Omogenitorialità

“Non vi è alcuna evidenza scientifica che l’essere adatti alla funzione genitoriale sia legato all’orientamento sessuale dei genitori. In altre parole, i genitori lesbiche e gay possono, allo stesso modo dei genitori eterosessuali, fornire ambienti di sviluppo sani e favorevoli ai loro figli”

Questa è la dichiarazione ufficiale dell’APA (American Psychological Association) fonte autorevole a livello mondiale nel campo della psicologia. Essa, a fronte di un gran numero di ricerche scientifiche ha dimostrato che la regolazione, lo sviluppo ed il benessere psicologico dei bambini non siano correlati all’orientamento sessuale dei genitori e che i figli di genitori gay e lesbiche abbiano le stesse probabilità dei figli di genitori eterosessuali di prosperare.

La posizione dell’APA, peraltro la stessa di altre organizzazioni professionali e scientifiche europee e italiane, ha avuto dei risvolti politici notevoli e ha fatto finalmente chiarezza in merito ad un tema così delicato.

Purtroppo, a livello delle credenze e delle opinioni che hanno le persone “comuni” nella società odierna, non è stata ancora assimilata la dichiarazione dell’APA. Perdurano ancora oggi, infatti, alcune credenze erronee sull’omogenitorialità, come il fatto che i figli di genitori omosessuali crescerebbero “confusi”, non sapendo quale sia il ruolo effettivo dei due genitori, diventerebbero sicuramente omosessuali nel futuro, e così via. I bambini, figli di coppie omosessuali, possono essere altresì vittime di discriminazione a partire dalla più tenera età: finché il substrato culturale risulta fermo sulle proprie posizioni è difficile giungere ad una società realmente inclusiva e accogliente nei confronti delle differenze. 

La coppia omosessuale

Per quale motivo le coppie omosessuali vengono discriminate? In cosa differiscono dalle coppie eterosessuali? 

Una prima ipotesi potrebbe notarsi nella tendenza che hanno circa la metà delle coppie omosessuali maschili a non essere monogame. Ciò spesso determina maggiori conflitti all’interno della relazione, rendendola meno stabile. Inoltre, a differenza delle coppie eterosessuali, quelle omosessuali tendono ad avere meno sostegno e meno interferenze negative da parte della famiglia, che spesso non accetta pienamente di avere un figlio/a omosessuale. Un altro fattore peculiare delle persone omosessuali è che tendono a rimanere amici con i propri ex, un aspetto che per le persone eterosessuali è poco contemplato. La società in generale tende a vedere con maggiore sospetto le coppie omosessuali anche in virtù del fatto che, non incarnando la “normativa” coppia eterosessuale, risulta difficile identificare una netta divisione dei ruoli nella coppia rispetto a chi deve fare cosa e a quali compiti spettino all’uno o all’altro.

Per questi motivi, le coppie omosessuali hanno la percezione di una discriminazione da parte della società, che li ritiene una coppia che ha diritto ad un minor riconoscimento sociale. A ciò si aggiunge anche il minor riconoscimento da parte della legge italiana che ha accettato i matrimoni tra persone omosessuali ma non includendo l’obbligo di fedeltà, togliendo dignità alle coppie omosessuali. La situazione appena descritta contribuisce ad innalzare i livelli di stress di questa minoranza e a peggiorare il loro benessere psicologico.

In realtà, una coppia omosessuale non mostra differenze rilevanti rispetto ad una coppia eterosessuale quanto a numerosi fattori, quali la complicità, il grado di coesione, la costruzione di modelli di coppia, la comunicazione nella coppia, l’intimità. 

Gay e lesbiche cercano amore e coesione proprio come gli eterosessuali.

Minority stress nelle persone LGBT

Tutte le persone omosessuali subiscono quello che viene definito come minority stress, ovvero quello stress provocato dal fatto di essere una minoranza sottoposta a pregiudizio e discriminazione.

In particolare, lo stress che deriva dall’essere parte di una minoranza è maggiormente elevato nell’ambito della comunità LGBT, come sottolinea Lingiardi. Può, infatti, verificarsi la condizione per cui gli omosessuali stessi hanno interiorizzato un pregiudizio sul loro orientamento sessuale, provando una vera e propria “omofobia interiorizzata” che li porta a non accettare sé stessi. Ciò deriva dalla pressione esercitata dalla società, che porta con sé un elevato stigma che fa percepire alle persone omosessuali di essere rifiutate dall’ambiente circostante. Lo stigma provato dalla società può sfociare in veri e propri episodi di violenza e discriminazione omofobica, che portano la persona omosessuale a percepire livelli di stress ancora maggiori.

Di conseguenza, lo stress percepito derivante dal far parte di una minoranza risulta una combinazione tra fattori interni ed esterni, che, insieme, peggiorano notevolmente il benessere psicologico della persona omosessuale. 

Una risorsa per riuscire a superare il minority stress può essere identificato nelle relazioni sociali che intreccia l’individuo, ad esempio con amici che accettano la loro omosessualità o grazie all’aggregazione con persone che subiscono le stesse discriminazioni, per esempio all’interno di associazioni. Rientrano nell’ambito delle risorse sociali anche, naturalmente, le famiglie delle persone omosessuali. Spesso chi fa parte di una minoranza ha il sostegno della propria famiglia; purtroppo, al contrario, quello che spesso succede è che la famiglia della persona gay o lesbica assume atteggiamenti ostili e di rifiuto, così essere sé stessi diventa complesso e doloroso.

Accettazione del proprio orientamento sessuale

Accettare il proprio orientamento sessuale è sempre doloroso e deve attraversare pregiudizi, stereotipi e ignoranza. Spesso ci si sente soli, e non si sa con chi parlarne per paura di essere giudicati o forse perché dirlo a qualcuno significherebbe anche dirlo anche a sé stessi. 

Accettare il fatto che non si è attratti, come la maggioranza delle persone, da una persona del sesso opposto al proprio, include in una condizione di minoranza che può essere vissuta in modo negativo ed escludente dalla persona che lo prova. La consapevolezza che, ancora oggi, la società non accetta pienamente gli orientamenti sessuali che non fanno parte della cosiddetta “eteronormatività”, come l’omosessualità, la bisessualità, la pansessualità e l’asessualità, può rallentare il processo di accettazione, rendendolo ancora più tortuoso e pieno di ostacoli.

Non vi sono dei tempi “canonici” in cui si raggiunge una piena consapevolezza del proprio orientamento sessuale, ma anzi esistono infiniti tempi quante sono le persone che intraprendono questo percorso, rendendolo unico e personale. Di conseguenza, il percorso di accettazione può essere più breve e lineare per qualcuno, ma più lungo e complesso per chi ha incontrato più ostacoli interni o esterni. Basti pensare che si può giungere all’accettazione del proprio orientamento sessuale in momenti opposti della vita: dall’infanzia all’adolescenza, dall’età adulta alla vecchiaia. Ognuno ha un tempo peculiare, il suo.

Un ostacolo che si può incontrare nel percorso di accettazione è la paura di essere rifiutati o esclusi dalla famiglia, dagli amici e dai colleghi di lavoro e, pertanto, si è più portati a tenere nascosta la propria vera identità.

Il processo di accettazione e uscita allo scoperto avviene gradualmente passando da un coming out interiore in cui la persona ammette a sé stessa di essere omosessuale e un coming out esterno, ovvero la capacità di portare questa consapevolezza nel rapporto con gli altri.

Non ci sono regole per accettarsi e non c’è nulla di sbagliato, se non rinunciare alla possibilità di amare e di vivere quell’amore proprio come farebbe una persona eterosessuale.

Outing e coming out

Il coming out, dall’inglese “uscire allo scoperto”, è la decisione consapevole di voler dichiarare agli altri il proprio orientamento sessuale e affermare la propria identità di genere.

Si sente l’esigenza di svelare agli altri e alla società in generale il proprio orientamento sessuale e la propria identità di genere quando essi non sono conformi a ciò che è “normativo”, cioè sentito e provato dalla maggioranza delle persone all’interno della società. In particolare, si prova la necessità di svelare il proprio orientamento sessuale quando si sente di non appartenere all’estremo del continuum che rappresenta l’eterosessualità, all’interno di un contesto di eteronormatività, identificandosi invece al polo opposto, quello dell’omosessualità, o in qualsiasi altro punto del continuum, passando dalla bisessualità, alla pansessualità e fino ad arrivare all’asessualità. Per quanto riguarda l’identità di genere, ci si sente di esporsi quando il genere assegnato biologicamente alla nascita non è quello che ci appartiene intimamente: anche in questo caso è possibile posizionarsi in un punto qualsiasi del continuum che va dal sentirsi completamente maschio al completamente femmina, oppure identificarsi in un’identità di genere fluida. 

Esistono due tipologie di coming out, il primo è quello interiore, che è frutto di un lungo processo di accettazione e rappresenta il momento in cui la persona acquisisce la consapevolezza di non essere eterosessuale oppure di avere un’identità di genere non conforme a quella assegnata alla nascita. La seconda tipologia rappresenta il coming out nei confronti della società, attraverso cui la persona dichiara all’esterno ciò di cui ha acquisito precedentemente una consapevolezza interna. 

Al termine del processo di coming out molte persone omosessuali si sentono sollevate, diventano più forti e sicure di sé stesse, con effetti benefici anche sulla propria personalità e autostima. 

Non vi è un unico modo per fare coming out: ognuno valuta le condizioni di vita e le persone ad egli vicino. Allo stesso modo, non esiste un momento “giusto” per farlo poiché si raggiunge la consapevolezza, e soprattutto il desiderio di dichiararsi alla società in momenti diversi e del tutto personali, a partire dall’infanzia, passando per l’adolescenza, fino all’età adulta.

Tutt’altra storia quella dell’outing, ovvero quando qualcun altro svela il segreto tanto nascosto, creando paura e terrore in chi vive l’outing. Un’esperienza che travolge la persona omosessuale che non voleva far conoscere il proprio orientamento sessuale, configurandosi come una vera e propria violenza.

Disturbo di Panico

Chi soffre di attacchi di panico in genere vive nella preoccupazione di rivivere la stessa situazione che ha generato sofferenza e disagio, vivendo nell’evitamento fobico di contesti che ricordano o che in qualche modo generano sensazioni di ansia.

Il prolungarsi della tensione genera a sua volta la probabilità che i livelli si sofferenza psichica salgano fino a scatenare con maggiore probabilità altri episodi simili.

Chi soffre di attacchi di panico frequenti mette in atto delle vere e proprie strategie, come controllare la presenza di vie di fuga in un luogo pubblico, evitare percorsi in macchina come attraversare alcune strade o ponti che si percorrevano prima che si manifestasse la sintomatologia, o andare a teatro e altre situazioni in cui si è avvertita la perdita di controllo tipica di questo disagio. I contesti possono ovviamente essere molti e il disagio ha risvolti importanti sull’equilibrio psichico di chi ne soffre. Gli attacchi di panico cambiano le abitudini di chi ne soffre anche sul piano sociale e lavorativo, in quanto hanno un grado di pervasività elevato.

Gli attacchi di panico arrivano all’improvviso e senza un motivo, sono il picco di tensione accumulata e generano sintomi simili ad attacchi cardiaci, con sudorazione, mancanza d’aria, sensazione di pressione al petto, freddo e vampate di calore, palpitazioni, tachicardia, svenimento, fame d’aria, asfissia, tremori, nausea e vomito, vertigini, giramenti di testa, paura di morire, paura di impazzire, formicolii, parestesie e derealizzazione. La difficoltà a gestire la sintomatologia porta il soggetto in preda all’attacco di panico a ricercare le cure del pronto soccorso più vicino e ad avere la preoccupazione nei giorni e le settimane successive che accada di nuovo.
Questa preoccupazione induce il soggetto a credere di avere dei problemi di salute importanti, per cui può iniziare a sottoporsi a molti controlli medici e ad evitare tutto quello che potrebbe scatenare un eventuale attacco di panico.

Ovviamente sono tutte strategie di controllo esterno e con un focus attentivo non autoriferito.

Il soggetto ha difficoltà a gestire sintomi riconducibili all’ansia, generando un sistema di allarme che va in corto circuito generando l’attacco di panico. Più verosimilmente si potrebbe ipotizzare la cura farmacologica al momento del bisogno, come anche un piano terapeutico in caso di ripetuti attacchi di panico, ma è necessario che il soggetto sposti il focus attentivo verso di sé e sviluppi maggiore consapevolezza del funzionamento del proprio corpo, tale per cui fare esperienza di potere gestionale di sé.

Il disturbo di attacco di panico in psicoterapia diventa un momento di svelamento e consapevolezza delle risorse del paziente, un momento di crescita e di conoscenza profonda di sé. La disponibilità a prendersene cura da parte del paziente è necessaria per ridurre il grado di sofferenza.

Agorafobia

L’agorafobia, letteralmente paura della piazza, indicherebbe una dimensione di fobia degli spazi aperti o delle piazze, in realtà questa è una delle dimensioni del disagio, perché quel che contraddistingue le caratteristiche psicologiche dell’agorafobia è la sensazione sgradevole di non poter fuggire da una situazione di sofferenza soggettiva in contesti specifici.

Potrebbe dunque verificarsi un evitamento nell’uso di mezzi pubblici o di luoghi come supermercati, parcheggi, ma anche spazi chiusi, ascensori, teatri, cinema, luoghi affollati, essere soli fuori dalla propria abitazione,
contesti in cui il soggetto percepisce una difficoltà a ricevere aiuto in presenza di determinati sintomi come malessere, palpitazione, agitazione, debolezza, dispnea, mancanza d’aria, sensazione di freddo, tipici della sintomatologia ansiosa.

Le esperienze di agorafobia sono vissute con un grado di intensità elevato anche in presenza di un accompagnatore, non sono specifiche come le fobie, non sono riconducibile ad altre malattie di tipo medico e psichiatrico o a sintomi post traumatici. Anche in presenza di attacchi di panico è necessario fare una diagnosi dettagliata dei sintomi di entrambe le condizioni, in quanto potrebbe verificarsi la coesistenza di entrambi i disagi.

Spesso l’agorafobia esordisce dopo un periodo di attacchi di panico, si struttura come conseguenza di periodi di attacchi di panico e si consolida nei sintomi e nell’espressione del disagio. In alcuni casi anche l’agorafobia può essere predittiva rispetto a successivi attacchi di panico.

Questi sintomi possono essere altamente invalidanti se si pensa che in alcuni casi si sviluppa il timore di guidare da soli, di camminare senza il supporto di qualcuno, soprattutto quando sono associati ad eventi traumatici o a malattie pregresse, come vertigini o incidenti stradali.

Il soggetto con agorafobia appare ipervigile o ipereccitato, con intensificate sensazioni di paura e sopravvalutazione del pericolo, vive su una soglia di stress elevato e di ansia fluttuante che sfocia in sintomi spesso ingestibili e condotte di evitamento e ricerca di rassicurazioni anche sul piano medico.

Il Mutismo Selettivo

Il mutismo selettivo è un disturbo che si manifesta nei bambini solitamente in età scolare e prescolare ed è caratterizzato da una incapacità a parlare in molte situazioni in cui viene richiesto di farlo, solitamente nei contesti sociali come scuola e asilo. In questi casi il bambino affetto da mutismo selettivo, pur avendo capacità e facoltà di parlare si rifiuta di farlo chiudendosi ad una possibile interazione o riducendo quelle già esistenti.

Spesso accade che i genitori dei bambini rimangano sorpresi alle comunicazioni di insegnanti sulla condotta del bambino e sulle segnalazioni rispetto all’isolamento del bambino.
Le cause e quindi la diagnosi non è immediata; viene spesso attribuita a sintomi depressivi di cui sono note anche alcune correlazioni, ma nel contempo si indaga addirittura su alcuni disturbi del linguaggio e disturbi di tipo autistico.

È necessario inoltre accertarsi che non vi sia timore sull’uso della lingua, come può accadere per esempio in famiglie di immigrati, in cui la lingua a volte può essere percepita come ancora sconosciuta o scarsa.
Per riconoscere il disturbo devono essere scartate le suddette condizioni e deve essere presente da almeno un mese tale impedimento nella comunicazione verbale e non riconducibile al periodo di inserimento scolastico, in quanto sintomo transitorio riconducibile ad uno stress contestuale momentaneo.

In molti casi la condotta del bambino e l’interazione con gli altri assumono caratteristiche specifiche; il bambino muove il capo per dire sì o no e non usa il linguaggio verbale o invia bigliettini per comunicare con gli insegnanti o con qualche compagno e talvolta
produce disegni anche per descrivere ciò che vede o che sta vivendo.
Si possono riscontrare anche alcune difficoltà nel rendimento scolastico oltre che sociale e l’inibizione al linguaggio non è dovuta ad una mancanza di conoscenza di alcune tematiche rispetto ad altre, ma è un disagio innescato dalla percezione di una richiesta del contesto sociale.

I bambini con un disagio di mutismo selettivo hanno sviluppato sintomi di tipo ansioso nella sfera della socialità.

Una diagnosi attenta e tempestiva consente di dare supporto specifico al tipo di disagio, ma anche di ridurre possibili risvolti su patologie future innescate dall’isolamento, dall’impoverimento della socialità e da condotte di evitamento di contesti scolastici e lavorativi.

Genitori nell’era digitale

Le circostanze culturali e sociali sono mutate, i mezzi tecnologici a disposizione hanno permesso una vera e propria rivoluzione attuata in molteplici settori di vita: oggi i ragazzi usano gli smartphone e le tecnologie nei modi più disparati (i giochi a realtà aumentata vivono un periodo di fiorente diffusione). Cambiano i modi di espressione ma essere figli rappresenta comunque una condizione che implica bisogni più forti dei doveri, un momento particolare in cui le fragilità vanno riconosciute e accompagnate.

Gli adulti di oggi si confrontano con adolescenti che non si pongono affatto la questione su cosa sia analogico e digitale, essi stessi sono ‘nativi digitali’ e spesso senza paragone con il prima: nascono e crescono in un ambiente in cui virtuale e reale vivono in perenne rapporto di scambio; dove il successo dei giochi a realtà aumentata racconta di fantascienza non più così lontana.

Molti genitori sono i nuovi ‘immigrati digitali’ costretti a confrontarsi con una realtà che hanno visto trasformarsi ed evolversi tanto velocemente da fare fatica, spesso, ad adeguarvisi.

In un’era digitale come la nostra, dove anche i bambini hanno modo di utilizzare pc, smartphone o tablet, l’audience digitale totale ammonta a 34,2 milioni di utenti, ovvero il 62% della popolazione dai due anni in su (Audiweb, 2018). Dati molto recenti del primo Rapporto Auditel-Censis rivelano che nella fascia d’età 4-10 anni il 17,6% ha il cellulare e il 49,2% è connesso al web mediante anche altri strumenti tecnologici. I nativi digitali, nati dal 2000 in poi, sono la prova degli effetti sociali delle nuove tecnologie.
In un tale scenario il compito genitoriale diventa tanto più complesso quanto fondamentale nel limitare e gestire al meglio l’utilizzo delle tecnologie dei propri figli. Lo stile genitoriale che appare migliore, creando un equilibrio tra la rigida autorità e la libertà assoluta è quello autorevole.
Il genitore autorevole è colui che ha ben presente sia i propri diritti, doveri e bisogni che quelli dei figli, comunica loro regole chiare spiegandone il significato, cercando un confronto razionale con loro; è un genitore che interagisce molto con i propri figli, è emotivamente coinvolto ma allo stesso tempo cerca di inserirsi e interrompere le azioni nel momento in cui queste non rispettano le regole concordate (Baumrind, 1971).
Per quanto riguarda le nuove tecnologie a volte questo compito risulta più difficile anche perché, molto spesso i nostri figli risultano essere molto più competenti di noi adulti, che non siamo nativi ma solo immigrati digitali.

IL FINE ULTIMO È LA PROTEZIONE DI VOSTRO FIGLIO E NON IL CONTROLLO!

Separazione giudiziale e affidamento dei figli minori (parte2)

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Nelle situazioni più difficili e complesse, verrà disposta una CTU – Consulenza Tecnica d’Ufficio: viene dunque nominato un consulente psicologo che avrà il compito di valutare il grado di sofferenza di tutto il nucleo familiare. Solitamente il Giudice chiede al CTU di esporsi in merito a:

  • l’affidamento e il collocamento dei minori;
  • la calendarizzazione del diritto di visita del genitore non collocatario;
  • la proposta dell’inserimento di alcuni Enti pubblici qualora ve ne fosse la necessità (come ad esempio un percorso di mediazione per i genitori, l’inserimento di un educatore presso il domicilio,ecc.)

La CTU ha una durata media di 60/90 giorni e si compone di colloqui individuali e congiunti coi genitori, colloqui/osservazione dei minori (a seconda dell’età), colloqui con altre figure parentali, incontri con figure terze (come insegnanti, nuovi compagni degli ex-coniugi, Servizi pubblici se interessati) e test psicologici da somministrare al nucleo familiare ristretto.

In questo iter è presente non solo il CTU e un suo eventuale collaboratore, ma anche i CTP (Consulenti Tecnici di Parte), qualora vengano nominati. Questi ultimi sono sempre professionisti psicologi che vengono però assunti dai genitori; il loro compito è quello di accompagnare il genitore in questo difficile percorso, verificare il corretto operato del CTU, proporre l’ascolto di figure non direttamente richieste nel quesito e garantire il principio del contraddittorio, sempre nell’ottica di lavorare nell’interesse dei minori (e non dei propri clienti!).

Al termine del percorso di valutazione, il CTU redigerà una bozza della relazione finale al fine di rispondere al quesito del Giudice, da sottoporre ai CTP. Questi ultimi avranno il compito di scrivere a loro volta una relazione con le loro osservazioni e/o le loro critiche. Il tutto confluirà infine nella relazione finale, che verrà depositata entro i termini previsti, in modo tale che il Giudice possa visionarla e prendere una decisione in merito, esposta poi in udienza.

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