da affrontare. Raggiunto il mare aperto inizia davvero il viaggio, momento che potremmo paragonare al momento in cui il figlio esce dalla fase di massima dipendenza: è proprio quando le difficoltà maggiori sembrano essere superate che ne insorgono di nuove e inaspettate. Le tartarughe faticano molto per trovare la loro via, la corrente che le porterà nei mari più caldi (di cui hanno bisogno per sopravvivere), proprio come i genitori nei primi anni di vita del bambino iniziano a capire che tipo di genitori vogliono e possono essere, che tipo di via vogliono intraprendere. Una volta imboccata “la strada giusta” infine bisogna rimanere all’interno della corrente che porterà a destinazione, avendo la capacità però non solo di affrontare le tempeste e i cambi di rotta che possono presentarsi e che sfuggono dal controllo, ma anche la capacità di capire quando è il momento di uscire dalla corrente: i genitori troveranno vari momenti di difficoltà inaspettate e dovranno avere le risorse necessarie per riconoscerli e affrontarli e, arrivati alla fase di vita adulta del figlio, dovranno avere la capacità di “uscire dalla corrente” per far proseguire il figlio in autonomia, con le proprie “pinne”! 

Bibliografia 

  • Trincas, R., Patrizi, M., & Couyoumdjian, A. (2008). Parental monitoring e comportamenti a rischio in adolescenza: una revisione critica della letteratura. Psicologia clinica dello sviluppo, 12(3), 401-436.
  • Walsh F, La resilienza familiare, Raffaello Cortina editore (2008)
  • http://www.treccani.it/vocabolario/lavoro/

Come rendere l’anzianità una rinascita?

Anziani di ieri, anziani di oggi

Se pensiamo alla figura dell’anziano all’interno della società di oggi, tendiamo ad attribuire caratteristiche come il bisogno di cure, di assistenza, la fragilità, la dipendenza. Non è sempre stato così e non è ovunque così: questa tendenza occidentale del mondo moderno è in netto contrasto sia con la cultura orientale sia con le culture più “primitive” ad esempio delle tribù africane in cui gli anziani sono il fulcro della società, i detentori di saggezza e conoscenza che grazie alla loro esperienza possono guidare le generazioni più giovani. Anche nella cultura occidentale del passato si tendeva molto più a riconoscere agli anziani un ruolo portante, sia in famiglia che in società. A cosa è dovuto questo cambiamento? Sicuramente al fatto che è cambiato il modo di essere anziani: la vita media si è di molto allungata quindi per anzianità oggi si considera una fascia d’età, molto più ampia rispetto al passato, che arriva anche fino a più di 90 anni! È inevitabile che con l’aumentare dell’età aumentino i problemi di salute e che quindi gli anziani siano visti come bisognosi di cure; al contrario il secolo scorso la durata della vita era di molto inferiore, gli anziani erano considerati tali già a 60 anni (età in cui oggi la maggior parte delle persone ancora lavora!). 

Non si smette mai di crescere

Il cambiamento di prospettiva moderno (occidentale) che ci porta a vedere le persone anziane come fragili e bisognose di cure si abbina molto bene a quella che in psicologia è definita la teoria psicosociale: teoria secondo la quale il succedersi delle età nel corso della nostra vita sarebbe caratterizzato da continue perdite, perdite di capacità acquisite in precedenza che vengono sostituite ad altre nuove e più funzionali all’età; in particolare secondo questa teoria arrivati all’ultima età, quella anziana, la perdita di capacità sia fisiche che cognitive sarebbe imponente. Le persone anziane sarebbero quindi in una fase di vita in cui il ruolo è del tutto passivo, quasi in balia degli eventi, attendendo inermi che arrivi la morte e con essa la fine di una sofferenza. 

Del tutto contrapposta è la teoria dell’arco di vita (una prospettiva sicuramente molto più rassicurante!) per cui in ogni fase di vita, caratterizzata da specifici compiti evolutivi, si ha la possibilità di una crescita e un arricchimento personale, è possibile ricercare un nuovo equilibrio che permetta di adattarsi meglio alla condizione di vita determinata dall’età che si ha: anche durante la vecchiaia, secondo questa prospettiva, non smetteremmo mai di “crescere”, di acquisire nuove abilità personali! 

Il mito dell’eterna giovinezza 

La società moderna è fortemente improntata sull’individualismo e sulla realizzazione personale, con una spinta quasi narcisistica che fa di un valore fondamentale l’affermazione di sé. In quest’ottica è facile comprendere perché si abbia in effetti molta paura di diventare anziani e “inutili”. Sicuramente ciò è legato, come dicevamo, alla visione di anzianità che abbiamo oggi, quella di una fase di vita in cui si è passivi e bisognosi di cure. Siamo un po’ tutti (in una qualche misura) ossessionati dal “mito dell’eterna giovinezza” che si può perseguire sia con un’attenzione smisurata al corpo (che possiamo osservare nei vari personaggi dello spettacolo che raggiunta una certa età ricorrono in modo davvero massiccio alla chirurgia estetica) sia con una mancata accettazione dell’uscita dal mondo lavorativo. I sentimenti che si provano oggi con il pensionamento, infatti, possono essere, in chi rincorre “l’eterna giovinezza”, estremamente negativi: un senso di paura, perdita, vuoto, incertezza, nei casi più gravi sentimenti depressivi. Il pensionamento è una fase del ciclo di vita sicuramente cruciale, di ridefinizione della propria identità che porta a “tirare le somme” di ciò che si è fatto e realizzato fino a quel momento. Quello che accade è che spesso la persona che va in pensione si sente molto attiva e vitale, capace di “dare ancora molto”. Questo aspetto non è di per sé negativo, anzi: contrasta lo stereotipo di “vecchiaia come inutilità e passività”; gli anziani in pensione possono investire le loro risorse ed energie coltivando i loro hobby, la loro relazione coniugale, la loro famiglia allargata con un sostegno ai figli e alla cura dei nipoti. Si ha quindi una sorta di re-investimento nella “terza età” e una “rinascita” e riscoperta di sé e dei propri interessi. Tutto è determinato da “come ci si sente anziano”. 

Anziani giovani e grandi anziani

In letteratura si fa una distinzione tra grandi anziani cioè persone bisognose di cure poiché ammalate o in una condizione di salute non ottimale, e anziani “giovani” cioè persone che nonostante l’età sono ancora molto attive e vitali. Ancora una volta, nella terminologia che ricorre all’ossimoro, ritroviamo la percezione di anzianità tipica della società moderna, che vede incompatibile questa fase di vita con una spinta vitale e proattiva. Non riusciamo a percepire, nel nostro immaginario comune, che una persona anziana possa aver voglia e anche il bisogno di avere un ruolo attivo nella società, possa voler coltivare i suoi interessi e investire sul suo benessere. A questo proposito fa molto sorridere un film americano del 2015 “The intern” (“Lo stagista inaspettato”) con Anne Hathaway e Robert De Niro nel ruolo rispettivamente di Boss e Stagista “Senior”, Ben. Viene restituita in questo film molto bene l’idea di “anziano giovane” che ha ancora moltissima voglia di fare, di sentirsi utile, di avere un ruolo con annesse responsabilità: citando la battuta di De Niro: “Ho letto che i musicisti non vanno in pensione, smettono quando hanno non hanno più musica dentro. Beh, io ho ancora musica in me e su questo ne sono sicuro”. 

Proprio come accadrebbe nella realtà, le reazioni degli impiegati dell’azienda alla vista dello stagista anziano sono inizialmente di incredulità e sorpresa ma grazie alla sua esperienza di vita Ben si rende subito indispensabile a molti. 

Un altro elemento che il film mette in luce molto bene riguardo all’anzianità è la relazione sentimentale. De Niro, infatti, inizia a frequentarsi con una massaggiatrice sua coetanea iniziando di fatti una relazione sentimentale all’età di 70 anni. 

Amare ed essere amati: bisogni senza tempo 

Se uno degli stereotipi più diffusi connessi all’anzianità è il bisogno di cure e assistenza (che come abbiamo già detto riguarda solo una parte della popolazione anziana, sebbene vasta, cioè i “grandi anziani”), un altro estremamente forte riguarda la vita sentimentale e sessuale. Perseguendo l’idea di inevitabile decadimento connessa all’anzianità si pensa che gli anziani non abbiano voglia ma soprattutto capacità di investire nelle relazioni sentimentali e ancor di più sessuali. È chiaramente un dato oggettivo che con l’aumentare dell’età le prestazioni fisiche e sessuali non possono essere uguali a quelle che si ha da giovani, così come è oggettivo che, anche a causa degli stereotipi sociali molto diffusi non è facile per una persona anziana che abbia perso il suo partner ricominciare a investire le sue risorse nella ricerca di una relazione sentimentale e/o sessuale. D’altro canto escludere del tutto o minimizzare l’aspetto sentimentale e sessuale, basandosi solo sull’età, è assolutamente insensato. L’affetto, l’amore, l’intimità sono dei bisogni universali, senza tempo. Può cambiare la forma in cui vengono espressi e sicuramente le possibilità che si hanno di esprimerli, ma non cambia il loro essere indispensabili. È stato notato, inoltre, come le abilità emotive aumentano con l’aumentare dell’età, abilità indispensabili per stabilire e mantenere una relazione intima. In un momento di vita come quello dell’anzianità in cui tutti i punti fermi sembrano venire meno, in cui si deve fare i conti con l’accettazione della morte (propria o dei propri cari) e in cui la società tende a infantilizzare ed evidenziare la necessità di dipendere, è un elemento assolutamente indispensabile re-investire negli affetti, nei sentimenti, nell’amore e perché no, anche nella sessualità. Una persona anziana che abbia la possibilità di sentirsi speciale per qualcuno e far sentire a sua volta il partner speciale, accudire l’altro e lasciare che l’altro lo accudisca, potrà percepire un senso di “utilità” e proattività se non per la società, quantomeno per sé stessa e per la persona che ama. 

BIBLIOGRAFIA

  • Bretschneider, J. G., & McCoy, N. L. (1988). Sexual interest and behavior in healthy 80-to 102-year-olds. Archives of sexual behavior, 17(2), 109-129.  
  • Cristini, C., Rizzi, R., & Zago, S. (2005). La vecchiaia fra salute e malattia (Vol. 14). Edizioni Pendragon. 
  • Dello Buono, M., Zaghi, P. C., Padoani, W., Scocco, P., Urciuoli, O., Pauro, P., & De Leo, D. (1998). Sexual feelings and sexual life in an Italian sample of 335 elderly 65 to 106-year-olds. Archives of Gerontology and Geriatrics, 26, 155-162. 
  • Ripamonti C., Manuale di Psicologia della Salute (2015), Il Mulino, pp. 162-182 
  • Walsh F, La resilienza familiare, Raffaello Cortina editore (2008)

La complessità dell’essere Donna

Donna uguale …?

Pensando alla parola “Donna” oggi, quante cose ci vengono in mente?

Le parole racchiudono significati, a volte ristretti e puntuali, altre volte veramente ampi, fluidi e dai confini sfumati; una delle parole dai mille significati è proprio “Donna”.

Proviamo riferendoci all’immaginario comune a individuare alcuni aspetti che possono essere abbinati a questa parola: maternità, femminilità, accudimento, sensibilità, fragilità… ma al contrario anche forza, indipendenza, multitasking… etc.
Accade a volte che una singola parola non può riuscire a racchiudere tutti i suoi significati, perché sono innumerevoli, forse anche in contrasto, perché sono mutevoli, perché cambiano enormemente a seconda della cultura, dell’età, del contesto in cui sono inseriti.

Il concetto di “Donna” nell’Italia del 2020 è un esempio estremamente calzante.

Proviamo a porre a confronto una persona di 80 anni con una di 20, a prescindere dal loro sesso: se si chiede a un ottantenne di pensare alla parola donna, questo riporterà più i primi concetti sopra elencati (madre, accudimento, femminilità, ecc.), se lo si chiede invece a un ventenne è più probabile, ma non scontato, che si riferisca maggiormente ai concetti di forza, indipendenza, multitasking, ecc. Da cosa deriva questo divario?

Sono forte sì, ma poi sono anche fragile

L’eterogeneità di significati che possiamo attribuire al concetto di donna, oggi, è davvero significativa. Proviamo a fare un breve excursus nel nostro passato, nella nostra Storia comune e condivisa per capire da dove derivino i concetti a cui ci riferiamo nel presente. C’è stato un periodo del secolo scorso, in particolare la rivoluzione industriale del dopo-guerra che ha risignificato in modo importante il concetto di donna: la rinascita economica che ha portato un maggiore benessere ha consentito alle donne di prendersi un periodo “di pausa” dal mondo del lavoro (in cui in precedenza erano estremamente presenti, a causa della necessità di mantenere le famiglie mentre gli uomini erano in guerra). Gli anni ‘50-‘60 del 1900 sono quelli che danno vita alla generazione dei baby-boomers, figli del boom economico, appartenenti a famiglie con una specifica caratterizzazione e divisione dei ruoli: madri casalinghe, padri lavoratori. È proprio in questo momento che il concetto di donna è stato abbinato a quello di madre e casalinga, dando vita a uno stereotipo di genere che, purtroppo, sopravvive tutt’ora in buona misura (specialmente tra le generazioni più anziane).

I cambiamenti storici, sociali, economici, culturali in generale, determinano sicuramente il significato che diamo agli eventi, alle parole, ai concetti. Ma facciamo un passo indietro. Nella storia non mancano esempi di grandi donne, del tutto svincolate dallo stereotipo di madre casalinga, che sono forse la nostra matrice culturale da cui hanno potuto prendere vita movimenti, come quello femminista, che rivendicano “tutto il resto” degli aspetti che racchiude il concetto di donna: indipendenza, forza, estrema flessibilità, capacità di adattarsi ai cambiamenti e molto altro. Un esempio storico è sicuramente the queen Victoria, pilastro di un’intera epoca storica, chiamata appunto vittoriana, che guida da sola un’intera nazione infrangendo le regole sociali dell’epoca, affermando con forza la sua indipendenza e rifiutandosi di avere un uomo a guidarla. Quali aspetti sono quindi più calzanti se pensiamo alle donne? Forza, indipendenza o invece empatia, accudimento, fragilità (derivanti dall’idea di donna dipendente dall’uomo lavoratore su molti piani, incluso quello emotivo)? La risposta è, ovviamente, tutti questi!

“Quante donne!”

Perché, se la storia ci insegna che le caratteristiche che definiscono “La donna” sono varie e forse anche in contraddizione tra loro, ancora oggi ci si ostina spesso a ingabbiare la definizione di donna in uno stereotipo, molto restrittivo e davvero poco esaustivo? Il sessismo, cioè la tendenza a valutare le capacità di una persona in base al suo sesso e quindi in base all’identificarla con caratteristiche stereotipiche di “donna” o “uomo”, è in effetti ancora oggi purtroppo molto diffuso, anche se spesso negato. Basta guardare a vari aspetti della vita quotidiana: dal mondo del lavoro, alla vita familiare, alla semplice vita quotidiana. È vero che si presta molta più attenzione oggi rispetto che in passato all’inclusione e alla diversità nelle grandi aziende, si fa attenzione quindi a includere le categorie di solito discriminate, tra queste rientrano le donne. Sono in effetti molto pochi i ruoli dirigenziali o di grande rilievo affidati alle donne. In Finlandia, a dicembre 2019, è stata eletta la premier donna più giovane della storia, Sanna Marin, (peraltro figlia di due madri, diversità nella diversità!) affiancata da leader dei vari partiti politici tutte al femminile. La notizia in Italia ha generato grande scalpore, è qualcosa di cui dover parlare perché in effetti è una novità. Un altro esempio “nostrano” riguarda il mondo universitario: in tutta Italia l’unica università che è riuscita a raggiungere all’anno 2019 una parità dei sessi effettiva è l’Università Bicocca di Milano, con le così dette “quote rosa” che eguagliano e in alcuni casi eccedono il sesso maschile (le studentesse iscritte sono per il 60% donne, la massima carica istituzionale, rettrice, è stata affidata per due mandati consecutivi a donne: Cristina Messa a cui è subentrata Giovanna Iannantuoni). Il cambiamento è quindi in atto, ma è ancora molta la strada da fare. Finché ci sarà bisogno di parlare di inclusione e di quote rosa non si sarà raggiunta una vera e propria parità.

Lavoro-famiglia-famiglia-lavoro

I cambiamenti nello stereotipo di ruolo femminile a lavoro stanno pian piano prendendo piede, in contemporanea e forse di riflesso si modifica anche il ruolo di donna all’interno della famiglia. Conciliare la vita lavorativa e la vita familiare è un compito estremamente arduo, a prescindere dal sesso. Per le donne lo è forse oggi in misura maggiore. Perché? A causa delle forti aspettative connesse allo stereotipo di donna e mamma: la gestione familiare che va dall’accudimento dei figli all’organizzazione delle faccende domestiche grava fin troppo spesso solo sulle donne, rendendole altamente esposte al rischio di sviluppare uno stress dato dalla difficoltà a gestire i due ambiti. La società si aspetta oggi dalle donne che si realizzino in ambito professionale, che mettano il loro impegno e le loro risorse all’interno del mondo lavorativo, ma si aspetta al contempo che siano “mamme esemplari”. È un’aspettativa a dir poco irrealistica, oltre che insensata, una richiesta che, peraltro, non è mai stata rivolta agli uomini. Sebbene ci piaccia poter pensare alla donna come a “wonder-woman” capace di gestire, in contemporanea, ruoli estremamente faticosi e senza il supporto di nessuno, dobbiamo fare i conti con la realtà e soprattutto, rendere possibile la massima realizzazione di ciascuno, che sia uomo o donna, nei suoi ambiti di vita, eliminando per quanto possiamo gli ostacoli e i vincoli e spianando la strada. Per fare ciò iniziare da un trattamento equo dei due sessi potrebbe essere un buon punto di partenza.

La complessità dell’essere donna

Un trattamento equo e soprattutto rispettoso dovrebbe partire dai piccoli gesti quotidiani. Riflettevamo su come molte persone abbinino al concetto di donna quello di femminilità e forse ancor di più quello di sessualità. Questa convinzione porta purtroppo una buona parte degli uomini a perdere di vista il confine tra la persona a cui si rivolgono e l’oggetto sessuale che desiderano. Fenomeni come il “cat-calling” (molestie verbali rivolte da sconosciuti per strada alle donne) sono inquietantemente ancora troppo diffusi: moltissimi, specialmente tra quelli che lo attuano, non riescono a riconoscere nemmeno che si tratti di una molestia, identificandola come “complimento innocuo”. Perché fenomeni del genere sono rivolti alle donne e non sono mai capitati agli uomini? Il problema, è facile da intuire, è culturale. Noi siamo ottimisti e crediamo che la tendenza moderna sia di andare sempre verso una maggiore equità di trattamento tra i sessi e verso un riconoscimento delle molteplici dimensioni e caratteristiche connesse al concetto di donna. Di sicuro per raggiungere questo traguardo c’è qualcosa che tutti nel nostro piccolo possiamo fare, sia uomini che donne: il sessismo benevolo, infatti (atteggiamento sessista attuato dalle donne nei loro stessi confronti proponendosi come creature fragili e bisognose di cure e protezione), è tanto diffuso quanto il sessismo ostile (atteggiamento discriminatorio volto ad affermare la superiorità dell’uomo), forse addirittura in misura maggiore. È importante che tutti, donne in primis, riconoscano la complessità dell’essere Donna, non complessità intesa come difficoltà, ma come varietà di sfaccettature diverse. È importante che tutti diano valore ad ogni singola dimensione dell’essere donna e favoriscano la messa in campo delle risorse e delle sue potenzialità di ciascuna, in ogni singolo ambito di vita.

BIBLIOGRAFIA

PERCEZIONE DI SÉ: visione artigianale o visione industriale?

Chi sono io? Come mi vedo?

Una delle domande che indirettamente o direttamente tutti ci siamo posti almeno una volta nella vita è: chi sono io? Come sono fatto/a?

La costruzione della nostra identità è un processo molto complesso che non si conclude in una specifica fase o momento di vita, ma che continua in modo dinamico per tutto il corso della nostra esistenza. Una parte importante della nostra identità riguarda la percezione che abbiamo di noi stessi, i due concetti non sono sovrapponibili infatti l’identità è un concetto totalizzante, molto ampio, che include moltissimi aspetti, tra questi rientra la nostra percezione di noi stessi. L’identità è ciò a cui ci riferiamo quando ci chiediamo “chi sono?”; la percezione di noi stessi è ciò a cui ci riferiamo quando pensiamo “come mi vedo?”.

Che fatica essere adolescenti

L’adolescenza è il primo momento di vita in cui ci si inizia a fare queste domande, sulla propria identità “Chi sono?”, sulla percezione che si ha di sé: “Come mi vedo?”. Sono domande che diventano urgenti, ingombranti, per alcuni forse un po’ troppo. Non è un caso infatti che disturbi che possano riguardare la percezione di sé e del proprio corpo iniziano a manifestarsi prevalentemente in questa fase di vita. L’epoca attuale, in effetti, vede una prevalenza dei disturbi alimentari in aumento rispetto al passato e in particolare dei così detti “nuovi disturbi alimentari” come ortoressia (ossessione per il cibo sano) e vigoressia (o anoressia inversa) che avremo modo di approfondire. Come mai? Potremmo ipotizzare che per gli adolescenti di oggi, sovraesposti a canoni di “perfezione” estetica sempre più restrittivi e non conformi alla realtà, è diventato molto difficile rispondere in modo soddisfacente alla domanda “come mi vedo?”. A causa della larghissima diffusione dei social network, come ad esempio Instagram, i ragazzi e le ragazze passano infatti moltissima parte del loro tempo quotidiano a scorrere foto di “gente famosa” perfetta, statuaria. Confrontandosi con questi modelli, purtroppo estremamente filtrati dalla realtà virtuale (pochissime le persone sui social che si espongono al naturale, senza modificare le imperfezioni naturalissime del corpo o della pelle) gli adolescenti è facile che provino un senso di inadeguatezza e insoddisfazione riguardo al loro corpo. La percezione che abbiamo di noi stessi, infatti, riguarda sicuramente come noi ci percepiamo, ma questa percezione è fortemente influenzata da come valutiamo che ci percepiscano gli altri.

Percepire noi stessi con gli occhi degli altri

Quando ci chiediamo “come mi vedo” la domanda subito conseguente è: mi piace ciò che vedo?

Per stabilire se la risposta sia “si” o “no” entrano in gioco molti fattori, tra questi sicuramente l’autostima. Prima di capire cosa sia effettivamente l’autostima è necessario distinguerla da quello che è il concetto di sé: nel concetto di sé rientrano gli elementi che utilizziamo per descriverci quindi ad esempio età, corporatura, intelligenza, caratteristiche di personalità, etc.; l’autostima è strettamente connessa al conetto di sé in quanto è la valutazione che facciamo riguardo a questi elementi quindi ad esempio una persona soddisfatta delle sue capacità intellettive, del suo aspetto, del suo “carattere” (modo comune di definire la personalità) avrà una buona autostima.

Questa soddisfazione, o invece insoddisfazione, da cosa deriva?

Incide moltissimo, specialmente in età adolescenziale, come pensiamo che ci valutino gli altri: la costruzione della nostra autostima e di conseguenza della nostra percezione di noi stessi è influenzata dalle relazioni. In qualche misura impariamo a percepire noi stessi, specialmente quando l’autostima non è molto alta, tramite gli occhi degli altri. Si può innescare un circolo vizioso per cui anteponiamo alla domanda “io come mi vedo?” un’altra questione: “gli altri come mi vedono?”. Un adolescente in modo particolare, ma chiunque in realtà più o meno in modo marcato, si chiede se viene valutato positivamente dagli altri, in moltissimi aspetti e in particolare riguardo alla sua apparenza, alla sua estetica, al suo corpo.

Dimmi come appari e ti dirò chi sei

Pensiamo ad un adolescente in una giornata tipo: si sveglia la mattina, si veste scegliendo molto accuratamente i capi dal suo armadio, si sistema i capelli, se è una ragazza passa forse una considerevole quantità di tempo in bagno a truccarsi e prima di uscire si guarda allo specchio, soddisfatto/a di ciò che vede. Esce poi di casa e nella noia dei mezzi pubblici scorre la bacheca di instagram trovando modelle, influencer vari (per chi non lo sapesse ci riferiamo a gente che fa del suo lavoro “influenzare gli altri”, dettare le mode del momento), attori, gente dello spettacolo, che posta foto perfettamente curate fino al minimo dettaglio, mostrando corpi perfetti, abiti perfetti, vite perfette. Ripensa a questo punto alla sua immagine riflessa nello specchio e il confronto è immediato. Quali sentimenti potrà provare? Molto verosimilmente un senso di inadeguatezza, specialmente se come dicevamo la sua autostima non è ancora molto forte. Pensiamo a una persona che sta costruendo il senso della propria identità e la propria percezione di sé e, nel farlo, si confronta continuamente con situazioni del genere. È fin troppo facile arrivare ad una percezione di sé falsata: non essendo conforme a quell’immagine ideale e idealizzata che proviene dall’esterno e dal mondo social (e non solo) la propria immagine sarà sminuita, svalorizzata, nei casi peggiori disprezzata. Nella società odierna, purtroppo altamente individualista e forse narcisista, incentrata più sull’apparire che sull’essere (come mostra la larghissima diffusione dei suddetti influencer), siamo ormai continuamente portati a pensare che per poter mostrare al mondo “chi siamo” dobbiamo farlo tramite il corpo, la bellezza, l’apparenza. La domanda più pressante diventa quindi “come appaio?” ancor prima di “chi sono?” o “come mi vedo?”.

Artigianato o produzione in serie?

Ricordiamo che l’identità è qualcosa di diverso dalla percezione di sé, sicuramente la seconda contribuisce alla strutturazione solida della prima. I rischi che si corrono in un mondo incentrato sulle apparenze sono quindi due e strettamente interconnessi: in primis che la percezione di sé sia più influenzata dalla valutazione che gli altri fanno di noi stessi piuttosto che da quella che noi facciamo; in secondo luogo il forte rischio è che più importante e urgente di interrogarsi e incentrarsi sulla propria identità, su “chi sono io?”, diventi primario e indispensabile focalizzarsi sulla percezione (falsata) di sé, per modellarla a immagine e somiglianza di un ideale perfetto, non solo irrealistico, ma anche davvero “molto poco speciale”. Quando percepiamo noi stessi possiamo fermarci un attimo e chiederci: voglio essere uguale a tutti gli altri? O voglio invece essere unico? Dato che oggi domina il “bello”, chiediamo per un attimo cosa sia davvero la bellezza.

Siete mai stati alle fiere di paese, con gli artigiani che espongono i loro lavori? È molto difficile trovare due oggetti artigianali, ad esempio due vasi, identici tra loro, così come sarà impossibile trovare due persone con un corpo identico l’uno all’altro. Secondo noi è molto più bello un pezzo di artigianato meravigliosamente unico e irripetibile, piuttosto che un banalissimo oggetto prodotto in serie, uguale a moltissimi altri e quindi indistinguibile, senza identità e senza unicità.

Omogenitorialità

“Non vi è alcuna evidenza scientifica che l’essere adatti alla funzione genitoriale sia legato all’orientamento sessuale dei genitori. In altre parole, i genitori lesbiche e gay possono, allo stesso modo dei genitori eterosessuali, fornire ambienti di sviluppo sani e favorevoli ai loro figli”

Questa è la dichiarazione ufficiale dell’APA (American Psychological Association) fonte autorevole a livello mondiale nel campo della psicologia. Essa, a fronte di un gran numero di ricerche scientifiche ha dimostrato che la regolazione, lo sviluppo ed il benessere psicologico dei bambini non siano correlati all’orientamento sessuale dei genitori e che i figli di genitori gay e lesbiche abbiano le stesse probabilità dei figli di genitori eterosessuali di prosperare.

La posizione dell’APA, peraltro la stessa di altre organizzazioni professionali e scientifiche europee e italiane, ha avuto dei risvolti politici notevoli e ha fatto finalmente chiarezza in merito ad un tema così delicato.

Purtroppo, a livello delle credenze e delle opinioni che hanno le persone “comuni” nella società odierna, non è stata ancora assimilata la dichiarazione dell’APA. Perdurano ancora oggi, infatti, alcune credenze erronee sull’omogenitorialità, come il fatto che i figli di genitori omosessuali crescerebbero “confusi”, non sapendo quale sia il ruolo effettivo dei due genitori, diventerebbero sicuramente omosessuali nel futuro, e così via. I bambini, figli di coppie omosessuali, possono essere altresì vittime di discriminazione a partire dalla più tenera età: finché il substrato culturale risulta fermo sulle proprie posizioni è difficile giungere ad una società realmente inclusiva e accogliente nei confronti delle differenze. 

La coppia omosessuale

Per quale motivo le coppie omosessuali vengono discriminate? In cosa differiscono dalle coppie eterosessuali? 

Una prima ipotesi potrebbe notarsi nella tendenza che hanno circa la metà delle coppie omosessuali maschili a non essere monogame. Ciò spesso determina maggiori conflitti all’interno della relazione, rendendola meno stabile. Inoltre, a differenza delle coppie eterosessuali, quelle omosessuali tendono ad avere meno sostegno e meno interferenze negative da parte della famiglia, che spesso non accetta pienamente di avere un figlio/a omosessuale. Un altro fattore peculiare delle persone omosessuali è che tendono a rimanere amici con i propri ex, un aspetto che per le persone eterosessuali è poco contemplato. La società in generale tende a vedere con maggiore sospetto le coppie omosessuali anche in virtù del fatto che, non incarnando la “normativa” coppia eterosessuale, risulta difficile identificare una netta divisione dei ruoli nella coppia rispetto a chi deve fare cosa e a quali compiti spettino all’uno o all’altro.

Per questi motivi, le coppie omosessuali hanno la percezione di una discriminazione da parte della società, che li ritiene una coppia che ha diritto ad un minor riconoscimento sociale. A ciò si aggiunge anche il minor riconoscimento da parte della legge italiana che ha accettato i matrimoni tra persone omosessuali ma non includendo l’obbligo di fedeltà, togliendo dignità alle coppie omosessuali. La situazione appena descritta contribuisce ad innalzare i livelli di stress di questa minoranza e a peggiorare il loro benessere psicologico.

In realtà, una coppia omosessuale non mostra differenze rilevanti rispetto ad una coppia eterosessuale quanto a numerosi fattori, quali la complicità, il grado di coesione, la costruzione di modelli di coppia, la comunicazione nella coppia, l’intimità. 

Gay e lesbiche cercano amore e coesione proprio come gli eterosessuali.

Minority stress nelle persone LGBT

Tutte le persone omosessuali subiscono quello che viene definito come minority stress, ovvero quello stress provocato dal fatto di essere una minoranza sottoposta a pregiudizio e discriminazione.

In particolare, lo stress che deriva dall’essere parte di una minoranza è maggiormente elevato nell’ambito della comunità LGBT, come sottolinea Lingiardi. Può, infatti, verificarsi la condizione per cui gli omosessuali stessi hanno interiorizzato un pregiudizio sul loro orientamento sessuale, provando una vera e propria “omofobia interiorizzata” che li porta a non accettare sé stessi. Ciò deriva dalla pressione esercitata dalla società, che porta con sé un elevato stigma che fa percepire alle persone omosessuali di essere rifiutate dall’ambiente circostante. Lo stigma provato dalla società può sfociare in veri e propri episodi di violenza e discriminazione omofobica, che portano la persona omosessuale a percepire livelli di stress ancora maggiori.

Di conseguenza, lo stress percepito derivante dal far parte di una minoranza risulta una combinazione tra fattori interni ed esterni, che, insieme, peggiorano notevolmente il benessere psicologico della persona omosessuale. 

Una risorsa per riuscire a superare il minority stress può essere identificato nelle relazioni sociali che intreccia l’individuo, ad esempio con amici che accettano la loro omosessualità o grazie all’aggregazione con persone che subiscono le stesse discriminazioni, per esempio all’interno di associazioni. Rientrano nell’ambito delle risorse sociali anche, naturalmente, le famiglie delle persone omosessuali. Spesso chi fa parte di una minoranza ha il sostegno della propria famiglia; purtroppo, al contrario, quello che spesso succede è che la famiglia della persona gay o lesbica assume atteggiamenti ostili e di rifiuto, così essere sé stessi diventa complesso e doloroso.